Le Chevalier qui fit les cons parler è un fabliau scritto nel XIII secolo in francese antico da un certo Garin, autore di favolelli poco conosciuto e per lo più anonimo.
Il successo di tale racconto è testimoniato dal fatto che ne sono state rinvenute sette versioni, sei scritte in antico francese e una, rinvenuta in un testo contenente poesie sacre e situato nella ricca collezione harleaiana, in anglo-normanno. Tali racconti molto espliciti e volgari non erano infatti per nulla rari nella letteratura medievale e spesso i fabliau si prendevano gioco di personaggi caricaturali del tempo tramite racconti osceni e lascivi. Lo stesso termine francese cons, contenuto nel titolo, corrisponde all'italiano fiche, termine volgare e popolare usato per riferirsi all'organo riproduttivo femminile.
Trama Il fabliau si apre con un cavaliere che, dopo aver combattuto in agguerrite battaglie e aver vinto numerosi tornei, dovette impegnare tutti i propri beni a seguito della fine di molte delle guerre in cui lottava e dell'emanazione di una legge che vietava i tornei. Senza terre e rimasto soltanto con il suo scaltro scudiero al suo fianco, il cavaliere decise di ritirarsi in un vecchio castello della sua famiglia. Tuttavia, a un certo punto, giunse la notizia che la legge sul divieto dei tornei era decaduta e che, in poco tempo, ne sarebbe stato organizzato uno nuovo a cui il protagonista avrebbe potuto prendere parte. Sapendo che quella era la sua possibilità per rifarsi, il cavaliere informò tutto contento il suo scudiero dei nuovi cambiamenti, annunciandogli la sua intenzione nel partecipare al torneo. Tuttavia, quest'ultimo gli ricordò che egli aveva impegnato tutto il suo equipaggiamento e che senza di esso non sarebbe mai stato ammesso alla competizione. Il cavaliere, allora, ordinò allo scudiero di riacquistarlo a tutti i costi e questi fu dunque costretto a vendere il palafreno (cavallo da parata, spesso purosangue, che, secondo la tradizione, veniva venduto soltanto nei momenti economici di maggiore difficoltà e soltanto se strettamente necessario) del padrone. Ad ogni modo, la vendita del destriero fu fruttuosa e lo scudiero riuscì a riacquistare l'armatura del padrone, il quale si mise prontamente in marcia col suo compagno verso luogo in cui si sarebbe svolto il torneo. Mentre si trovavano in una folta foresta, intravidero un laghetto nel quale tre fanciulle dall'aspetto bellissimo stavano facendo il bagno nude. I loro abiti infatti, molto lussuosi e con gli orli d'oro, erano appesi a un albero poco distante e attirarono immediatamente l'attenzione dello scudiero, il quale, molto velocemente, li afferrò tutti e tre e incitò il cavaliere a scappare via con i vestiti, che avrebbero rivenduto per altro denaro. Le fanciulle, accortesi di quanto stava avvenendo, cominciarono a supplicare il cavaliere piangendo di non scappare via con i loro abiti e di richiamare lo scudiero. Il protagonista della storia, sperando di ottenere dei favori dalle tre ragazze, accolse la loro richiesta e ordinò al suo compagno di tornare e restituire i vestiti alle giovani donne. Dopo che le tre fanciulle si coprirono, decisero di ricompensare il gesto del cavaliere con tre doni magici. La prima ragazza concesse al nobiluomo il potere di far si che chiunque avrebbe incontrato da quel momento in poi avrebbe cercato di compiacerlo in qualunque modo, anche a costo di donargli i propri beni. La seconda fanciulla, invece, gli diede un'abilità completamente diversa: da quell'incontro in avanti il cavaliere sarebbe stato in grado di rivolgersi e dialogare con le vagine. L'ultima giovane delle tre che parlò decise di apportare una modifica al secondo dono, stabilendo che se una vulva fosse impossibilitata a parlare, allora l'ano avrebbe risposto.
Inizialmente, il cavaliere pensò che le fanciulle si stessero prendendo gioco di lui o che fossero pazze e se ne andò con lo scudiero proseguendo per il suo cammino e dimenticandosi di quello strano incontro. Durante il tragitto, tuttavia, i due incontrarono un prete a cavallo della sua giumenta, il quale si propose molto cordialmente di ospitarli nella sua dimora. Stupito dall'inusuale ospitalità offerta da un uomo mai incontrato prima (in seguito egli capirà che tale gentilezza era frutto del primo dono), il cavaliere accolse il consiglio del suo scudiero, il quale li suggerì di tentare di fare uso del secondo dono chiedendo all'organo genitale della cavalla dove l'ecclesiastico fosse diretto. Con grande sorpresa del nobiluomo, la vagina, dopo essere stata interrogata, rispose alla sua domanda, dicendogli che il prete si stava recando a consegnare del denaro a una prostituta per giacere con lei. Sentendo tale voce, il religioso si spaventò a morte e, temendo che vi fosse qualche presenza maligna, scappò via lasciandosi dietro il suo mantello e la cintura che conteneva la borsa con i soldi. A questo punto, il cavaliere, contento di aver appurato che i tre doni funzionano e ricco di una manciata di quattrini e di una cavalla in più, proseguì verso il la città che avrebbe ospitato il torneo.
Verso sera, i due viaggiatori trovarono rifugio presso una piccola città, ove vennero accolti, con tutti gli onori, in virtù del primo dono, dal conte e dalla contessa del luogo. Dopo essere stati invitati a banchettare con tutta la corte, la contessa, sempre a causa del primo dono, ordinò alla sua serva più giovane che quella notte avrebbe dormito nuda con il cavaliere per soddisfare i suoi bisogni, ammettendo anche che lo farebbe lei se il marito non fosse lì presente. La serva obbedì all'ordine della padrona e svegliò il cavaliere nel cuore della notte infilandosi nel suo letto. Tuttavia, quando ella le raccontò che quella notte avrebbe soddisfatto qualunque sua richiesta su ordine della contessa, l'uomo, rimasto scettico e temendo che fosse una trappola, decise di interrogare la vagina della ragazza, che confermò quanto aveva detto la serva. Quest'ultima, tuttavia, sentendo quella parte del suo corpo parlare, fuggì spaventata dalla camera da letto del cavaliere e andò immediatamente a informare la contessa, la quale escogitò un piano per ingannare il forestiero. La mattina seguente, infatti, la nobildonna insistette affinché il cavaliere e il suo scudiero rimanessero anche a pranzo e, durante il convito, rivelò davanti a tutti i presenti quale fosse il segreto del cavaliere, proponendogli una scommessa. La contessa difatti scommesse che lo straniero non sarebbe riuscito a far parlare la sua vulva e che se questi ci fosse riuscito, allora ella lo avrebbe pagato profumatamente, mentre, qualora non avesse avuto successo nell'impresa, avrebbe dovuto rinunciare al suo cavallo e al tutti i suoi averi. Il cavaliere, sicuro della vittoria, accettò la sfida di buon grado e la contessa, allora, si recò nella propria stanza e, dopo essere tornata al banchetto, chiese al cavaliere di interrogare la sua vagina su cosa ella avesse fatto nella sua camera. Tuttavia, dopo aver posto la domanda all'organo riproduttivo per ben tre volte, il cavaliere non ottenne alcuna risposta. Pronto ad arrendersi e dichiararsi sconfitto, il suo scudiero si avvicinò a lui e gli ricordò del terzo dono che aveva ricevuto. Il cavaliere, allora, interrogò l'ano della contessa sul perché la sua vicina non fosse in grado di parlare e questi rispose che la nobildonna, volendolo ingannare, aveva infilato nella sua stanza un batuffolo di cotone nelle sue parti intime al fine di ostruirle. Il conte, stupito ma al contempo divertito dall'accaduto, ordinò alla moglie di togliere il bioccolo dalla propria vagina, che confermò quanto l'ano aveva detto al cavaliere dopo che questi la interrogò. Il racconto si conclude con l'intera corte che scoppia in una rumorosa risata e con il cavaliere che ormai era più ricco di quando era partito per andare al torneo.
Analisi Tale racconto presenta i tipici personaggi protagonisti dei favolelli medioevali, tra cui il cavaliere fallito come tale, ma fortunato, lo scudiero scaltro, il prete licenzioso e la contessa accorta. La stessa volgarità del racconto non deve essere intesa come un elemento di novità, in quanto molti altri fabliau, tra cui Frère Denise e Il folle sogno, e racconti contemporanei, come Der Rosendorn, esplorano temi osceni con trame talvolta simili proprio a questo racconto. Lo scopo di queste brevi novelle era infatti quello di divertire e prendersi gioco della poesia cortese "ufficiale", facendo allo stesso tempo riflettere l'ascoltatore/lettore sull'ipocrisia di quel mondo.
L'unica particolarità di questo fabliau è l'amplissima popolarità che ebbe nel mondo medioevale, fatto riscontrabile dal numero elevato di copie della novella rinvenute dai filologi. Esistono infatti sette manoscritti, di cui sei in lingue d'oïl e una in anglo-normanno, che riportano lo stesso racconto, con l'unica differenza che nella versione harleiana furono omessi 50 versi che, nella versione francese, descrivono accuratamente le pietanze e le bevande consumate nel primo banchetto. Gli studiosi, interrogandosi su tale lacuna, hanno fornito due possibili spiegazioni: la prima, sostenuta dal traduttore svizzero Rychner, asserisce che il testo, copia scritta di una versione popolare arrivata in Inghilterra grazie alla memoria dei cantambanchi, abbia subito tali modifiche a causa della dimenticanza di tali versi, mentre la seconda, proposta dall'archeologo John Hines, afferma che tale omissione sia frutto dei diversi gusti degli ascoltatori/lettori inglesi, i cui gusti, diversi da quelli delle corti francesi, rendevano per loro tediosa una complessa e articolata descrizione di un convito.
La popolarità di Le Chevalier qui fit les cons parler non terminò tuttavia con l'epoca medioevale. Difatti, il racconto rimase molto conosciuto tra le élite più acculturate. Nel 1748, Denis Diderot, famoso filosofo illuminista, pubblicò, in forma anonima, il romanzo libertino I gioielli indiscreti, nel quale narrò la storia di un sultano che, tramite un anello magico, riuscì a parlare con gli organi riproduttivi femminili (i gioielli del titolo), i quali gli rivelarono i segreti più importuni delle donne presenti a corte. Nel XIX secolo, il famoso filologo francese Joseph Bédier, per venire incontro alle esigenze vereconde del pubblico dell'epoca, nella sua raccolta di favolelli Fabliaux, censurò il titolo in Du Chevalier qui fist parler les dames ("Il cavaliere che faceva parlare le dame").
Note
Bibliografia
Collegamenti esterni
Categoria:Letteratura medievale francese Categoria:Opere letterarie del XIII secolo