L'aristotipia ha svolto un ruolo assai importante, tra gli esperimenti in campo fotografico dek XIX secolo, diventando una sorta di tramite tra quello che viene considerato il periodo artigianale, seppure costituito da professionisti, e quello industriale, cioè la vera e propria produzione di massa di oggetti legati alla pratica fotografica novecentesca.
Come è noto, dalla seconda metà del 1800 la ricerca si orientò essenzialmente in due direzioni per catturare la luce: quella che privilegiava l'argento e quella che sperimentò altre soluzioni. Il problema che si trovò ad affrontare la fotografia fu soprattutto quello della perdita di contrasto (sbiadimento) e dell'ingiallimento delle immagini, dovute all'uso di sostanze di origine animale, come l'albumina, sebbene continuò ad essere usata fino alla fine del secolo.
Pertanto, se da un lato, si sperimentarono con successo procedimenti che non si affidavano all'argento con le descrizioni di Alphonse Poitevin nel 1855 e dei brevetti di John Pouncy nel 1858 che portarono, con successivi miglioramenti, a quelle che vennero chiamate oleotipia e stampa al carbone, tecniche ampiamente utilizzate dal fenomeno in rapida crescita del pittorialismo; dall'altro i chimici cercarono di escludere l'albume dell'uovo con altre sostanze, ma puntando sulla capacità del cloruro d'argento di catturare la luce attraverso l'annerimento diretto. Infatti, nonostante i vari tentativi che si svilupparono nell'arco degli anni Sessanta e Settanta, si deve a William De Wiveleslie Abney nel 1882 laver messo a punto il processo dell'aristotipia, parola derivata dal greco che significa "tipo perfetto".
Storia L'uso dell'argento è una tecnica antica, inventata da William Henry Fox Talbot con la creazione della carta salata nel 1833, ottenuta immergendo un foglio in acqua salata, una volta asciutto veniva immerso nel nitrato di argento, facendolo asciugare. In questo modo si formava cloruro di argento, sensibile alla luce.
Nel 1850 Louis Désiré Blanquart-Évrard ideò il procedimento della stampa all'albume che, oltre a sostituire la carta salata, divenne il prodotto commerciale più diffuso nella seconda metà dell'Ottocento. A differenza della carta salata, il processo avveniva in due fasi: il foglio s'immergeva in una soluzione composta dall'albume d'uovo, che costituiva il legante, con il cloruro di sodio. Una volta che i fogli si erano asciugati venivano impacchettati e venduti. La seconda fase era di competenza del fotografo che immergeva i fogli nel nitrato d'argento ottenendo perciò il cloruro d'argento, fotosensibile, pronto per lo scatto fotografico.
Blanquart-Évrard aprì una fabbrica a Lille, però la vera industria di albumina si sviluppò a Dresda. Infatti negli anni Ottanta, quando questo tipo di procedimento raggiunse il massimo, nella fabbrica tedesca "Vereinigte Fabriken photographischer Papiere" lavoravano 200 operaie addette alla creazione dei fogli all'albume. Si stimava che fossero molte migliaia le uova rotte, notte e giorno. Secondo il British Journal of Photography, in un articolo del 1861, definì la ricetta del Cheesecake come "uno dei più piacevoli sottoprodotti" della manifattura fotografica.
Con l'invenzione dell'aristotipia, strettamente legata al collodio umido, divenne molto popolare perché consentiva la produzione semi-industriale di fogli già sensibilizzati e pronti all'uso, riducendo il tempo necessario al fotografo nella preparazione prima dello scatto. Rispetto al collodio umido, infatti il fotografo poteva acquistare confezioni di fogli già pronti per l'uso, per qualità e sensibilità. L'aristotipia rispondeva all'esigenza fondamentale: perdita di definizione, contrasto e ingiallimento delle foto realizzate con componenti di origine animale, come l'albumina. Oltre a voler sottolineare la qualità dei nuovi supporti fotografici per qualità tonale e praticità.
A livello semi-industriale, la prima immagine si può datare al 1884, ma va precisato che mentre fino a quel momento era stata la gelatina ad aver avuto una funzione essenziale tenendo in sospensione uniforme i cristalli di cloruro d'argento, garantendo peraltro elasticità alla carta, nel 1886 venne introdotto, al posto della gelatina in funzione di legante, il collodio, grazie all'invenzione di Raphael Eduard Liesegang, che offriva stampe lucide e molto apprezzate nei ritratti, divenendo in breve la preferita per le carte de visite e le cabinet card.
Fino alla fine del secolo si continuò ad usare l'albumina, anche se ormai superata dalle nuove carte aristotipiche alla gelatina (chiamate "carta al citrato") e al collodio (chiamate "carta celloidine"), fornite a livello industriale. La novità, anch'essa introdotta negli anni Ottanta, fu il solfato di bario che veniva spalmato tra la carta e la gelatina (o il collodio) contenente il cloruro d'argento. In questo modo, la superficie fotografica diventava perfettamente liscia e lucida senza le crespature della carta, metodo utilizzato per le stampe a contatto, in cui l'immagine positiva aveva le stesse dimensioni del negativo. Questa novità determinò la produzione delle carte baritate in uso per gran parte del 1900.
In Italia, la carta aristotipica fu utilizzata in maniera prevalente nei laboratori fotografici sia professionali che amatoriali. Metodo che venne usato nelle commemorazioni e documenti ufficiali presso varie università e istituzioni. Malgrado l'uso decisamente diffuso fino al 1920 non ha avuto il riconoscimento nella cultura visiva che avrebbe meritato, diversamente dall'albumina, ad esempio. Anche negli atelier italiani i metodi ad annerimento diretto con gelatina e collodio convivessero con l'albumina fino alla fine del secolo. Tra gli italiani che usarono l'aristotipia si può citare Germano Bendelli (1829-1913), Lorenzo Rosetti (1857-1911), allievo quest'ultimo e collaboratore alla fine del XIX secolo di Giovanni Battista Unterveger, ma venne utilizzata anche dai Alinari e da Domenico Coppi, tra gli altri.
Inoltre, sia alle carte al collodio che quelle alla gelatina potevano venire aggiunti vari coloranti contemporaneamente allo strato di solfato di bario, finalizzati a contrastare il naturale ingiallimento della carta. Per questo motivo, le stampe finali vennero in genere virate all'oro per garantire una maggiore durata nel tempo. Fu possibile realizzare stampe più opache aggiungendo amido, silice o resine.
Il suo declino iniziò negli anni Venti del XX secolo con l'affermazione delle carte fotografiche al bromuro d'argento con l'innegabile duplice vantaggio: quello di una sensibilità molto maggiore cui corrisposero pose molto più brevi e la possibilità di ingrandire le foto da piccoli negativi (in particolare con la commercializzazione delle fotocamere con pellicole a rullo, già in vendita dalla Kodak fin 1891). Del resto, fin dal 1857, era stato inventato l'ingranditore a luce solare ad opera dell'americano David Acheson Woodward (1823-1909) e del tedesco Jacob Wothly (1823-1873), ma brevettato dal belga Désiré van Monckhoven nel 1863. Nei decenni successivi gli ingranditori vennero dotati di luce condensasta oppure di luce diffusa. L'aristotipo, vincolato alle stampe a contatto, non poteva competere. Tuttavia, non scomparve del tutto. Negli anni Trenta e Quaranta veniva utilizzato per stampe economiche, apprezzato per la sua brillantezza tonale.
Note
Bibliografia
Voci correlate Dagherrotipia Carta salata Calotipia Stampa al carbone Gomma bicromata Oleotipia e Bromolio Autocromia Foto istantanea Stampa fotografica
Collegamenti esterni
Categoria:Tecniche fotografiche