Durante le proteste in Iran del 2025-2026 e il successivo blackout di internet e i massacri riportati dalla stampa, molti iraniani nella diaspora hanno organizzato manifestazioni di solidarietà contro la Repubblica Islamica in vari Paesi, tra cui: Canada, Stati Uniti, Regno Unito, Norvegia, Svezia, Finlandia, Danimarca, Germania, Paesi Bassi, Belgio, Francia, Svizzera, Portogallo, Spagna, Austria, Ungheria, Italia, Slovenia, Bulgaria, Grecia, Cipro, Ucraina, Turchia, Ghana, Israele, Georgia, Armenia, India, Corea del Sud, Giappone, Australia, Nuova Zelanda e Cile. In Germania sono state organizzate 27 marce di solidarietà tra l’11 e il 20 gennaio. Nello stesso periodo sono state organizzate 23 marce di solidarietà negli Stati Uniti e in Australia, 19 in Canada e 12 nel Regno Unito. Il numero di partecipanti ai diversi eventi non è chiaro, ma secondo alcune fonti, almeno in 110 mila hanno partecipato a un evento a Toronto.

Le richieste dei manifestanti I partecipanti alle manifestazioni di solidarietà hanno richiesto alla comunità internazionale di “agire immediatamente” contro le azioni del regime iraniano nella soppressione delle proteste e in particolare contro i massacri riportati nel 2026.

In svariate manifestazioni i partecipanti hanno espresso sostegno a Reza Pahlavi, figlio dello Shah Mohammad Reza Pahlavi, che ha appoggiato le proteste in Iran, lanciando un appello a tutti gli iraniani, incluse le forze di sicurezza e le forze dell’ordine, perché si unissero alle proteste.

Durante gli eventi di solidarietà, i manifestanti hanno sostituito la bandiera della Repubblica Islamica con la bandiera del leone e del sole che era la bandiera ufficiale dell’Iran prima della Rivoluzione del 1979. Tra gli slogan delle manifestazioni: "Liberate i prigionieri politici", "Morte a Khamenei" e "Questa è la battaglia finale – Pahlavi ritornerà".

Gli americani iraniani hanno anche richiesto l’espulsione dagli Stati Uniti dei parenti degli esponenti del regime che vivono negli Stati Uniti. Durante una manifestazione ad Atlanta, Georgia, i partecipanti hanno richiesto l’espulsione di Fatemeh Ardeshir-Larijani, figlia di Ali Larijani, attuale segretario del Consiglio di Sicurezza Nazionale della Repubblica Islamica, che lavora negli Stati Uniti al Winship Cancer Institute. Ali Larijani, secondo alcune fonti, sarebbe la mente che ha ordinato i massacri.

Altro aspetto delle manifestazioni concerne il blackout di internet, che si sostiene essere un metodo adoperato dal regime per impedire ai dissidenti di organizzarsi, mentre il blocco dell’accesso a internet servirebbe anche a impedire la pubblicazione e circolazione di materiali che documentano la repressione sanguinaria delle proteste.

Nella diaspora iraniana aumentano le voci che sarebbero in favore di un intervento militare in Iran.

Reazioni Esponenti di rilievo della diaspora iraniana hanno espresso solidarietà e appoggio alle proteste in Iran. Reza Pahlavi, Figlio dello Shah Mohammad Reza Pahlavi, ha espresso sostegno alle proteste e ha lanciato un appello a tutti gli iraniani, comprese le forze di sicurezza e dell’ordine, di unirsi ai manifestanti.

Inoltre, Pahlavi ha aggiunto che gli iraniani sono in Guerra con il regime islamico.

La dissidente iraniana e premio Nobel Shirin Ebadi ha condannato le forze di sicurezza iraniane per aver sparato direttamente sui manifestanti, definendola una violazione dei diritti umani. In un post pubblicato su Instagram, Ebadi ha sottolineato che l’uso di armi da fuoco sui civili inermi non può esser giustificato, richiedendo l’apertura di un’inchiesta sugli episodi accaduti a Fasa. Durante il blackout di internet in Iran del 2026, ha anche dichiarato che potrebbe essere in atto un massacro perpetrato dal regime iraniano, richiedono ai governi occidentali di intervenire contro il regime e contro Khamenei.

Masih Alinejad, giornalista americana-iraniana e attivista dei diritti umani, ha dichiarato che il messaggio del Presidente Donald Trump all’Iran hanno dato speranza al popolo iraniano.

Atti di violenza contro i manifestanti nella diaspora Sono stati riportati atti di violenza e minacce di morte contro i manifestanti anti-regime nella diaspora iraniana. L'emittente Deutsche Welle ha reso noto che gli esuli iraniani sono nel mirino dei servizi segreti della Repubblica Islamica. La stampa italiana ha riportato che anche esuli iraniani in Italia sono stati oggetto di minacce.

Durante una marcia di solidarietà tenutasi a Los Angeles l’11 gennaio 2026, un camion U-Haul si è lanciato contro la folla, ferendo due persone. Da quanto emerso sui social media, il camion riportava una scritta comunemente associata all’organizzazione islamista-marxista People's Mojahedin Organization of Iran (MEK). Le autorità hanno comunciato che l’autista, Calor Madanescht, di 48 anni, si è deliberatamente lanciato sulla folla che stava manifestando, ma è stato liberato senza cauzione.

Durante le menifestazioni del 16 gennaio a Londra si sono sviluppati scontri violenti che hanno causato diversi feriti, quattro ufficiali della Polizia Metropolitana rivoverati e 14 arresti per disordini, aggressione, atti di vandalismo, e violazione delle proprietà diplomatiche.

Dopo le manifestazioni ad Amburgo del 17 gennaio, due manifestanti sono stati feriti gravemente per accoltellamento, portanto all’arresto di tre sospetti, che secondo alcune fonti sono cittadini afgani, mentre l’attacco sarebbe stato premeditato.

Gli iraniani all’estero sono stati oggetto di minacce cyber e attacchi phishing durante il periodo delle proteste e del blackout di internet.

Il 21 gennaio la Turchia, che non richiede il visto d’ingresso ai cittadini iraniani, avrebbe stretto un accordo con la Repubblica Islamica per l’arresto e il rimpatrio di manifestanti e rifugiati dissidenti. In cooperazione con il governo di Erdoğan, la Repubblica Islamica ha in passato sequestrato diversi opponenti del regime in Turchia e sono stati successivamente condannati a morte in Iran.

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