Il 2 novembre 2024, dopo che un membro della milizia islamista Basīj l'avrebbe presa di mira per non aver indossato l'ḥijāb (obbligatorio in Iran), e le avrebbe strappato una parte della veste, ella reagì spogliandosi parzialmente e sedendosi nel cortile dell'università in segno di protesta. Il suo gesto audace l'ha resa un simbolo della resistenza contro le leggi severe del codice di abbigliamento iraniano e l'obbligo dell'ḥijāb, più di due anni dopo la morte di Mahsā Amīnī, dovuta a circostanze simili.
In seguito a questo gesto, venne arrestata dalla milizia della Repubblica islamica dell'Iran. Inizialmente la sua ubicazione e il suo stato di salute rimasero incerti, e si ipotizzò che fosse stata detenuta in una struttura psichiatrica, il che suscitò delle preoccupazioni internazionali riguardanti il suo trattamento. In precedenza le autorità iraniane avevano già etichettato le donne che si opponevano alle leggi sul velo come "mentalmente instabili", con lo scopo di reprimere qualsiasi dissenso.
Il suo gesto di protesta e il suo arresto attirarono l'attenzione dei mezzi di comunicazione internazionali, e delle organizzazioni per la difesa dei diritti umani richiesero la sua liberazione, che sarebbe avvenuta il 19 novembre. Tuttavia, nonostante l'annuncio ufficiale della liberazione, rimasero delle incertezze sul suo stato di salute e sulle circostanze esatte della sua detenzione.
Contesto
La protesta di Āhū Daryāyī va collocata in un movimento più grande, noto come Donna, vita, libertà (زن، زندگی، آزادی), che nacque dopo la morte di Mahsā Amīnī nel settembre del 2022. Questo movimento vide una mobilitazione senza precedenti da parte delle donne iraniane, che sfidarono le leggi sull'abbigliamento imposte dal regime islamico, rivendicando dei diritti fondamentali. In senso più ampio, questo gesto di resistenza fa parte di una lotta contro la repressione sistemica esercitata dal regime iraniano nei confronti delle donne e delle attiviste politiche.
Un numero sempre maggiore di donne iraniane si oppose attivamente alle leggi del paese sull'obbligo del velo. Questo movimento ha visto donne togliersi lḥijāb in pubblico, condividere delle immagini e dei video sulle reti sociali, e partecipare a delle manifestazioni per le libertà personali e i diritti delle donne. Nonostante i rischi di arresto e di molestie, le proteste dopo la morte di Mahsā Amīnī continuarono, sfidando le regole severe del codice d'abbigliamento iraniano. Dopo l'elezione del presidente Masʿūd Pezeškiyān, nel luglio del 2024, avvennero 386 condanne a morte ufficiali in 4 mesi.
Azadeh Kian, una professoressa di scienze politiche all'università di Parigi-Diderot ed esperta in Iran, dichiarò a France 24 che il ricorso del regime a tali pratiche costituisce un'ammissione di fallimento da parte delle autorità, che si rivelano incapaci di far rispettare la legge sul velo, malgrado una repressione severa e brutale.
Gesto di protesta Il 2 novembre 2024, la giovane si trovava all'università islamica Azad di Teheran, quando, secondo dei testimoni, ebbe un diverbio con degli agenti della sicurezza dell'università, nonché membri della milizia islamista Basīj, per non aver indossato correttamente il suo velo, secondo le norme rigide del codice vestiario.
Durante l'alterco, i membri del Basīj (legati al corpo delle guardie della rivoluzione islamica) avrebbero cercato di arrestare la studentessa per non aver rispettato le norme sul velo, finendo per strapparle il maglione nel cercare di farle indossare l'ḥijāb obbligatorio. La politologa Mahnāz Šīrālī ha osservato come la situazione si sia intensificata quando lei si tolse il resto degli indumenti e si sedette in biancheria intima sul muretto del cortile dell'università, in segno di sfida.
In seguito ella continuò la sua protesta camminando per strada in mutande, denunciando pubblicamente le leggi sul velo obbligatorio. La protesta venne registrata da alcuni passanti sotto forma di video, e le immagini circolarono rapidamente sulle reti sociali, attirando l'attenzione sia in Iran che nel resto del mondo. In seguito tre agenti in borghese l'arrestarono e la fecero salire su un'automobile. Dopo il suo arresto, secondo quanto riferito, sarebbe stata portata dalla polizia all'ospedale psichiatrico dell'Iran su ordine dei servizi del CGRI e posta sotto la supervisione di un dottore e di uno psichiatra.
Conseguenze Il canale su Telegram "Xbarnāmeh Āmīr Kabīr" identificò la giovane come Āhū Daryāyī, una studentessa di lingua francese all'università Azad. Secondo la politologa Mahnāz Šīrālī, la giovane avrebbe rischiato delle gravi conseguenze legali per il suo gesto di protesta, con eventuali accuse che avrebbero potuto portare alla pena di morte per "reati morali". La sociologa Azadeh Kian aggiunse che, escludendo i problemi psichiatrici, avrebbe potuto essere flagellata, imprigionata e, potenzialmente, condannata a lungo termine con accuse di "dissolutezza" o di "prostituzione". La repressione del dissenso rimane profondamente radicata nelle politiche della Repubblica islamica, anche dopo l'elezione del presidente Mas'ud Pezeškiyān, ritenuto più moderato dei suoi predecessori. La portavoce del governo, Fāṭemeh Mohājerānī, rispose affermando che il governo ritiene che questo caso costituisca un problema sociale, e non di sicurezza, insistendo sul fatto che la studentessa stia ricevendo delle cure mediche. Tuttavia, molti (inclusa l'attivista Šīrīn ʿEbādī), ritennero che la spiegazione delle "cure mediche" fosse una scusa, perché le autorità iraniane avevano già etichettato in passato le donne che infrangono le leggi sull'obbligo dellḥijāb come delle malate mentali, come tattica per reprimere il dissenso.
Dal maggio del 2023, le autorità iraniane hanno messo a punto una nuova legge che rafforza l'obbligo del velo per le donne e le ragazze. Questa nuova legislazione entrò in vigore il 13 dicembre 2024, poco tempo dopo l'arresto di Āhū Daryāyī, e prevedeva delle pene severe contro le proteste pacifiche, come multe salate, flagellazione, incarcerazione e la pena di morte per coloro che infrangono queste regole. Questa legge garantisce inoltre un'impunità completa per i membri delle milizie autoproclamate che adempiono al loro "dovere religioso" imponendo l'obbligo del velo. Amnesty International denunciò questa legge come un'intensificazione dell'oppressione nei confronti di donne e ragazze dell'Iran, sottolineando che mira a schiacciare la resistenza contro questa imposizione.
Il 19 novembre 2024, Āhū Daryāyī venne liberata dalle autorità iraniane e riconsegnata alla sua famiglia dopo una forte mobilitazione internazionale e la viralità del suo gesto di protesta. Secondo la franco-iraniana Reihaneh Noveir, membro del collettivo Femme Azadi, questa decisione sarebbe stata motivata dal timore del regime dello scoppio di nuove proteste su larga scala. Il portavoce del sistema giudiziario iraniano, Āṣġar Jahāngīr, dichiarò nel corso di una conferenza stampa: "Dato che è stata trasferita all'ospedale ed è stato constatato che fosse malata, è stata restituita alla sua famiglia, che attualmente si prende cura di lei, e non è stata aperta alcuna procedura giudiziaria nei suoi confronti."
Reazioni internazionali Il 2 novembre 2024, Mahdīeh Golrū scrisse a proposito dell'incidente: "La giovane dell'università delle scienze e della ricerca non ha un nome; il suo nome è essere una donna in Iran. Si chiama Nīkā, Sārīnā e Ḥadīs̱. Si chiama Donna, vità, libertà". Delle organizzazioni per la difesa dei diritti umani, come Amnesty International, chiesero la sua scarcerazione immediata. Anche l'attivista Narges Moḥamadī, vincitrice del premio Nobel per la pace nel 2023, chiese la sua liberazione immediata.
Sempre il 2 novembre, la relatrice speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani in Iran, Mai Satō, affermò che questo caso era sotto stretta sorveglianza. Inoltre condivise un video della ragazza, scrivendo su X: "Seguirò con attenzione questo caso, come pure la risposta delle autorità iraniane."
La sera del 5 novembre, centinaia di iraniani e di francesi si radunarono nel centro di Parigi, davanti al Pantheon, nei pressi dell'università della Sorbona, scandendo slogan e pronunciando dei discorsi per sostenere la resistenza delle donne iraniane contro l'oppressione. Furono presenti alcuni membri delle due camere del Parlamento francese, appartenenti ai partiti ecologisti e di sinistra, come pure alcune donne dell'associazione FEMEN e del sindacato CGT. L'8 novembre, si tenne una manifestazione a sostegno di Daryāyī a Piccadilly Circus, a Londra, che riunì FEMEN e l'associazione One Law for All.
Il 10 novembre 2024, la Fondazione scientifica globale (Global Science Foundation, GSF) pubblicò una dichiarazione nella quale si chiedevano una presa di coscienza e delle azioni internazionali. La GSF ha espresso preoccupazione per quanto riguarda il trattamento riservato alla donne iraniane che si oppongono attivamente alle leggi obbligatorie sul velo, in particolare richiamando all'attenzione le misure violente che sarebbero state prese contro di lei. La GSF esortò le organizzazioni internazionali della difesa dei diritti umani e i governi esteri di fare pressione sulle autorità iraniane per far sì che ella venisse liberata e per garantire la sua sicurezza. La dichiarazione della GSF sottolinea l'impatto simbolico della sua protesta sulle discussioni mondiali sui diritti delle donne e sulle politiche religiose imposte dallo stato.
Nella cultura di massa Delle fotografie tratte dai video della sua protesta furono adoperate per la copertina di un numero della rivista francese Elle il 14 novembre 2024.
Note
Voci correlate Condizione della donna in Iran Diritti delle donne in Iran
Categoria:Iraniani del XXI secolo Categoria:Proteste in Iran Categoria:Studenti