Loratorio di San Michele è un edificio religioso di Padova del XIV secolo che ospita al suo interno una cappella completamente affrescata da Jacopo da Verona, il cui ciclo pittorico ruota attorno alla vita della Vergine. L'attuale oratorio viene costruito sopra l'antica chiesa di San Michele di VII secolo, intitolata in origine ai Santissimi Arcangeli, distrutta nel 1390. Dal 2021 è inclusa dall'UNESCO tra i patrimoni dell'umanità nel sito dei cicli di affreschi del XIV secolo di Padova.

Storia Origini La prima attestazione documentaria della chiesa risale al 970, in un atto che elenca le proprietà del monastero di Santa Giustina.G.P. Brogiolo, M. Ibsen (eds.), Corpus Architecturae Religiosae Europeae (saec. IV-X). Vol. II. Italia I. Province di Belluno, Treviso, Padova, Vicenza. Schede di A. Colecchia, E. Napione, E. Possenti, Zagreb 2009, vol. 2, pp. 107-109

Esistono diverse ipotesi sulla fondazione dell'edificio: una tradizione locale lo lega a un presidio bizantino antecedente alla distruzione longobarda di Padova del 602, nello stesso periodo si era diffuso a Ravenna il culto dei sette arcangeli; mentre l'intitolazione a San Michele suggerisce una possibile origine legata al culto longobardo della seconda metà del VII secolo, essendo il santo stato proclamato patrono d'Italia dopo la vittoria dei Longobardi sui Bizantini a Siponto nel 663.

Il sito della chiesa sorgeva originariamente all'esterno della cinta muraria romana, in un'area occupata da una necropoli, ciò è confermato dal ritrovamento di un cippo funerario in trachite riportante le misure di un sepolcro familiare.

Nelle vicinanze, scavi hanno rivelato la presenza di domus residenziali databili tra I secolo a.C. e I secolo d.C.

Nel 1255 la gestione della chiesa passa agli Agostiniani, per poi finire sotto il controllo della congregazione veneziana dei Cenobiti Camaldolesi dell'isola di Santo Spirito tra il 1479 e il 1656. Al complesso viene aggiunto un convento adiacente e il polo ecclesiastico viene integrato con la costruzione della sacrestia, del vestibolo e del campanile. Nel 1390 la chiesa subì gravi danni a causa di un incendio scoppiato durante gli scontri bellici tra Francesco II Novello da Carrara e gli Scaligeri. L'impianto originario dell'edificio, di forma rettangolare, viene così distrutto, per poi essere ricostruito con un orientamento diverso. Dopo la ricostruzione, completata nel 1397, la famiglia de Bovi decise di costruire una cappella dedicata alla Beata Vergine Maria aprendo un varco nella navata settentrionale della Chiesa. Mediante un’iscrizione su una lapide, collocata sul muro interno, di fronte all’ingresso della cappella, è possibile conoscere: la data di costruzione, 1397, il nome del committente, Pietro di Bartolomeo de Bovi e il nome dell’artista che affrescò la cappella, Jacopo da Verona. L’epigrafe commemorativa recita:

Nei secoli successivi il complesso passa sotto il controllo di importanti famiglie patrizie come i Mocenigo e i Pisani.

Le prime notizie sulla conservazione degli affreschi che decorano l’edificio si hanno solo nel 1792 quando venne deciso di scialbare le opere. Gli affreschi si conservarono nel loro luogo di origine solo grazie all’azione del nobile Tommaso Soranzo.

Dall'Ottocento Nel 1808 la struttura costruita dai de Bovi fu declassata ad oratorio e questo causò il suo declino fino alla definitiva chiusura al pubblico nel 1815. Tra il 1815 e il 1835, per decisione del proprietario Francesco Pisani, furono abbattuti il presbiterio, gran parte del muro settentrionale e porzioni della facciata, conferendo alla chiesa l'aspetto frammentario visibile oggi.

Per la riapertura al culto, nel 1871 l’edificio subì un completo restauro con diverse modifiche architettoniche. Venne demolita parte della navata principale della chiesa per creare una piccola abside e un giardino, venne aperto un ingresso nella cappella e rialzato e modificato il soffitto.

Gli affreschi della parte settentrionale e occidentale furono staccati e applicati su telai in legno a cavallo tra Ottocento e Novecento; solo negli anni settanta sono stati riposizionati su pannelli in alluminio da Ottorino Nonfarmale. La struttura è stata riaperta negli anni novanta e gli affreschi sono stati restaurati e riposizionati nell’oratorio grazie a dei telai inseriti nelle pareti. Il problema principale per la conservazione degli affreschi in loco era l’umidità di risalita che è stata eliminata grazie alla collocazione di una banda termica.

Nel 2000, su iniziativa dell’associazione padovana “La Torlonga”, l’oratorio fu riaperto al pubblico. La riapertura avvenne in occasione della mostra “Giotto e il suo tempo”. Dati i costanti problemi di umidità l’edificio, e con esso degli affreschi all’interno, è stato oggetto di un importante restauro finanziato dalla “Fondazione Cariparo” e ciò ha comportato un’ulteriore chiusura del sito. L’intervento, che si sarebbe dovuto concludere entro il 2015, è stato terminato nel 2018 grazie ai contributi raccolti tramite la procedura di Art Bonus, sito istituito dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali col fine di conservare il patrimonio culturale. Le donazioni hanno permesso il consolidamento della copertura dell’edificio, un lavoro di drenaggio dell’umidità, il lavaggio dei muri esterni, il rifacimento degli intonaci danneggiati e l’opera di scavo archeologico. L’oratorio, oggi regolarmente aperto al pubblico, è stato inserito nella lista dei monumenti di “Urbs Picta”, il Patrimonio Mondiale UNESCO.

Descrizione

La chiesa di San Michele è situata in Riviera Tiso di Camposampiero a Padova, vicino alla Torlonga (oggi torre della Specola)Stefano Tuzzato, Elisa Possenti e Gian Pietro Brogiolo, Il castello di Padova. Archeologia e storia,'Castelli del Veneto tra archeologia e fonti scritte', in Documenti di Archeologia, n. 38, Mantova, SAP Società Archeologica, 2005, p. 67 del Castello Carrarese fuori dalle mura più antiche della città.

L'edificio originario consisteva in un'aula rettangolare di dimensioni contenute (18mx9m), terminante in un abside rivolto ad est.

L'alzato antico della struttura è caratterizzato dall'ampio riutilizzo di materiali di epoca romana, ricavati probabilmente dalle vicine mura cittadine o da altri edifici di epoca romana. La facciata occidentale è costituita, nella parte inferiore, da blocchi squadrati in trachite euganea e laterizi romani sesquipedali legati da malta. Peculiare è la presenza anche di una lapide in pietra rosata, raffigurante un guerriero, incastonata nella muratura in corrispondenza della tamponatura di una delle due porte.Alexandra Chavarria e Gian Pietro Brogiolo, Architetture religiose a Padova alla fine dell'XI secolo, Padova e il suo territorio, Mantova, SAP Società Archeologica, 2011, pp. 69-73

Nella mappa del Valle, del 1784, la chiesa è raffigurata a pianta basilicale e abside poligonale, orientata in senso est-ovest.

Secondo le fonti scritte, l'edificio aveva funzione di chiesa con cura d'anime, legata al presidio bizantino presente a Padova nel VI secolo. A rafforzare questa ipotesi è il ritrovamento nei pressi della vicina Torlonga, durante un saggio nel 1996, di strutture appartenenti al castrum bizantino.

Affreschi

L'ambiente in cui opera Jacopo da Verona, risente a distanza di quasi un secolo di quelle ricerche di Giotto che avevano indelebilmente influenzato l'arte pittorica del Trecento. Si potrebbe collocare Jacopo da Verona nella scia dei pittori neogiotteschi. Ad oggi la sua unica opera certa è il ciclo di affreschi presente nella Cappella Bovi dell'oratorio di San Michele a Padova, datata 1397 ed l'ultimo esempio di pittura ad affresco nella Padova trecentesca. Il giudizio degli storici su Jacopo fin dall'inizio fu altalenante tra opinioni positive e negative. Da un lato il suo stile fu visto come mera imitazione dei grandi maestri del suo tempo; dall'altro si è vista l'originalità nella sua narrazione piacevole e fluente, che sa evocare scene di origine sacra, in un contesto ambientale vicino allo spettatore del tempo; nella raffigurazione di una quotidianità di azioni; e nella resa di particolari familiari e cronachistici.

Formazione e influenze stilistiche Gran parte della critica ha evidenziato stretti legami con il pittore veronese Altichiero fino al punto di pensare che Jacopo fosse stato un suo discepolo e che avessero lavorato assieme all’Oratorio di san Giorgio a Padova. Lo stile di Jacopo mostra rimandi ad altri pittori di cui poté ammirare le opere durante il soggiorno a Padova: Giusto de’ Menabuoi e Jacopo Avanzi, con il quale spesso Jacopo da Verona venne confuso.

La bravura stilistica di Jacopo da Verona sembra risiedere nel condensare l’insegnamento dei grandi maestri della pittura del XIV secolo, quali Giotto, Giusto de’ Menabuoi, Altichiero e Jacopo Avanzi. Egli segna l’ultima “felice espressione figurativa del grande Trecento padovano”. Di Jacopo emergono come valori stilistici la grande abilità nella ritrattistica e un’interpretazione narrativa, vivace e affabile della vita quotidiana. L’aspetto più dibattuto, per un giudizio sullo stile di Jacopo, è quello relativo alla spazialità intesa nella rappresentazione prospettica di oggetti e ambienti interni e nella profondità visiva di quelli esterni.

Spazialità e prospettiva negli affreschi dell'Oratorio L’artista, dal punto di vista della spazialità, riprende le idee dell'Altichiero e del Menabuoi. Riferibile ad Altichiero è quindi l’idea di creare “una spazialità che investiva l’intera composizione", cioè una "dilatazione compositiva” ottenuta utilizzando strutture architettoniche per dare continuità narrativa. Ne è un esempio la scena dell’Annunciazione: gli ambienti nei quali si trovano la Vergine e l'Arcangelo sono uniti con l’interposizione di un loggiato ad archi trilobi. In questo stesso affresco, però, risalta una moltiplicazione inusuale dei punti focali tanto da rendere la scena “alterata ed instabile”. La composizione della scena richiama ancora sia l'arte di Altichiero, per l’effetto di “continuità visiva”, sia quella di Giusto de’Menabuoi, per la predilezione data alla dilatazione spaziale, ottenuta con fughe prospettiche che proiettano lo sguardo dell’osservatore verso il fondo. Ciò è ravvisabile nell'uso di corridoi o infilate di porte o scorci di stanze ai margini delle scene. Qui sta anche il limite di Jacopo che, pur evocando queste soluzioni prospettiche, pare più ancorato ad una conoscenza intuitiva della prospettiva e meno “aggiornato sui principi matematici e geometrici” scoperti nell'ambito ricerche dell'università padovana. I singoli luoghi come il loggiato, il porticato, la stanza della Vergine e dell’angelo sono costruiti infatti con punti di fuga differenti. Questo si nota anche negli oggetti di arredo, i quali non si trovano sulle direttrici di uno stesso cono visivo. Pare di percepire una certa difficoltà da parte del pittore per la costruzione degli ambienti interni.

Tuttavia questo limite si nota meno nell'edicola esagonale della Pentecoste dove la struttura è più equilibrata e prospetticamente più corretta; e non lo si nota nemmeno nelle finte cornici che, grazie all'uso coerente della prospettiva e del chiaroscuro, sono illusionisticamente aggettanti.