Biografia Primi anni Nata nel 1949 in una famiglia operaia dell'Azerbaigian iraniano, Ashraf Dehghani crebbe in una famiglia operaia di sentimenti socialisti, dai quali ricevette un'educazione improntata all'eredità politica del Governo Popolare dell'Azerbaigian. Tale esperienza storica, legata alle rivendicazioni autonomiste e alle riforme sociali del 1945, influenzò precocemente la sua adesione al marxismo-leninismo.
Già durante gli studi si distinse per l'attivismo politico, venendo segnalata alla SAVAK, la polizia segreta iraniana, per i suoi scritti critici verso il regime imperiale. Dopo il diploma, lavorò come insegnante in un villaggio rurale azerbaigiano.
Sebbene avesse promesso alla SAVAK che avrebbe cessato le attività politiche, continuò la sua agitazione politica sotto l'ala del fratello maggiore Behrouz Dehghani e del suo amico, il critico sociale iraniano Samad Behrangi. Alla fine degli anni '60, Dehghani si unì al fratello nell'Organizzazione delle Fedaie del Popolo Iraniano (OIPFG), diventando l'unica donna nel suo Comitato Centrale.
Arresto, detenzione ed evasione L'8 febbraio 1970 l'OIPFG lanciò il suo primo attacco contro lo Stato Imperiale con un assalto alla gendarmeria di Siahkal. In seguito all'attacco, le azioni rivoluzionarie aumentarono in Iran e la repressione della SAVAK si inasprì. Il 13 maggio 1971 Dehghani fu arrestata e condannata a dieci anni di prigione. Durante la detenzione nella Prigione di Evin, fu sottoposta a torture e abusi sessuali, esperienze che descrisse successivamente nelle sue memorie. La sua condotta durante gli interrogatori, caratterizzata dal rifiuto di collaborare e da una ferma resistenza psicologica, la rese un simbolo della lotta rivoluzionaria.
La prigionia rafforzò la sua convinzione che la rivoluzione sociale fosse inevitabile. Sviluppò anche un'analisi dell'autoritarismo dello Stato Imperiale, concludendo che il sistema era intrinsecamente debole poiché non riusciva a sopprimere il dissenso nemmeno attraverso la tortura. Osservando il diverso trattamento riservato alle detenute, trasse conclusioni sulla discriminazione di classe e di genere, sostenendo che le donne della classe operaia subivano un "doppio sfruttamento" e che attraverso la lotta di classe avrebbero potuto raggiungere, insieme ai loro compagni, la libertà e l'uguaglianza sociale.
Il 13 marzo 1973, fuggì di prigione vestita con un chador e riparò all'estero, rimanendo in esilio fino allo scoppio della Rivoluzione iraniana. Le sue memorie delle lotte in prigione, Torture and Resistance In Iran (Tortura e Resistenza in Iran), furono pubblicate l'anno successivo a Londra e vietate in Iran fino al 1979.;
La Rivoluzione del 1979 e la fondazione dell'IPFG Dopo la Rivoluzione la maggior parte dei membri dell'OIPFG decisero di abbandonare la lotta armata e di dare un sostegno critico alla neonata Repubblica Islamica, influenzati dalla linea "anti-imperialista" suggerita anche dall'Unione Sovietica attraverso il Tudeh. Fedele alla linea della minoranza di ultra-sinistra e considerando il governo di Khomeini un regime borghese non dissimile dal precedente, Dehghani contribuì a fondare i Guerriglieri Fedai del popolo iraniano (IPFG), un'organizzazione impegnata nel proseguimento della lotta armata contro il nuovo governo iraniano, con il fine di preparare le masse a una rivoluzione sociale e costruire resistenza all'intervento imperialista nel paese.
L'IPFG rappresentò, in quel periodo, l'unica organizzazione rivoluzionaria iraniana ad avere donne nel proprio comitato centrale. Sebbene il governo post-rivoluzionario li considerasse entità distinte dall'OIPFG, la persistente promozione della lotta armata da parte dell'IPFG fu utilizzata come pretesto per perquisirono i loro centri operativi e reprimerli entrambi.
Quando scoppiò la rivolta curda del 1979, la fazione guidata da Dehghani decise di aderirvi, combattendo al fianco del Partito Democratico del Kurdistan iraniano (KDPI) contro il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC). Nel giugno 1981 si unì alla lotta armata contro la Repubblica Islamica anche l'Organizzazione dei Mojahedin del Popolo dell'Iran (MEK).;
Con l'inasprirsi della repressione governativa nel 1980, molti membri del gruppo furono giustiziati o arrestati e l'organizzazione fu costretta alla clandestinità o all'esilio in Europa. I membri dell'IPFG rappresentarono il 20% degli arresti e delle esecuzioni da parte delle autorità. A causa della repressione del regime islamico e delle profonde scissioni ideologiche interne l'organizzazione cessò di esistere come entità unitaria e combattente.
Nel 2022 Dehghani, probabilmente in esilio in Europa, continua a risultare attiva, come testimonia il suo discorso del 10 ottobre 2022 pubblicato sul sito ufficiale IPFG, in cui esorta i "lavoratori consapevoli" a formare gruppi politico-militari armati per sostenere le proteste contro il regime islamico, criticando lo slogan "donna, vita, libertà" come deviazione dalle priorità operaie e promuovendo la lotta socialista.
Eredità ed impatto culturale Nelle proprie memorie Dehghani non si è limitata a descrivere le torture subite sotto il regime pahlavi, ma ha fornito una complessa analisi della politica iraniana. Nella prefazione alla sua autobiografia, l'IPFG ha indicato la sua "eroica resistenza" come un modello di coraggio per i rivoluzionari iraniani. Secondo la studiosa Hamideh Sedghi, la storia di Dehghani è stata a lungo trascurata sia dal mondo accademico che dai movimenti femministi, nonostante la sua unicità come figura politica anticonformista e militante.
Dehghani fu mentore di altre militanti, tra cui Roghieh Daneshgari, che la definì una combattente esemplare contro la monarchia. Sebbene le sue tattiche di guerriglia fossero difficilmente praticabili dalla maggior parte delle donne, la sua figura fornì un'importante immagine di ispirazione per diverse organizzazioni femminili sorte durante la Rivoluzione del 1979.
Tuttavia, il suo approccio al femminismo è stato oggetto di critiche: la storica Haideh Moghissi ha sostenuto che la visione di Dehghani è finita paradossalmente per accettare una presunta "debolezza intrinseca" delle donne, subordinando la loro liberazione esclusivamente alla riuscita della lotta di classe.
Note
Bibliografia
Ulteriori letture
ProQuest 1318406
JSTOR 45194310
ProQuest 8806329
JSTOR 41393782
ProQuest 3213911
ProQuest 27961218.
Altri progetti
Collegamenti esterni
Guerriglia Fedai del popolo iraniano