La strage di Montemilone, nota anche come episodio del Pozzo dei Briganti o Eccidio di Masseria Quinto, fu uno scontro armato avvenuto nel 1861 nel territorio di Montemilone (in provincia di Potenza), durante le prime fasi del brigantaggio postunitario italiano. L'evento si concluse con l'uccisione di numerosi componenti della banda del Sergente Romano e con l'occultamento dei loro corpi in un pozzo rurale, divenuto in seguito luogo di memoria storica.
Storia L'episodio si inserisce nel quadro delle operazioni di repressione del brigantaggio lucano e pugliese successive all'Unità d'Italia. Il comune di Montemilone, situato al confine tra la Basilicata (area del Vulture-Melfese) e la Puglia (Terra di Bari e Capitanata), rappresentava una zona strategica di transito. L'area, caratterizzata da masserie isolate e fitta vegetazione, era nevralgica per gli spostamenti delle bande che cercavano rifugio o tentavano di unire le forze operanti nelle due regioni. In quegli anni, la reazione contro il nuovo assetto unitario vide il formarsi di numerose bande armate. Le forze governative, spesso coadiuvate dalla Guardia Nazionale locale, risposero con dure campagne di repressione regolate in seguito dalla Legge Pica.
I protagonisti Pasquale Domenico Romano (Sergente Romano), ex sottufficiale dell'Esercito delle Due Sicilie e figura di spicco del brigantaggio pugliese. Romano spingeva spesso le sue incursioni verso il confine lucano per cercare collegamenti tattici con le bande del Vulture; Carmine Crocco, capo indiscusso delle bande del Vulture. L'obiettivo strategico dei briganti, in quel frangente, era unire la banda di Romano con quella di Crocco per creare un fronte comune più vasto contro le truppe regolari; Maggiore Giuseppe D'Errico, ufficiale della Guardia Nazionale, originario di Palazzo San Gervasio (1815-1882). Appartenente a una nota famiglia locale di orientamento liberale, ricevette l'incarico di organizzare la difesa del territorio tra Palazzo San Gervasio e Montemilone contro le incursioni delle bande di Crocco.
L'evento Il Maggiore D'Errico venne a conoscenza, tramite una rete di informatori, di un imminente incontro strategico pianificato nelle campagne appena fuori Montemilone, nei pressi della Masseria Quinto. L'obiettivo dei briganti era congiungere le forze di Romano con quelle di Carmine Crocco per sferrare attacchi coordinati. Le forze della Guardia Nazionale, sfruttando la conoscenza del terreno, tesero un agguato all'interno e nei pressi della masseria, sorprendendo i briganti prima che potessero organizzare una difesa efficace o completare il raggruppamento. Lo scontro a fuoco si risolse in un successo per le forze repressive. L'azione riuscì a sventare il previsto incontro tra i capibanda, causando la morte di numerosi briganti della banda di Romano.
Il Pozzo dei Briganti L'episodio è noto principalmente per il suo epilogo: i corpi dei briganti uccisi nello scontro furono gettati in un pozzo situato nei pressi della masseria, presumibilmente per sbrigare rapidamente le operazioni di sepoltura o come atto di spregio. Da allora, quel luogo ha preso il nome di "Pozzo dei Briganti".
Conseguenze e memoria L'episodio di Montemilone rese infruttuoso il tentativo di coordinamento operativo tra il brigantaggio pugliese e quello lucano. Il sito della Masseria Quinto e il "Pozzo dei Briganti" sono rimasti nella memoria collettiva locale come simbolo della violenza del periodo post-unitario. Il luogo è stato oggetto di censimento da parte del Fondo Ambiente Italiano (FAI) nella campagna "I Luoghi del Cuore".
Note
Bibliografia
Voci correlate Brigantaggio postunitario italiano Carmine Crocco Legge Pica Montemilone Pasquale Domenico Romano
Categoria:Storia della Basilicata Categoria:Montemilone