La battaglia di capo Engaño fu l'ultimo dei quattro scontri principali che costituirono la battaglia del Golfo di Leyte nell'ottobre 1944. Rappresentò l'atto finale delle operazioni aeronavali giapponesi basate su portaerei durante la seconda guerra mondiale.

Contesto e strategia dell'esca Il piano giapponese Shō-Gō 1 assegnava alla "Forza del Nord" dell'ammiraglio Jisaburō Ozawa un ruolo sacrificale. Con le sue portaerei ormai quasi prive di piloti esperti, Ozawa doveva fungere da esca per attirare a nord la potente Terza Flotta dell'ammiraglio William Halsey, allontanandola dalle spiagge di sbarco di Leyte.Millot, p. 751

Halsey, influenzato dai rapporti dei suoi piloti che descrivevano la Forza Centrale di Takeo Kurita come "neutralizzata" dopo la battaglia del Mar di Sibuyan, decise di inseguire Ozawa con tutte le sue forze disponibili, lasciando lo stretto di San Bernardino completamente privo di protezione.Petacco, p. 192

Lo Scontro La battaglia si sviluppò come un prolungato martellamento aereo iniziato all'alba del 25 ottobre 1944. L'ammiraglio Marc Mitscher, a bordo della USS Lexington, coordinò gli attacchi della Task Force 38 che si susseguirono con una precisione metodica, sfruttando la quasi totale assenza di opposizione aerea nemica.Millot, p. 754

Alle ore 08:00, la prima ondata composta da 180 velivoli colpì la squadra di Ozawa. La difesa giapponese, ridotta a una manciata di caccia Zero, fu spazzata via in pochi minuti. La portaerei leggera Chitose fu centrata da numerose bombe che ne squarciarono lo scafo sotto la linea di galleggiamento; nonostante i tentativi di contenimento, la nave affondò alle 09:37. Contemporaneamente, un siluro colpì la portaerei di squadra Zuikaku, ammiraglia di Ozawa, recidendo i cavi di comunicazione radio e costringendo l'ammiraglio a trasferire il comando sull'incrociatore Oyodo.Morison, p. 285

La seconda ondata, giunta intorno alle 10:00, si concentrò sulla portaerei leggera Chiyoda e sull'incrociatore Tama. La Chiyoda fu colpita duramente da bombardieri in picchiata, perdendo propulsione e rimanendo immobilizzata in balia delle onde. Mentre la battaglia infuriava, l'incrociatore Hyuga tentò di fornire fuoco di sbarramento contraereo, ma le innovative tattiche americane di attacco coordinato tra aerosiluranti Avenger e bombardieri Helldiver resero vani i tentativi di difesa.Smith, p. 317

Tra le 13:00 e le 15:00 si scatenarono la terza e la quarta ondata, le più devastanti. La Zuikaku, che era riuscita temporaneamente a mantenere la rotta, fu circondata da decine di aerei. Colpita da almeno sette siluri e nove bombe, la nave fu scossa da esplosioni interne cataclismatiche. Alle 14:14, l'ultima portaerei sopravvissuta all'attacco di Pearl Harbor si capovolse e affondò. Pochi minuti dopo, la portaerei leggera Zuiho, martoriata da colpi incessanti che ne avevano reso inservibile il ponte di volo già dal mattino, soccombette a una serie finale di siluri che ne spezzarono la chiglia.Petacco, p. 195

Nonostante il ritiro della maggior parte degli aerei americani nel tardo pomeriggio, Halsey ordinò a un gruppo di incrociatori sotto il comando del viceammiraglio DuBose di finire le unità nemiche rimaste indietro. La quinta e sesta ondata aerea servirono principalmente a disperdere i cacciatorpediniere di scorta.

Alle 16:25, gli incrociatori pesanti USS Wichita e USS New Orleans, insieme agli incrociatori leggeri USS Santa Fe e USS Mobile, intercettarono la Chiyoda. La nave giapponese, sebbene ormai un relitto in fiamme, non fu fatta evacuare e affondò sotto il fuoco dei cannoni americani con tutto l'equipaggio a bordo.Thomas, p. 150 Nella ritirata notturna, il cacciatorpediniere Hatsuzuki ingaggiò un'eroica azione ritardatrice contro la forza di DuBose, venendo affondato ma permettendo al resto delle navi di Ozawa di fuggire verso nord.Millot, p. 762

Conseguenze La battaglia di capo Engaño non fu solo una sconfitta materiale, ma la dimostrazione definitiva del superamento del piano strategico giapponese. La Forza del Nord aveva adempiuto al suo compito di esca, ma l'incapacità di Kurita di sfruttare il varco nello stretto di San Bernardino rese inutile il sacrificio delle portaerei nipponiche.Petacco, p. 210 Da questo momento, l'Impero Giapponese rinunciò formalmente a ogni tentativo di scontro navale convenzionale, accelerando la transizione verso la strategia del Tokkotai (corpo d'attacco speciale), che avrebbe caratterizzato le successive battaglie di Iwo Jima e Okinawa.Thomas, p. 155

Il comportamento di Halsey rimane uno degli episodi più controversi della storia militare statunitense. Analisi successive hanno evidenziato come l'ammiraglio fosse vittima di quella che gli psicologi militari chiamano "visione a tunnel": era così ossessionato dalla distruzione delle portaerei nemiche da ignorare i chiari segnali che la vera minaccia risiedesse nella Forza Centrale di Kurita.Morison, p. 293 La Task Force 34, che avrebbe potuto facilmente distruggere Kurita se lasciata a guardia dello stretto, fu invece trascinata a nord in una caccia a navi ormai prive di aerei, lasciando i "gusci di noce" della Task Unit 77.4.3 (Taffy 3) a subire l'urto delle super-corazzate giapponesi a Samar.Smith, p. 325

Note

Categoria:Battaglie navali della seconda guerra mondiale Categoria:Battaglie della seconda guerra mondiale che coinvolgono gli Stati Uniti d'America Categoria:Battaglie della seconda guerra mondiale che coinvolgono il Giappone