Il canone biblico è, nell'ambito ebraico e cristiano, l'elenco dei testi contenuti nella Bibbia, riconosciuti come ispirati da Dio e dunque sacri, normativi per una determinata comunità di credenti in materia di fede e di morale. La parola canone è la traduzione del greco κανών (kanon, letteralmente 'canna', 'bastone diritto'). Il termine in origine indicava un regolo, ossia una canna per misurare le lunghezze; da qui, già in greco, il significato traslato di regola, prescrizione, catalogo ufficiale, modello.
Tra le differenti religioni e confessioni religiose si trovano notevoli diversità sia sul modo d'intendere l'ispirazione della Bibbia, sia sulle effettive liste dei libri considerati "canonici". Esistono pertanto diversi canoni: canone ebraico, canone samaritano, canone cristiano cattolico, canone cristiano ortodosso, canone cristiano protestante, canone cristiano copto, canone cristiano siriaco, canone cristiano armeno.
Non sono accolti nei canoni ebraico e samaritano i libri relativi a Gesù identificati dai cristiani di comune accordo come Nuovo Testamento. Le chiese cristiane accettano come parte di quello che chiamano lAntico Testamento tutti i libri inclusi in quello che gli ebrei denominano con l'acronimo di Tanakh ma hanno diverse vedute sulla qualifica di canonici da dare eventualmente a certi altri libri.
I testi esclusi da una chiesa ma accolti da altre sono da essa chiamati "apocrifi".
Canone ebraico
Formazione Tanakh I libri che compongono il Tanakh (la 'Bibbia ebraica'), sono stati redatti nel periodo che va dal X secolo a.C. alla metà del II secolo a.C., in ebraico, la "lingua santa" (detta cioè Lashon haQodesh), e con alcune parti rese in aramaico, provenienti dalla tradizione orale sempre promulgata che ha preceduto la formalizzazione degli scritti.
Le modalità e le date di redazione dei testi biblici sono tuttora fonte di discussione fra gli studiosi, che hanno perlopiù ipotizzato che molti testi siano rimasti in forma orale per secoli e solo successivamente siano stati posti in forma scritta fondendo frammenti o documenti preesistenti (ipotesi documentaria) con le tradizioni orali. Solo in corrispondenza con il ritorno in Giudea dei deportati ebrei dall'esilio babilonese, si rivelò cruciale per il popolo d'Israele il passaggio dalla fase orale a quella scritta. Nel corso dei secoli i rabbini stabilirono il canone e il testo ufficiale dei libri che costituiscono oggi la Tanakh.Il canone ebraico fu definito solo nell'era cristiana, come dimostra la compresenza di libri canonici e apocrifi fra i manoscritti del Mar Morto. La definizione dovrebbe aver avuto luogo alla fine del primo secolo dopo Cristo, in un ipotetico "concilio" tenutosi in Palestina, a Jamnia nel 95 d.C., oggi non più riconosciuto dalla maggioranza degli studiosi, o ancora dopo. Per impedire il diffondersi di varianti testuali, causate da errori scribali di copiatura o da piccole divergenze (ad esempio cronologiche), documentate per esempio nei Rotoli del Mar Morto e nelle traduzioni antiche, svilupparono regole ferree che garantiscono la corretta copiatura dei manoscritti della Tōrāh e il continuo controllo su ogni singola lettera.
Apocrifi dell'Antico Testamento In parallelo alla redazione degli ultimi libri della Torah e nei primi secoli dell'era cristiana (all'incirca III secolo a.C. - III secolo d.C.), quando la comunità religiosa ebraica era relativamente stabile attorno al tempio di Gerusalemme ma anche nella fiorente diaspora nei vicini paesi del medio oriente, vennero composti un elevato numero di scritti attualmente noti come apocrifi dell'Antico Testamento.
La lingua di tali testi era l'ebraico (in questo periodo era una lingua usata solo nel culto liturgico), l'aramaico (la lingua "ufficiale" diffusa in un po' tutto il vicino oriente) e il greco (che costituiva la lingua franca all'interno della sfera ellenista, parlata in particolare dalle comunità giudaiche nella diaspora in Egitto). Il contenuto e/o l'attribuzione pseudoepigrafa di questi apocrifi era legato ai testi della attuale Tanakh.
Traduzione biblica dei Settanta La comunità degli Ebrei presente nella città ellenista di Alessandria d'Egitto tradusse i testi biblici in greco, la loro lingua vernacolare, in un lasso di tempo che va dal III secolo a.C. (Tōrāh) al I secolo a.C. (alcuni Scritti). Il nome col quale viene indicata la traduzione è Settanta, in riferimento al leggendario numero dei traduttori della Tōrāh come descritto dalla Lettera di Aristea. La versione ebbe una notevole fortuna tra gli Ebrei di lingua greca presenti non solo in Egitto ma nell'intero medio oriente: per essi, al pari dei loro correligionari palestinesi, l'ebraico rappresentava ormai solo una lingua morta (analogamente gli Ebrei della Terra d'Israele di lingua aramaica avevano composto i targumim).
La Settanta includeva anche diversi libri che non erano usati né nel culto ufficiale del tempio di Gerusalemme né in quello della sinagoga della diaspora. Per sottolineare la discrepanza numerica tra i testi contenuti nella Tanakh e nella Settanta tra gli attuali studiosi si parla solitamente di: canone palestinese o canone breve, includente i libri ebraico-aramaici della attuale Tanakh; canone alessandrino o canone lungo, includente oltre ai libri presenti nel canone palestinese anche altri testi contenuti nella Settanta.
Fissazione Fino al I secolo d.C. il Sinedrio non avvertì particolare urgenza nel definire chiaramente un canone dei testi sacri poiché i testi maggiormente usati nella liturgia ufficiale erano i cinque testi della Tōrāh e i Salmi. Per gli altri testi non erano necessarie particolari restrizioni o divieti ed il loro uso dipendeva dalla locale sinagoga. In molte sinagoghe della diaspora tuttavia la Settanta era parte integrante del culto, avendo affiancato ed a volte soppiantato la lettura dei testi in ebraico.
Tale nebulosa ma non problematica situazione mutò radicalmente in seguito al progressivo diffondersi del cristianesimo, nel corso del I secolo. La nuova religione, che nei primi tempi non era un'alternativa all'ebraismo ma ne sembrava una emanazione, adottava la traduzione della Settanta piuttosto che gli originali testi ebraici. La nascente Chiesa inoltre stava componendo e imponendo lentamente i Vangeli, nuovi testi affiancati nell'uso liturgico ai tradizionali libri di quello che cominciò a chiamare Antico Testamento, e le lettere di alcuni apostoli (soprattutto Paolo), anch'esse usate nella liturgia cristiana.
Queste novità spinsero il Sinedrio a fissare con chiarezza il canone biblico ebraico. In passato gli studiosi ritenevano che ciò fosse avvenuto verso la fine del I secolo d.C. Circa le circostanze di tale fissazione, molti studiosi contemporanei concordavano con lo storico giudeo-tedesco Heinrich Graetz, il quale nel 1871 ha ipotizzato che verso la fine del I secolo d.C. si sia svolto nella località palestinese di Jamnia (dicitura inglese; ebraico Yavneh o Yabneh; latino Iamnia) un vero e proprio concilio di rabbini farisei, con lo scopo di riorganizzare la comunità ebraica rimasta orfana del tempio di Gerusalemme, distrutto dai romani nel 70, e della guida della corrente religiosa antagonista dei sadducei, legati ad esso.
Contro la tesi di Graetz si sono espressi negli anni '60 gli studiosi Jack P. Lewis, Sidney Z. Leiman e molti altri, che hanno considerato quella del concilio come una mera ipotesi non documentabile con certezza dalle fonti. Secondo altri studiosi, infatti, "tutti gli indizi indicano che il canone ebraico era già chiuso al tempo di Gesù e dei suoi apostoli"Nuovo Dizionario Enciclopedico Illustrato della Bibbia, 2005 p. 164..
Giuseppe Flavio, circa 50 anni dopo la morte di Gesù e all'incirca al tempo del supposto concilio di Jamnia, scrive nel trattato Contra Apionem: "Presso di noi non si trovano miriadi di libri in contraddizione e in contrasto gli uni con gli altri ma solo 22 libri che descrivono tutto il corso del tempo; a buon diritto essi vengono considerati degni di fede. Ne fanno parte i cinque libri di Mosè [...] Dalla morte di Mosè ad Artaserse [...] i profeti post-mosaici hanno annotato gli eventi del loro tempo in 13 libri. Gli altri quattro libri contengono canti di lode a Dio [...] Anche per il tempo che va da Artaserse ad oggi ogni cosa è stata registrata, ma questa descrizione non gode della medesima credibilità di quello che precede, poiché è venuta meno la vera discendenza dei profeti." Giuseppe Flavio aggiunge che fino alla sua epoca i libri degli ebrei sono 22 e nessuno ha osato aggiungerne altri o toglierne alcuni (CtAp 1,8), ma non elenca i singoli libri, il cui elenco non è determinabile con sicurezza considerata anche la problematica dei libri doppi (tipi I e II Cronache).
Se le sue affermazioni sono vere si può affermare che al suo tempo il canone era già stato fissato e che comprendeva 22 libri (contro i 24 libri attualmente nella Bibbia ebraica). Interessante è il fatto che Giuseppe Flavio parla di un canone di tutti i giudei e non solo di una setta religiosa (per esempio i Farisei). I dati forniti da Giuseppe Flavio vengono confermati da 4 Esdra e dal filosofo giudeo Filone contemporaneo di Gesù (De vita contemplativa, 24).
Concludendo, le informazioni in nostro possesso indicano che il canone biblico ebraico potesse essere già definito intorno al I secolo a.C. nel quale sono definitivamente considerati testi sacri i testi della Tanakh, cioè Tōrāh (leggi toràh, legge), Nevi'im (leggi nevi'ìm, profeti) e Ketuvim (leggi ketuvìm, scritti). Questo terzo gruppo di testi in particolare venne considerato ispirato con maggiore difficoltà, dato che vi furono pareri discordanti tra le varie scuole rabbiniche (soprattutto per Cantico dei Cantici, Qoelet e Libro di Ester). A prescindere dalle varie ipotesi teologico-letterarie che si possono fare, un criterio empirico per l'accettazione dei testi come canonici fu la considerazione della lingua di composizione, cioè l'ebraico. Questo criterio però non dovette essere assolutamente risolutivo: il Siracide, sebbene pervenutoci in greco, era scritto originariamente in ebraicoAlcuni preziosi ritrovamenti archeologici nel XIX secolo ci hanno permesso di conoscere circa 2/3 dell'originale testo ebraico del Siracide., ma fu ugualmente considerato non canonico. Per questo testo evidentemente ha giocato un ruolo importante la paternità dell'autore, giudicato forse allora non sufficientemente autorevole.
Elenchi nell'antichità Il libro detto Siracide, composto tra il 180-175 a.C., offre la più antica elencazione dei testi biblici considerati allora canonici, seppure in maniera indiretta. Nella sezione detta "Elogio dei padri" (cc. 44-49) vengono esaltati personaggi della storia biblica di cui si narrano le gesta nei libri della Tōrāh e dei Nevi'im. Nei passi gli studiosi contemporanei vedono riferimenti rispettivamente a Salmi, Proverbi, Cantico dei cantici, Giobbe, Esdra-Neemia. Siracide cita in definitiva tutti i testi attualmente considerati canonici eccetto Rut, Ester, Daniele, e Qoelet.
Nel prologo dell'opera, aggiunto dal nipote dell'autore che ha tradotto il Siracide dall'ebraico al greco verso il 132 a.C. vengono menzionate esplicitamente per la prima volta le tre sezioni diventate poi tradizionali: "nella legge, nei profeti e negli altri scritti successivi" (linea 1); "la legge, i profeti e il resto dei libri" (linee 24-25). Si nota come la terza sezione non è definita con chiarezza, probabilmente per incertezze che già c'erano sull'accettazione della canonicità di alcuni di questi testi.