Larea archeologica di Roselle conserva i resti dell'antica città etrusca e poi romana di Roselle e quelli delle fasi medievali che vi si succedettero, e occupa le due colline del Poggio di Mota, nel comune di Grosseto. Racchiusa dalla cinta muraria di età arcaica, che ne segna tuttora il perimetro per oltre tre chilometri, conserva monumenti di età etrusca, romana e medievale, fra cui il foro, l'anfiteatro, due complessi termali, la Domus dei Mosaici, la basilica paleocristiana e il cimitero che le si sviluppò attorno.

Spopolatosi dopo il trasferimento della sede vescovile a Grosseto nel 1138, il sito è oggi un parco archeologico visitabile; i resti si trovano nei pressi della moderna frazione omonima.

Inquadramento storico

Le due alture del poggio di Mota su cui sorse la città si affacciavano sull'antico lago Prile. L'insediamento vi si concentrò dalla seconda metà dell'VIII secolo a.C. e nel corso del VI secolo a.C. fu racchiuso dalla cinta muraria, che delimita circa 45 ettari.. Conquistata da Roma nel 294 a.C., divenne colonia fra l'età triumvirale e quella augustea e conobbe fra il I e il II secolo d.C. la fase di maggiore prosperità, alla quale appartengono la monumentalizzazione del foro, l'anfiteatro e i complessi termali.. Sede vescovile almeno dal 499, cessò di essere città nel 1138, quando la cattedra episcopale e il titolo di civitas passarono a Grosseto..

Venuta meno l'occupazione stabile, il sito restò comunque identificabile grazie alla sopravvivenza del toponimo e alla conservazione di ruderi imponenti, le mura e l'anfiteatro; questa circostanza ne ha fatto una delle poche grandi città dell'Etruria propria in cui lo scavo ha avuto per obiettivo l'abitato e non le necropoli..

Le indagini archeologiche

Prima che vi si aprisse un cantiere di scavo, l'area subì per secoli un consumo di segno opposto. A metà Settecento, quando Giovanni Antonio Pecci ne diede la prima descrizione, il circuito murario era ancora quasi integro e si elevava all'esterno di circa sette metri, ma tutta la zona veniva sfruttata come cava di pietre già squadrate da riutilizzare in nuove costruzioni, e di un arco allora ancora visibile si ha notizia solo perché fu demolito per ricavarne materiale edilizio.. Il primo intervento su un monumento oggi visitabile risale al 1774, quando il canonico Boldrini riportò in luce i resti dell'anfiteatro, di cui padre Leonardo Ximenes fornì l'anno seguente una pianta insieme a quella delle mura. Alle indagini ottocentesche nelle necropoli periurbane, condotte da Alessandro François e poi dall'Accademia La Colombaria, non seguì invece alcuno scavo nell'area urbana: il progetto di scavi ministeriali formulato nel 1876 da Gian Francesco Gamurrini non ebbe seguito..

Dopo i saggi condotti nel 1908 da Angiolo Pasqui sul vicino Tino di Moscona, che non interessarono l'area urbana, le prime esplorazioni all'interno della città risalgono agli anni trenta, quando il diboscamento di un pianoro alle pendici della collina Nord mise in luce i resti del grande edificio termale; seguirono gli interventi di emergenza e la ripresa delle ricerche affidata nel 1942 ad Antonio Minto per l'Istituto di studi etruschi, interrotta quasi subito dagli eventi bellici..

Nel biennio 1957-1958 l'Istituto archeologico germanico ottenne una concessione di scavo e affrontò con Rudolf Naumann e Friedrich Hiller il problema della cinta muraria, indagando due porte urbiche e saggiando la terrazza del tempio sulla collina Sud.. Dal 1959 la Soprintendenza fiorentina avviò campagne sistematiche, dirette per molti anni da Clelia Laviosa: le ricerche presero avvio dalla valle interposta fra i due rilievi e raggiunsero poi la collina Nord, con l'anfiteatro, e la collina Sud, dove venne in luce un ampio quartiere di età ellenistica. Fra il 1987 e il 1991 il Museo archeologico e d'arte della Maremma condusse gli scavi sulle terme e sulla cattedrale..

Al fervore delle indagini sul campo non ha corrisposto un pari impegno nella pubblicazione, nota in gran parte soltanto attraverso relazioni preliminari e schede di notiziario.. Fra il 1980 e il 1996 furono realizzati i principali interventi di restauro e musealizzazione che, con la recinzione dell'area urbana e la prosecuzione dei lavori sulla cinta muraria, resa in gran parte percorribile, hanno consentito l'apertura al pubblico.

I monumenti

La cinta muraria

La cinta muraria racchiude entrambe le colline con un percorso di 3.170 m e delimita un'area di circa 45 ettari; il tracciato segna il punto di rottura fra il profilo naturale del versante e la parte sommitale dei rilievi, dove la morfologia fu modificata per adattarla alle esigenze costruttive. L'urbanizzazione dell'area, e con essa la costruzione del circuito, si colloca negli anni centrali del VI secolo a.C.Una struttura più antica, con alzato in mattoni crudi su zoccolo di pietrisco, è stata riconosciuta lungo il limite settentrionale della collina Nord: gli scavatori dell'Istituto archeologico germanico e in seguito Daniela Canocchi vi identificarono una cinta di età orientalizzante, mentre Mario Cygielman e Gabriella Poggesi propongono di riconoscervi muri di terrazzamento. Il gruppo di ricerca del Progetto Roselle considera l'ipotesi della cinta orientalizzante smentita dalle indagini più recenti, pur osservando che l'assenza di fortificazioni più antiche sembra una lacuna della documentazione più che un dato di fatto, dal momento che tutte le grandi città etrusche si dotarono precocemente di un perimetro fortificato: ; ; l'ipotesi della cinta resta invece in .

La struttura, realizzata nella cosiddetta seconda maniera poligonale, presenta un solo paramento verso l'esterno, dietro il quale corre un nucleo di scaglie calcaree di taglia piccola e media, il cui spessore varia con il profilo del rilievo; i blocchi, posati senza legante, si dispongono in ricorsi irregolari e sono bloccati da zeppe che riempiono i vuoti lasciati dalle sagomature difformi.. Le mura sono fondate direttamente sulla roccia regolarizzata, talvolta su un sottile strato di pietrame usato come piano di allettamento; dove si conservano insieme paramento esterno, nucleo e paramento interno, la base di quest'ultimo consente di individuare a quale quota corresse il piano di calpestio in età arcaica..

La scelta dei materiali dipese dalla geologia locale, come mostrano alcuni fronti di cava ancora visibili all'interno del circuito: a nord prevale il calcare cavernoso, mentre il tratto sud-orientale, che pure insiste su un substrato di arenaria, è costruito con blocchi parallelepipedi di calcare grigio compatto, cavati anch'essi sul rilievo settentrionale, di modulo minore e allineati su filari quasi paralleli. I tratti in arenaria, presenti nei settori est e ovest, sono frutto di restauri di epoche successive.

Il numero delle porte urbiche oscilla nella letteratura fra sei e otto: George Dennis ne individuava sei, la cartografia settecentesca di Leonardo Ximenes quattro, mentre l'analisi delle curve di livello e della viabilità ne ha fatto ipotizzare almeno sette.. Quella settentrionale, messa in luce dagli scavi germanici e poi ricoperta, è del tipo sceo, con un vano interno di 2,25 per 5,50 m drenato da due canali e strutturalmente connesso alla cinta, e quindi coevo: una tipologia che in Etruria conoscerà maggiore fortuna a partire dal IV secolo a.C. e che qui è già realizzata in età arcaica. Sul lato nord si apre inoltre la cosiddetta postierla, un varco troppo basso per essere percorso, interpretato come sbocco per lo smaltimento delle acque..

Il circuito conserva nel tempo funzioni e caratteristiche, ma non è privo di rimaneggiamenti. Il lungo tratto occidentale, che corre sotto la valletta centrale in un punto di pendenza accentuata, franò e fu ricostruito in età medio-ellenistica con blocchi di calcare di medie dimensioni impostati sulla frana della struttura precedente, servita da una grande fogna a sezione parallelepipeda con copertura a lastre di alberese.. Alla piena romanizzazione appartengono i tratti a speroni che rafforzano il terrapieno del foro, dilatato dalle successive colmate; ad epoche posteriori all'età romana si devono invece alcune tamponature con forte reimpiego di mattoni e soglie spogliate dai monumenti imperiali, fra cui la probabile chiusura della porta orientale.

Un'analisi geomorfologica ha mostrato che le mura identificano una rottura di pendio artificiale continua lungo tutto il perimetro, interrotta solo in corrispondenza delle porte, dove era necessaria la continuità morfologica per la viabilità; l'intero circuito, fondato sul substrato roccioso, non presenta dissesti per cedimento delle fondazioni, mentre i crolli dell'alzato sono dovuti all'accumulo di sedimenti a monte e all'azione meccanica delle radici..

Gli edifici etruschi dell'area del foro

Al di sotto del lastricato della piazza romana, nel settore centrale, sono stati lasciati in vista alcuni edifici di età etrusca. Il più antico, noto come «Casa con recinto», risale all'Orientalizzante medio ed è costruito in mattoni crudi con copertura presumibilmente straminea: ha pianta circolare all'interno, di circa 4,50 m di diametro, e quadrangolare all'esterno, ed è compreso in un ampio recinto rettangolare di 26 per 7,50 m.. All'interno dell'edificio e nel recinto adiacente sono stati rinvenuti, oltre a ceramica domestica, i resti di un focolare, un'olla con iscrizione di dono, pesi da telaio, frammenti di una kotyle protocorinzia, un attingitoio di bucchero forse ceretano e un'iscrizione con il testo aiser, «dèi».

L'interpretazione dell'edificio è discussa: il permanere di una forma arcaica, quella della capanna o della tholos, insieme alla natura dei materiali, ha orientato verso una destinazione pubblica e forse religiosa, e sono state proposte letture che vanno da una Regia del tipo noto dal foro romano a un edificio pubblico e sacrale, fino al luogo di riunione della comunità e residenza del capo locale.; . La frequentazione, a giudicare dai materiali, durò per tutto il VI secolo a.C. Alla fine del VII secolo si data invece la «Casa a due vani», che taglia una delle ali del recinto e forse ne eredita la funzione..

Nel settore settentrionale della piazza si conservano i resti, assai mal ridotti, del podio di un tempio di fondazione etrusca, rimasto in uso anche in età romana e incluso nell'area forense..

La Casa dell'Impluvium Sul versante settentrionale, al di là dell'area su cui sorgerà l'anfiteatro, gli scavi condotti dall'Università di Firenze fra gli anni ottanta e novanta hanno portato alla luce un'abitazione della seconda metà del VI secolo a.C., una delle poche case di età arcaica note nella loro interezza in Etruria.; . L'edificio ha pianta quadrangolare incentrata su una vasta corte aperta, dotata di una vasca rettangolare per la raccolta delle acque piovane collegata a una cisterna alimentata da un pozzo: vi si riconoscono, in forma ancora incompleta, alcuni degli elementi che caratterizzeranno la casa ad atrio di età romana.. Il rinvenimento ha permesso di anticipare ai primi decenni del VI secolo il sistema di raccolta e conservazione dell'acqua, di cui fino ad allora i casi più antichi noti, individuati a Marzabotto, non risalivano oltre la fine del secolo.

La casa sorgeva al centro di un'area circondata da terrazzamenti verosimilmente destinati a uso agricolo, secondo un modello di occupazione dello spazio urbano fondato su edifici autosufficienti quanto ad approvvigionamento idrico e risorse alimentari. Nella stessa area sono state riconosciute tre fasi di occupazione successive, con continuità dal tardo villanoviano fino ai primi anni del V secolo a.C..

La terrazza del tempio