La guerra d'Iran, detta anche terza guerra del Golfo, ha preso avvio il 28 febbraio 2026 con un'operazione militare congiunta da parte di Stati Uniti e Israele contro obiettivi militari, civili, industriali, uffici politici e leader di comando in Iran.

All'operazione israeliana è stato dato il nome Ruggito del Leone (), mentre quella statunitense è stata denominata dal Dipartimento della Guerra Furia epica (in inglese Operation Epic Fury).

Israele e Stati Uniti hanno presentato la propria operazione come un attacco preventivo; l'Iran ha definito ciò un'aggressione illegale e non provocata, e in risposta ha dato avvio all'operazione Vera Promessa 4 (in farsi Va'de-ye Sadeq), con il lancio di missili e droni contro Israele, installazioni statunitensi e obiettivi industriali in tutti gli Stati arabi del Golfo Persico, chiudendo inoltre lo stretto di Hormuz provocando gravi conseguenze globali sui prezzi e sulla disponibilità di materie prime energetiche e derivati (crisi dello Stretto di Hormuz).

L’operazione israelo-statunitense è iniziata due giorni dopo la conclusione del terzo round di colloqui indiretti tra Stati Uniti e Iran, svoltosi a Ginevra con la mediazione dell’Oman, e pochi giorni prima dell’avvio del quarto round poi annullato a causa dell'attacco.

Il governo statunitense e lo stesso presidente Donald Trump, oltre ai temi già discussi nei colloqui indiretti di Ginevra poco prima del conflitto, sui quali gli Stati Uniti chiedevano concessioni all'Iran — ossia l'accordo sul programma nucleare e missilistico iraniano e la cessazione del sostegno dell'Iran ai gruppi armati regionali appartenenti al cosiddetto Asse della Resistenza — hanno fornito ulteriori chiarimenti ed obiettivi diversi e mutevoli riguardo alla guerra contro l'Iran: gli attacchi preventivi statunitensi sarebbero stati motivati dal piano di Israele di lanciare un'offensiva che avrebbe provocato ritorsioni da parte di Teheran, dalla necessità di fermare un'imminente minaccia iraniana, di distruggere le capacità missilistiche dell'Iran, di impedirgli di sviluppare un'arma nucleare, e per rovesciare il regime. Funzionari iraniani e diversi funzionari statunitensi hanno respinto le affermazioni secondo cui l'Iran si stava preparando ad attaccare per primo. L'Agenzia internazionale per l'energia atomica (AIEA) ha affermato che, sebbene l'Iran abbia un programma nucleare molto vasto e ambizioso, come rilevato dalle passate ispezioni saltuarie e incomplete fino al giugno del 2025, si sia ultimamente rifiutato di consentire ispezioni dei suoi siti danneggiati dopo la Guerra dei Dodici Giorni, e che in base alle loro valutazioni non vi erano prove di un programma strutturato per la costruzione di armi nucleari in corso.

I bombardamenti israeliani hanno preso di mira i massimi leader militari e politici iraniani, uccidendo, tra gli altri, la Guida Suprema dell'Iran Ali Khamenei, alcuni membri della sua famiglia e altre importanti figure del regime.

Contesto Le operazioni si collocano nel progressivo deterioramento dei rapporti geopolitici tra Iran e Israele e Iran e Stati Uniti, maturati all'interno della guerra per procura tra Iran e Israele, e tenendo contro anche nello specifico del rapporto geopolitico fra gli Stati arabi del Golfo Persico e l'Iran e del relativo conflitto strisciante fra sunniti e sciiti e fra arabi e iraniani in cui si inserisce l'Asse della Resistenza. Intensificatasi durante la guerra Israele-Hamas e durante il conflitto Israele-Hezbollah del 2023-2024, nei conflitti diretti del 2024, ed infine nella guerra dei dodici giorni del giugno 2025 e dopo gli attacchi statunitensi ai siti nucleari iraniani del 22 giugno e il cessate il fuoco del 24 giugno 2025, il confronto si sposta su due piani paralleli: da un lato la ricostruzione delle capacità strategiche iraniane; dall'altro il tentativo, poi fallito, di riaprire un canale negoziale.

Il Programma nucleare iraniano, la condanna ONU del 2007, l'accordo del 2015, l'uscita degli Stati Uniti dall'accordo nel 2018 e la guerra del 2025

La disputa sul programma nucleare iraniano costituisce da anni uno dei nodi principali del contenzioso.

Le attività nucleari dell'Iran rimasero per lo più clandestine fino al 2002, quando i dissidenti rivelarono l'esistenza di impianti non dichiarati a Natanz, dov'era presente un sito di arricchimento dell'uranio, e ad Arak, dov'era invece presente un reattore ad acqua pesante. Ciò scatenò una crisi internazionale. Sotto pressione internazionale, alla fine del 2003 l'Iran accettò di sospendere l'arricchimento e firmò il Protocollo aggiuntivo dell'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (AIEA), nel contesto di un negoziato con tre Paesi dell'UE (Regno Unito, Francia e Germania). Tuttavia, questi limiti volontari crollarono nel 2005, dopo l'elezione di Mahmoud Ahmadinejad, e l'Iran riprese l'arricchimento, portando il Consiglio dei governatori dell'AIEA a dichiarare il Paese inadempiente e il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite a imporre definitive sanzioni e l'embargo con la Risoluzione 1747 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite del 2007. Per tutta la seconda metà degli anni 2000, Teheran ampliò costantemente la sua capacità di arricchimento, inclusa la costruzione segreta dell'impianto di arricchimento sotterraneo di Fordow, rivelata nel 2009, e continuò ad accumulare uranio a basso arricchimento.

Una svolta diplomatica arrivò nel 2015, quando l'Iran e il gruppo P5+1 (i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite - Cina, Francia, Russia, Regno Unito, Stati Uniti - più la Germania) e l'Unione europea, raggiunsero finalmente l'accordo sul nucleare iraniano. Questo accordo impose rigidi limiti al programma nucleare iraniano, limitando l'arricchimento dell'uranio al 3,67% di Uranio-235, riducendo le scorte di uranio arricchito a 300 kg, in cambio l'Iran non sarebbe più stato in grado di accedere alla bomba atomica. Per monitorare e verificare il rispetto dell'accordo da parte dell'Iran, l'Agenzia internazionale per l'energia atomica (AIEA) avrebbe avuto regolare accesso a tutti gli impianti nucleari iraniani. Le sanzioni vennero quindi rimosse nel gennaio 2016.

Tuttavia, nonostante l'Iran fosse pienamente conforme all'accordo, come confermato dagli ispettori dall'AIEA, nel 2018 gli Stati Uniti con Donald Trump si ritirarono unilateralmente dall'accordo riattivando le sanzioni contro l'Iran, accusando il regime iraniano di essere il principale sponsor del terrorismo che alimenta conflitti in tutto il Medio Oriente, chiedendo inoltre la cessazione del programma missilistico iraniano e la loro esportazione, la fine del sostegno all'Asse della Resistenza e delle politiche regionali aggressive, in particolare alla Siria di Assad e il finanziamento a milizie considerate organizzazioni terroristiche da parte degli Stati Uniti e da altri Paesi ovvero Hezbollah in Libano, Hamas in Palestina, le Forze di Mobilitazione Popolare in Iraq, gli Huthi in Yemen, i Talebani in Afganistan e Al Qaida (nonostante l'Iran abbia sempre affermato di non avere mai fornito alcun finanziamento a quest'ultime due organizzazioni).

L'Iran negli anni successivi iniziò a riprendere il programma nucleare, incluso l'arricchimento dell'uranio oltre i limiti stabiliti dall'accordo, sostenendo che le sue azioni fossero in piena conformità con il paragrafo 36 dell'accordo sul nucleare, che definisce il meccanismo di risoluzione delle controversie, e che stabilisce che, qualora una delle parti violi l’accordo e imponga sanzioni, l’Iran ha diritto a ridurre parzialmente o totalmente i propri impegni riguardo all'accordo sul nucleare.

Il 22 gennaio 2023, l'AIEA riporta che l'Iran aveva accumulato abbastanza uranio arricchito al 60% da poter produrre materiale fissile per diverse armi nucleari nel caso fosse stato ulteriormente arricchito fino al 90%, e che tali scorte erano 18 volte (3.760,8 kg) oltre il limite autorizzato dall'accordo internazionale sul nucleare del 2015 (300 kg al 3,67% di arricchimento). Inoltre, nel sito nucleare iraniano di Fordow, gli ispettori hanno affermato di aver rilevato particelle di uranio arricchito all'83,7%, appena al di sotto del 90% necessario per produrre una bomba atomica. L’Iran dichiarò però che non stava producendo uranio a quel livello in modo stabile e spiegò che si trattava di fluttuazioni involontarie causate da una configurazione delle centrifughe. Dopo ulteriori controlli e analisi, il 30 marzo 2023 l’IAEA comunicò che le spiegazioni iraniane erano compatibili con i dati raccolti e che non aveva trovato prove di accumulo di uranio oltre il 60%, considerandosi quindi chiarito tale episodio. Dal rapporto risulta che l'Iran con le scorte già in suo possesso al 60% e 20% di arricchimento, è ora in grado di produrre una quantità sufficiente di uranio arricchito di grado militare per un'arma nucleare (WGU) in 12 giorni, in un mese arriverebbe a cinque armi nucleari, sette in due mesi e un totale di otto in tre mesi; con un tasso di produzione medio mensile di 9 kg di uranio altamente arricchito al 60% al mese.

A partire dal 2025, il programma nucleare iraniano è molto più avanzato rispetto a un decennio prima, essendosi ampliato significativamente sia in termini di portata che di scala. Nel giugno 2025, l'AIEA ha riscontrato che l'Iran non rispettava i suoi obblighi nucleari per la prima volta in 20 anni e che aveva già stimato che le scorte totali di uranio arricchito avevano superato i 9247 kg, e che quelle di uranio arricchito al 60% di purezza erano appena al di sotto della soglia per uso bellico, raggiungendo oltre 408 kg, quantità sufficiente per molteplici armi nucleari se ulteriormente arricchita e 45 volte superiore ai limiti previsti dall'accordo del 2015. L'Iran ha reagito inaugurando un nuovo sito di arricchimento e installando centrifughe avanzate. la risposta si ebbe con la guerra dei dodici giorni e gli attacchi statunitensi ai siti nucleari iraniani del 22 giugno 2025, ed affermando dapprima di aver del tutto annientato il programma nucleare iraniano, ma in seguito che il programma fosse stato rallentato solo di qualche mese, questo perché l'AIEA non era ancora stata in grado di verificare in modo completo lo stato delle scorte e degli impianti colpiti.

Il 28 agosto 2025, i membri dell'E3 — Francia, Germania e Regno Unito — hanno avviato il processo del meccanismo di snapback per la riattivazione delle sanzioni internazionali. Il 28 settembre 2025 l'ONU ha ripristinato le sanzioni e l'embargo a danno dell'Iran. L'Iran ha bollato il ripristino delle sanzioni come "Ingiustificabile", minacciando anche un proprio ritiro dal Trattato di non proliferazione nucleare e lo sviluppo di armi nucleari a scopo deterrente. Tuttavia, l'Iran ha in seguito affermato di non voler uscire dal trattato di non proliferazione nucleare e di potersi difendere anche senza armi nucleari.

Nel febbraio 2026 Reuters riferisce, sulla base di immagini satellitari e di analisi di esperti, che l'Iran sta riparando basi missilistiche colpite nella guerra del 2025, fortificando ingressi di tunnel e proseguendo lavori in siti sensibili come Parchin. Tali attività sono state descritte come parte del braccio di ferro con Washington, intenta a cercare un nuovo accordo sul nucleare, ma anche pronta a minacciare un'azione militare in caso di fallimento dei colloqui.

La crisi interna iraniana del 2025-2026

Tra la fine del 2025 e il gennaio 2026, l'Iran è investito da una nuova ondata di proteste, inizialmente innescata dal crollo del riyal, dall'inflazione e dal peggioramento delle condizioni economiche a causa delle sanzioni statunitensi, poi estesasi a una contestazione politica più ampia. Reuters riporta dapprima decine di morti, poi centinaia e quindi migliaia di vittime secondo fonti diverse e non sempre verificabili in modo indipendente, mentre le autorità accusano reti legate a potenze straniere di alimentare il disordine.