I galantuomini è la decima novella della raccolta novelle rusticane di Giovanni Verga. Viene composta nei primi mesi del 1882, quando Verga è impegnato a completare il disegno complessivo della raccolta. Il testo nasce dunque all’interno di un progetto già consapevole, volto ad approfondire l’analisi dei rapporti di potere e delle dinamiche di sopraffazione che regolano la società siciliana post unitaria.
La prima pubblicazione avviene sul Fanfulla della Domenica alla fine di marzo del 1882,G. Verga, Novelle rusticane, edizione critica a cura di Giorgio Forni - edizione nazionale delle opere di Giovanni Verga, Novara, Interlinea, 2016, p.XL dopo che l’autore aveva provveduto a rinviare l’uscita per evitare la contemporaneità con la novella Libertà, destinata alla rivista Domenica letteraria, Ivi p.XLII in un contesto di forte concorrenza tra periodici. Questo episodio testimonia il controllo attivo esercitato da Verga sulle modalità di diffusione dei propri testi e la sua attenzione alle dinamiche editoriali.
Successivamente, I galantuomini viene inclusa nella prima edizione delle Novelle Rusticane, pubblicata dall’editore Casanova tra il 1882 e il 1883.Ivi, p.XLIII La novella viene così integrata organicamente nella raccolta, rafforzandone la dimensione etico-sociale.Ivi p.XLVIII Nella ristampa del 1885 compaiono solo varianti minime, non riconducibili a una revisione diretta dell’autore.Ivi, p.LII Un nuovo intervento avviene invece in occasione dell’edizione definitiva del 1920, quando Verga riprende il testo sulla base della prima edizione Casanova, introducendo revisioni stilistiche che confermano la centralità della novella all’interno del progetto narrativo delle Novelle rusticane.Ivi, p.LX
Trama
La novella evidenzia come le disgrazie colpiscano in egual misura ricchi e poveri, smascherando l’illusoria superiorità dei “galantuomini”. Il caso è quello di Don Piddu, proprietario terriero che a causa della siccità affronta una malannata e, poiché «la malannata caccia ad ognuno il diavolo in corpo», egli finisce per litigare con Fra Giuseppe, frate questuante, dopo che quest’ultimo gli chiede la carità nonostante il raccolto disastroso. Accecato dalla rabbia, Don Piddu fa rovesciare sul frate l’acqua del guazzatoio. Offeso, il frate si vendica e, sfruttando la credulità popolare, diffonde la voce che la famiglia sia scomunicata, e indica ai missionari la casa di Don Piddu come quella di un peccatore. Parallelamente la situazione familiare si complica: la moglie si ammala, le figlie non riescono a maritarsi e si giunge al pignoramento della casa, evento che suscita scandalo e rompe il fidanzamento della figlia maggiore, Donna Saridda. Verga porta poi anche l’esempio di Don Marcantonio Malerba, anch’egli colpito dalla decadenza economica e costretto a lavorare come contadino, cercando di nascondere lo scandalo, mentre i suoi figli vivono nell’imbarazzo di dover chiedere prestiti. Un'analoga sventura colpisce Don Marco: un'eruzione del vulcano Etna minaccia una sua vigna. La lava distrugge tutto, cancellando i frutti del lavoro di una vita. La narrazione torna poi alla famiglia di Don Piddu: la figlia minore, Marina, intreccia una relazione con il ragazzo di stalla. Quando Don Piddu, durante gli esercizi spirituali tra galantuomini, sente diffondersi voci su tale relazione, si precipita a casa e sorprende la figlia con il garzone. Don Piddu è colto da una crisi profondissima, immaginando la rovina definitiva della sua famiglia e, rientrato al convento all’alba, si getta ai piedi del missionario per confessarsi. Nella conclusione, offerta dalle parole del missionario, emerge la morale della novella: le sventure che colpiscono i galantuomini sono le stesse dei «poveretti», ma i poveri, non sapendo scrivere, né avendo voce o protezioni, quando le disgrazie li travolgono o restano in silenzio o si sfogano rischiando di finire in carcere; i signori invece possiedono almeno il conforto di potersi sfogare, confessare, lamentarsi.
Personaggi Nella novella Giovanni Verga costruisce una galleria di figure che incarnano la complessità sociale e morale dell’universo rurale siciliano, mostrando attraverso di esse la fragilità delle gerarchie tradizionali e la crisi delle classi dirigenti locali. Don Piddu: rappresenta il galantuomo impoverito. Ostinato nel difendere il proprio titolo e l'onore familiare, si ritrova schiacciato dall’impoverimento e dall’onda del pignoramento. La scoperta della relazione clandestina della figlia Marina segna il punto più doloroso della sua decadenza morale e sociale.
Fra Giuseppe: un frate questuante che usa il proprio ruolo come strumento di pressione morale e sociale. È simbolo di una religiosità popolare distorta che, invece di confortare, crea sospetto e contribuisce alla rovina della famiglia di Don Piddu.
La moglie di Don Piddu: pur non essendo il fulcro narrativo, la sua condizione di salute precaria accentua la tensione drammatica della novella. La sua malattia coincide con il periodo del pignoramento, rendendo ancora più critica la situazione familiare.
Donna Saridda: la primogenita di Don Piddu, vede nel matrimonio con Don Giovannino l’unica via di salvezza sociale. È vittima della decadenza del proprio ceto: lo scandalo del pignoramento e le maldicenze del frate distruggono le sue possibilità.
Don Giovannino: pretendente di Donna Saridda, incarna la fragilità del codice d’onore borghese. Egli disposto a sorvolare sulla mancanza di dote, fugge però di fronte allo scandalo.
Donna Marina: figlia minore di Don Piddu, legandosi al ragazzo di stalla in una relazione clandestina, rappresenta il crollo definitivo del prestigio della famiglia.
Il ragazzo di stalla: personaggio secondario, ma necessario per mostrare la sovversione degli equilibri sociali.
Il missionario: è la figura conclusiva della novella. Egli riceve Don Piddu in confessione e dietro le sue parole si cela il messaggio morale della novella.
Don Marcantonio Malerba: è un galantuomo caduto in disgrazia che, costretto a lavorare come contadino, cerca di celare la sua condizione, mostrando però di non lasciarsi sopraffare dall’orgoglio di ceto, ma di adattarsi alla realtà con senso pratico.
Figli di Don Marcantonio Malerba: vivono nell’imbarazzo della situazione e sono costretti a chiedere prestiti, evidenziando la difficoltà di mantenere l’onore familiare di fronte alla povertà.
Don Marco: galantuomo, proprietario di una vigna distrutta dalla lava dell’Etna. Simboleggia la precarietà assoluta del possesso e del potere: la natura travolge ricchi e poveri allo stesso modo.
Tecnica narrativa Frammentarietà del racconto La novella I galantuomini appare come un testo volutamente frammentario: Verga combina materiali narrativi diversi - episodi concitati, massime morali, dialoghi, digressioni sociologiche - che non costruiscono un intreccio lineare, ma si tengono insieme grazie ai deboli legami analogici. Le storie di Don Piddu e Don Mancantonio Malerba non sono organizzate secondo un intreccio tradizionale, ma appaiono disseminate nel testo come exempla, quasi prove evidenti di verità morali generali. La vicenda di Don Piddu si incardina sulla massima secondo cui: «la malannata caccia ad ognuno il diavolo in corpo»; quella di Don Marcantonio è introdotta da un'altra sentenza che mette in relazione le due vicende: «almeno un povero diavolo, sinché ha le braccia e la salute, trova da buscarsi il pane» C. Musumarra (a cura di), Novelle rusticane di Giovanni Verga 1883 - 1983, letture critiche, Palumbo editore, c1984, p.139
Circolarità del racconto La novella è caratterizzata da una circolarità di fondo: le parole finali del missionario «Vedete, vossignoria, anche gli altri poveretti, quando gli succede la stessa disgrazia [...] stanno zitti perchè son poveri, e non sanno di lettera, e non sanno sfogarsi altrimenti che coll’andare in galera!» riprendono l’incipit, in cui Verga contrappone chi “sa scrivere” a chi “non sa di lettera” suggerendo che il presunto privilegio culturale dei galantuomini è fragile e ambiguo: «Sanno scrivere — qui sta il guaio. La brinata dell’alba scura, e il sollione della messe, se li pigliano come tutti gli altri poveri diavoli, giacchè son fatti di carne e d’ossa come il prossimo, per andare a sorvegliare che il prossimo non rubi loro il tempo e il denaro della giornata.» Il tema della scrittura si lega infatti a quello della morte: la scrittura è associata a una forma di controllo di sé che distingue i proprietari dai “poveri diavoli”. Il galantuomo sa frenarsi e dunque evitare il delitto, mentre chi “non sa di lettera” è privo di mediazioni e rischia di ricorrere all’unico linguaggio immediato che conosce, quello della violenza e della morte. Ivi p.140
Lessico e sintassi Il linguaggio adottato da Verga in I galantuomini si caratterizza per una forte aderenza alla realtà sociale dei personaggi, attraverso un uso realistico e diretto del parlato popolare, in bilico tra narrazione oggettiva e dialogo vivace.
Registro realistico e popolare Verga alterna la descrizione dei fatti a dialoghi in cui il parlato dei contadini e dei galantuomini è reso in modo verosimile, con espressioni colloquiali e colorite. «– Per questo ti pago, birbante! Ti pago a sangue d’uomo! Io mi dissanguo in spese di cultura...» (G. Verga, Novelle rusticane, edizione critica a cura di Giorgio Forni - edizione nazionale delle opere di Giovanni Verga, Novara, Interlinea, 2016, pp.139-140)
Qui il linguaggio trasmette l’ira e la frustrazione di Don Piddu in modo diretto e immediato, con termini vivaci (“birbante”, “a sangue d’uomo”) che enfatizzano la concretezza della situazione.
Uso della dialettizzazione del parlato quotidiano I dialoghi incorporano, forme linguistiche popolari, modi di dire e costruzioni tipiche del parlato contadino: « [...] colle mani in tasca e il naso dentro il bavero del cappotto; o giuocavano a tressette colla mazza fra le gambe e il cappello in testa.» (G. Verga, Novelle rusticane, edizione critica a cura di Giorgio Forni - edizione nazionale delle opere di Giovanni Verga, Novara, Interlinea, 2016, p.145) L’uso di “colla” invece di “con la” e di costrutti meno formali avvicina il lettore alla dimensione quotidiana e concreta della vita rurale.
Linguaggio descrittivo e sensoriale La narrazione alterna registri concitati e lirici, soprattutto nella descrizione di eventi catastrofici o emotivamente intensi, come l’eruzione dell’Etna: « [...] la montagna nera che si accatastava attorno alla vigna, fumando, franando qua e là, con un acciottolìo come se si fracassasse un monte di stoviglie, spaccandosi per lasciar vedere il fuoco rosso che bolliva dentro.» (G. Verga, Novelle rusticane, edizione critica a cura di Giorgio Forni - edizione nazionale delle opere di Giovanni Verga, Novara, Interlinea, 2016, p.146) Qui Verga utilizza immagini forti e sensoriali, metafore e similitudini, per rendere la drammaticità dell’evento e l’impatto emotivo sui personaggi.
Temi morali veicolati attraverso il linguaggio La narrazione incorpora sentenze e riflessioni morali che collegano il linguaggio al contenuto tematico: «Almeno un povero diavolo, sinché ha le braccia e la salute, trova da buscarsi il pane.» (G. Verga, Novelle rusticane, edizione critica a cura di Giorgio Forni - edizione nazionale delle opere di Giovanni Verga, Novara, Interlinea, 2016, p.144) Con questa espressione Verga mette in evidenza la condizione dei galantuomini rispetto ai «poveri diavoli».
Significato