La colonia genovese di Tabarca fu un insediamento mercantile e militare fondato dalla Repubblica di Genova sull'isola di Tabarca, di fronte alla costa tunisina, attivo dal 1543 al 1741.

Gestita dalla famiglia aristocratica dei Lomellini, la colonia fu per due secoli il più importante avamposto e bastione cristiano nel Mediterraneo occidentale, nonché il principale centro europeo per la pesca del corallo. La sua caduta, seguita dalla schiavitù di centinaia di coloni e dalla diaspora che ne conseguì, diede origine a comunità tabarchine che sopravvivono tuttora in Sardegna e in Spagna.

Origini e contesto geopolitico Nel 1543, Francesco Lomellini e Francesco Grimaldi ottennero dall'imperatore Carlo V la concessione per la pesca del corallo nell'isola di Tabarca. La concessione rispondeva alla precisa logica strategica della corona spagnola per cui l'isola dovesse fungere da avamposto di osservazione contro le reggenze barbaresche e l'Impero Ottomano. I Grimaldi si ritirarono presto dall'impresa, lasciando ai soli Lomellini il controllo esclusivo della colonia.

I Lomellini erano una delle ventotto casate che, dopo la riforma costituzionale di Andrea Doria del 1528, costituivano il sistema degli Alberghi della nobiltà genovese. Avevano accumulato immense ricchezze attraverso il banco di famiglia e le attività marinare, disponendo quindi della base finanziaria e istituzionale necessaria per sostenere un'impresa coloniale di lunga durata (per esempio un Lomellini fu l'ultimo podestà della colonia genovese di Pera, caduta in mano ottomana poco successivamente a Costantinopoli).

Organizzazione economica e politica Tabarca misura circa ed era geograficamente ideale per un presidio militare: la sua forma a cono, con un lato a picco sul mare aperto e un pendio più addolcito verso la terraferma, ne faceva fortezza naturale. Un istmo sottomarino di sabbia la collegava alla costa africana, permettendo in certi periodi dell'anno un passaggio a piedi, il che facilitava i traffici con le popolazioni locali per l'acquisto di grano, cuoio e cera. L'isola non era però coltivabile, rendendo la colonia totalmente dipendente dalle importazioni alimentari dalla Liguria o dall'Africa. Nei periodi di lungo assedio la città-roccaforte veniva rifornita di derrate solo grazie all'intervento della flotta genovese.

Governo e organizzazione sociale La colonia era retta da un Governatore nominato dai Lomellini, che prestava giuramento davanti al doge ed all'ambasciatore spagnolo a Genova (necessario per avere il favore Imperiale nel governo). Il Governatore era affiancato da un consiglio di sette ufficiali con deleghe specifiche che coprivano il bilancio, il monopolio commerciale, la logistica navale, l'approvvigionamento alimentare, il benessere sociale, le relazioni diplomatiche e la cancelleria. In tutto, l'apparato burocratico contava circa venti responsabili.

La popolazione oscillava tra gli 800 e i abitanti. Il controllo sociale si poteva definire capillare poiché i matrimoni dovevano essere autorizzati dal Governatore a limitare la crescita demografica e gli abitanti in soprannumero o non più idonei al lavoro venivano rimpatriati forzatamente in madrepatria.

Economia Il pilastro economico era la pesca del corallo. Nel XVII secolo Tabarca era divenuta la più ricca stazione di pesca del Mediterraneo, con una flotta di circa 40 imbarcazioni dette "coralline", ciascuna con un equipaggio di otto uomini. Il corallo, una volta lavorato a Genova o Livorno, veniva esportato verso i mercati dell'India (Coromandel, Bengala, Surat) in cambio di diamanti greggi e spezie. Il valore annuo del pescato si aggirava intorno ai genovini, profitti che i Lomellini investivano tra l'altro nella costruzione di palazzi barocchi e nel restauro di chiese come la Santissima Annunziata del Guastato. La corona spagnola riceveva la quinta parte del corallo pescato come realità.

Tabarca era inoltre un nodo commerciale con le tribù tunisine e algerine. I genovesi acquistavano grano, orzo, cuoio (tra le e le cuoia l'anno), cera, miele e bestiame. In cambio esportavano panni di lana, armi e polvere da sparo, nonostante i divieti formali delle autorità musulmane.

Altre caratteristiche Il sistema difensivo era notevole: un castello sul punto più alto dell'isola con 30 cannoni e una guarnigione capace di ospitare fino a soldati, una batteria di cannoni a livello del mare a protezione del porto, una torre ottagona a metà isola e un muraglione lungo la spiaggia verso la terraferma. Le cisterne per l'acqua potabile erano integrate nelle mura, garantendo l'autonomia in caso di assedio. La colonia disponeva anche di una chiesa parrocchiale, una cappella dedicata a San Rocco e un ospedale da 100 posti letto.

La presenza religiosa fu strutturata fin dal 1597, quando Papa Gregorio XIII inviò frati Agostiniani e Cappuccini con il doppio compito di assistere spiritualmente i coloni e operare per il riscatto degli schiavi cristiani. Nel 1624 Urbano VIII istituì una missione formale in Tunisia, e nel 1636 la Sacra Congregazione di Propaganda Fide affidò stabilmente la custodia della missione ai frati della provincia di Genova. Nel 1652 la missione si trasferì parzialmente a Tunisi per assistere gli schiavi nei "bagni" della Reggenza.

Rivalità con la Francia, declino e fondazione di Carloforte

Il XVII secolo fu segnato dalla crescente rivalità con gli insediamenti francesi di Capo Negro e del Bastione di Francia. Nel 1633 il capitano francese Sanson Napollon attaccò Tabarca con l'intenzione di scacciare i genovesi, ma la guarnigione locale respinse l'assalto. Trattati del 1652 e del 1666 tentarono di regolare la pesca e il commercio tra le due nazioni. Parallelamente, le lotte intestine della Reggenza di Tunisi e le guerre contro Algeri rendevano instabile la sicurezza della colonia, costringendo i Lomellini a continue trattative e pagamenti ai poteri locali.

All'inizio del Settecento il modello economico mostrò segnali di crisi: l'eccessivo sfruttamento dei banchi coralliferi ne aveva ridotto la produttività, i costi di mantenimento crescevano e la Spagna diveniva sempre più inadempiente. Tra il 1719 e il 1729 i Lomellini cedettero la gestione in subaffitto ad altre casate genovesi come i Durazzo e i Cambiaso, senza ottenere risultato alcuno.

Una parte della popolazione decise di cercare una nuova terra. Nel 1737 una delegazione guidata da Agostino Tagliafico trattò con il re di Sardegna Carlo Emanuele III di Savoia la concessione dell'Isola degli Sparvieri (oggi San Pietro). Il 17 aprile 1738 circa 500 coloni vi approdarono fondando la città di Carloforte.

La caduta di Tabarca, la schiavitù e le nuove colonie Nel 1741 il Bey di Tunisi Ali Pascià, approfittando dell'assenza della flotta peschereccia, invase l'isola con uomini. Circa 900 tabarchini furono catturati e ridotti in schiavitù, deportati a Tunisi e venduti nei mercati locali. Si attivò una vasta rete diplomatica internazionale per il riscatto: vi parteciparono Papa Benedetto XIV, Carlo III di Spagna e il re di Sardegna. Il capitano della Regia Marina Sarda Giovanni Porcile riuscì nel 1750 a liberare 121 schiavi attraverso complesse trattative. Gli schiavi liberati portarono con sé a Carloforte il culto della Madonna dello Schiavo, divenuta simbolo dell'identità rinata collettività tabarchina.

L'epopea della colonia continuò con altri due insediamenti. Nel 1768 un ultimo gruppo di schiavi riscattati grazie a Carlo III di Spagna fu trasferito sull'isola di San Pablo, vicino ad Alicante, rinominata Nueva Tabarca nel 1770. Nello stesso anno un altro nucleo di ex schiavi si stabilì sulla punta settentrionale dell'isola di Sant'Antioco, fondando Calasetta, orientata maggiormente verso l'agricoltura e la viticoltura.

Nella notte tra il 2 e il 3 settembre 1798, una flotta di corsari tunisini attaccò Carloforte: oltre 900 abitanti furono catturati e portati a Tunisi. La prigionia durò fino al 1803, quando un riscatto pagato da Carlo Emanuele IV liberò i sopravvissuti. Molti erano però morti di stenti o di vaiolo durante la detenzione. Il ritorno segnò la fine definitiva del pericolo barbarico su larga scala.

La lingua tabarchina L'eredità più viva della colonia è sicuramente il tabarchino, variante della lingua ligure che conserva strutture del genovese del XVI secolo integrate con prestiti stratificati: arabismi tunisini come cascà (cuscus) e sciscìa (copricapo), sardismi come tanca (campo recintato) e angiónu (agnello), e castiglianismi soprattutto nella variante di Nueva Tabarca. Oggi il tabarchino è parlato regolarmente dall'86% della popolazione di Carloforte, rendendolo la varietà linguistica tradizionale più diffusa in Sardegna nel proprio territorio storico. A Calasetta l'uso è più ridotto ma la lingua rimane un pilastro dell'identità locale. A Nueva Tabarca il dialetto si è estinto nel corso del Novecento.

Note

Bibliografia Federico Donaver & AA. VV., Storia di Genova, Dalle Origini ai giorni Nostri, Genova, Nuova Editrice Genovese, 2017. C. BITOSSI, Per una storia dell’insediamento genovese di Tabarca. Fonti inedite (1540-1770), in «Atti della Società Ligure di Storia Patria», n.s. 37/2 (1997), pp. 215-278. T. BRUNA, I pegliesi di Tabarca e la colonia di Carloforte. Appunti storici, Sestri Ponente, Tipografia commerciale, 1899.

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