Lavorò principalmente a Venezia, ricevendo incarichi anche presso le corti di Monaco di Baviera e Parma. La sua famiglia, considerata tra i fondatori della scuola scenografica veneziana, costituì una tradizionale officina familiare.
Biografia
Origini e famiglia Nacque a Venezia nel 1644, figlio di Teodoro Mauro. Le notizie biografiche su Domenico Mauro sono scarse a causa della limitata documentazione e dei frequenti casi di omonimia. Nei libretti delle opere in musica a cui presero parte, i membri della casata venivano inoltre spesso citati collettivamente come “fratelli Mauri’’ o “cugini Mauri’’, rendendo difficile distinguere i singoli percorsi artistici.La produzione scenografica di Domenico si affermò in stretta connessione con l’attività del fratello Gasparo, il quale strutturò la bottega familiare (comprendente anche il fratello Pietro) come una squadra di lavoro altamente specializzata in ogni aspetto dell’allestimento scenografico.Parallelamente all’attività teatrale, Domenico proseguì la tradizione di famiglia lavorando all’Arsenale di Venezia come “marangone”, ovvero falegname, e come “calafà”, addetto alla calafatura delle imbarcazioni, ossia a ristoppare le imbarcazioni proteggendole da infiltrazioni.Cfr. Gianluca Stefani, Nuovi documenti su Domenico Mauro e figli, in Illusione e pratica teatrale: atti del convegno internazionale di studi in onore di Elena Povoledo (Venezia, 16–17 novembre 2015), a cura di Maria Ida Biggi, Firenze, Le Lettere, 2016, p. 285.Oltre a Venezia, Domenico lavorò a Piacenza, Monaco, Torino, Parma, Milano e Pesaro. Tuttavia l’ingaggio in queste città non gli garantì una grande agiatezza economica; quindi, nonostante l’intensa attività in teatro, la professione ufficiale di Domenico Mauro rimase quella di «calafà dell’Arsenal».Ivi, p. 286.Il doppio impiego era comune tra gli uomini di teatro e consentiva di sbarcare il lunario; anche Mauro, pur ricoprendo incarichi prestigiosi di corte e collaborando con importanti teatri pubblici, mantenne entrambe le attività.Ibidem.Il 12 novembre 1662 Domenico Mauro sposò Pasqua Germini, detta Pasquetta, figlia di Gerolamo. Ebbero sei figli maschi, quattro dei quali raggiunsero l’età adulta: Girolamo Teodoro (1667), Antonio Giuseppe (1670), Alessandro Bonaventura (1674) e Gasparo Giacomo (1682). Ebbero inoltre tre figlie femmine, menzionate da Pasquetta nel suo testamento del 19 febbraio 1724 Cfr. Aurelia Ambrosiano, I Mauro e Antonio Vivaldi: nuove informazioni e spunti di riflessione, in «Studi vivaldiani», 18, 2018, pp. 3-39.: Giulia e Cornelia, entrambe sposate e residenti a Pesaro, e Angela, nubile, per la quale restava disponibile la dote. Carriera
La sua carriera appare proiettata verso le commissioni internazionali, rinunciando alla stabilità di un impiego presso i teatri marciani, come invece aveva fatto il fratello Gasparo. Tale inclinazione emerge già dal suo esordio, avvenuto in occasione della rappresentazione del Coriolano, dramma musicale del 1669 al Ducale di Piacenza con il compito di affiancare l’allora scenografo dei Grimani Ippolito Mazzarini.Quindi lavorò sia a Venezia che in altre città del Nord Italia, talvolta nell’azienda familiare e talaltra autonomamente. A partire dal 1672, negli atti di battesimo dei figli, Domenico Mauro viene indicato come pittore oppure con la doppia qualifica di “calafà” e “pittor”Cfr. Stefani, Nuovi documenti su Domenico Mauro e figli, cit, p. 287.. È probabile che da questa data si fosse dedicato prevalentemente alla realizzazione di scenari teatrali, mantenendo comunque il suo impiego di calafato all’Arsenale.Il suo nome è registrato nel libretto d’opera del 1673 della Costanza Trionfante di Cristoforo Ivanovich, messa in scena al San Moisè al fianco di Stefano Santurini. Nel 1678 Vincenzo Grimani lo inviò a Torino insieme a Pietro Mauro per allestirvi l’Eliogabalo di Aureli. Tuttavia, la rappresentazione non riscosse grande successo e i due scenografi non ricevettero l’intero compenso pattuito, tanto da dover sottoporre la questione a Madame Reale. Di conseguenza, le strutture sceniche realizzate per l’Eliogabalo furono successivamente smontate e dismesse.Cfr. Silvia Bracca, L’occhio e l’orecchio: immagini per il dramma per musica nella Venezia del ’600. Incisori, pittori e scenografi all’Opera con un repertorio dei libretti illustrati stampati in Laguna tra il 1637 e il 1719, Treviso, ZeL, 2014, p. 210.Nel 1685 fu invitato, insieme al fratello, alla corte di Monaco di Baviera per le nozze dell’elettore. Per tale circostanza gli fu commissionata la realizzazione delle scene del Servio Tullio Ambrosiano, I Mauro e Antonio Vivaldi, cit., p.21., anche se nel libretto dell’opera compare soltanto il nome di Gasparo.Nel 1689 si trasferì a Torino, sempre con il fratello Gasparo, per la messa in scena di Silvio, Re degli Albani e Leonida in Sparta Elena Povoledo, Mauro, in Enciclopedia dello spettacolo, vol. VII, Roma, Le Maschere, pp. 310-321.. Ricevette ulteriori incarichi per allestimenti spettacolari in occasione di feste di corte, tra cui quelle di Parma del 1690, celebrate per il matrimonio tra Odoardo II Farnese e Dorotea Sofia di Neuburg. In tali occasioni fece ricorso alla personificazione di concetti astratti, tradotti in figure allegoriche secondo l’iconografia codificata (ad esempio Virtù, Gloria, Fama o Gelosia), inserite entro ampi spazi scenici.Bracca, L’occhio e l’orecchio, cit., p. 216. Tali soluzioni presentano elementi che anticipano, in forma ancora non sistematica, alcuni aspetti della riforma prospettica elaborata da Ferdinando Galli da Bibbiena, già riscontrabili nelle scenografie del Didio Giuliano, dramma musicale rappresentato a Piacenza nel 1687.Ivi, p. 214.
Ultimi anni Tra la fine del Seicento e i primi anni del Settecento Domenico Mauro e i suoi figli lasciarono San Pietro e si trasferirono a San Martino. La loro presenza nella parrocchia è documentata dall’atto di matrimonio di Cornelia Mauro con Francesco Bon del 12 settembre 1703 e dall’atto di morte di Girolamo Mauro del 9 luglio 1707.Ambrosiano, I Mauro e Antonio Vivaldi, cit. p. 23. Dalla “redecima” del 1711, il catasto utilizzato nella Repubblica di Venezia per registrare proprietà e redditi, risulta che Domenico Mauro abitava in Corte dell’Albero, presso il Teatro Sant’Angelo e l’adiacente Casa del Teatro, in una dimora affittatagli da Domenico da Fausto Negri per 24 ducati annui già dal 1703.Stefani, Nuovi documenti su Domenico Mauro e figli, cit., p. 286.L’ultima produzione scenografica documentata della sua carriera di scenografo fu, con i figli Antonio e Alessandro, quella di quattro opere allestite al San Cassiano tra l’autunno del 1707 e il Carnevale 1708.Ormai anziano, malato e in condizione di semi povertà, Domenico Mauro morì il 28 febbraio 1712 «dà febre, et apoplesia». Nel certificato di morte il medico Zerlina specificò che da tre anni si trovava in stato comatoso con febbre persistente e che, dopo undici giorni di malattia, sopraggiunse la morte. La Divisione del Mondo La Divisione del mondo con testo di Giulio Cesare Corradi e musica di Giovanni Legrenzi venne messa in scena nel 1675 presso il Teatro Vendramin. Collaborò alla messa in scena anche il marchese Guido Rangoni, mentre Domenico Mauro si occupò dell’allestimento dello spettacolo, insieme a suo fratello Gasparo.Il melodramma narra della spartizione dei regni dell’universo da parte dei figli di Saturno, secondo cui a Giove toccarono il Cielo e la Terra, a Plutone l’Inferno e a Nettuno il Mare. I fratelli Mauro si occuparono di armonizzare il passaggio tra il grande spettacolo barocco, visibile nel prologo e negli intermezzi, e le ambientazioni dell’azione principale, dove il motivo centrale erano i sentimenti dei personaggi.Data la centralità degli affetti, l’area di scena viene ristretta con elementi tra le quinte o con l’uso di un “palcoscenico interno”. Nella scena collocata presso il palazzo di Apollo il palco viene tripartito per mezzo di colonne tortili, davanti alle quali si dispone una doppia fila di statue.All’inizio dello spettacolo le nuvole si muovono e creano la forma del leone di San Marco, incoronato come esaltazione di Venezia e della sua aristocrazia.Cesare Molinari, Le nozze degli dèi: un saggio sul grande spettacolo italiano nel Seicento, Roma, Bulzoni,1968, pp 145-147, 154. Periodo farnesiano
I fratelli Mauro già avevano lavorato per la corte dei Farnese nel 1669 Coriolano, di Francesco Cavalli, Teatro Ducale di Piacenza.; tale precedente, unito al successo che avevano già ottenuto a Monaco, li portò a ottenere anche questa commissione. In occasione delle nozze di Odoardo II Farnese con Dorotea Sofia di Neuburg, organizzate da Ranuccio II Farnese e celebrate il 17 maggio 1690, venne allestita una serie di spettacoli; per alcuni di essi Domenico Mauro collaborò con i suoi fratelli Gasparo e Pietro alla realizzazione delle scenografie. Per le scenografie degli spettacoli delle nozze i Mauro collaborarono con Ferdinando e Francesco Galli da Bibbiena e Stefano Lolli, creando macchine sceniche teatrali portentose, capaci di produrre voli, crolli, tuoni, venti, apparizioni, sparizioni ed effetti speciali.Il lavoro svolto da Domenico Mauro e i suoi fratelli in tale occasione venne documentato da un incisore poco noto, Antonio Verga, in due grandi fogli. Le rappresentazioni teatrali furono inaugurate da L’Idea di tutte le Perfezioni, seguita da L’Età dell’Oro e Teodolinda, tutte dotate di scenografie realizzate dai Bibbiena. La Gloria di Amore Il primo allestimento scenico affidato ai Mauro fu la realizzazione delle peote per La Gloria di Amore, naumachia inscenata presso la Peschiera del Giardino Ducale il 24 maggio 1690 Giuseppe Cirillo - Giovanni Godi, Il trionfo del barocco a Parma nelle feste farnesiane del 1690, Parma, Artegrafica Silva,1989, pp. 110.. L’impianto scenografico ligneo venne creato da Gasparo e Pietro a partire dall’ottobre-novembre 1689 e fu successivamente dipinto da Domenico. Il Teatro della Gran Peschiera era costituito da una gradinata ellittica che incorniciava lo specchio d’acqua, dotata di una loggia sostenuta da cariatidi che reggevano una cupola. Alle due estremità c’erano mura dotate di torri che saldavano la scenografia alle gradinate dove era collocato il pubblico e l’impianto scenico era collegato alla terraferma tramite ponti. Il tempietto centrale era decorato e aperto, così da consentire la visione della galleria prospettica nel fondale. Le imbarcazioni erano decorate con mostri marini, unicorni e cavalli squamosi.Tramite queste ultime, i Mauro diedero vita alle figurazioni narranti le dodici fatiche di Ercole, addobbando le prue con riproduzioni di Cerbero, della Cerva, delle Arpie, dell’Idra e del Centauro.Bracca, L’occhio e l’orecchio, cit., p. 213. Il Favore degli Dei