Chiose filippine è la denominazione convenzionale di un complesso di glosse e annotazioni esegetiche alla Commedia di Dante Alighieri, tramandato dal cosiddetto "Codice Filippino", conservato presso la Biblioteca Oratoriana dei Girolamini di Napoli con la segnatura "CF 2.16" (in precedenza "4.20").
Autore Le Chiose non consistono in un commento unitario di attribuzione sicura: incerti o controversi anzi sono stati a lungo considerati datazione e luogo di allestimento, copista o postillatore del manoscritto e delle Chiose di cui esso è latore. «Unica informazione» non opinabile era ritenuta la presenza sul codice «dello stemma della famiglia Poderico (o Pulderico), di Napoli», donde l'ipotesi che primo possessore del codice e autore delle postille, o di uno "strato" di esse, fosse stato Lorenzo Poderico, per alcuni anni, fino alla morte nel 1358, «canonico e rettore dello Studio napoletano»,Lo "Studium" era istituzione tipica della formazione trecentesca: attivo e rinomato era altresì quello di Bologna.; oltre che consigliere di corte della regina Giovanna I.
Tale proposta è stata in seguito però variamente contestata da Mazzucchi, che le considera anepigrafe e adespote, e altri studiosi.
Le diatribe sull'autore Santoro nella voce della Enciclopedia Dantesca del 1970, riportava come dato più certo l'appartenenza del codice alla famiglia dei Poderico, «come risulta dallo stemma a piè della prima carta» ma non tout court come altrove la paternità delle Chiose in esso tramandate, che era stata attribuita a Poderico nel 1875 da Errico Mandarini.
La questione si interseca anche, come indicato dalla stessa voce della ED Treccani, con l'attribuzione delle chiose ad Andrea da Napoli, chiosatore «esegeta tre-quattrocentesco» della Commedia, effettuata da Zito nel 1850 e respinta da Mandarini nel 1897; per identificarne l'autore con Lorenzo Pulderico o Poderico, morto nel 1358.
Tale ipotesi era però confutata all'incirca nello stesso periodo dagli studi di Savj-Lopez e di Bellucci.
Jean-Paul Boyer, curatore della voce su Lorenzo Poderico per il Dizionario Biografico dell'Enciclopedia Treccani, ritiene conclusivi della querelle l'edizione e gli studi del 2002 e del 2020 di Andrea Mazzucchi in in e di Giancarlo Savino, in che al contempo definivano anche il carattere stratificato delle Chiose e la loro datazione.
Anche la presenza dello stemma di famiglia, ritenuta prova sicura almeno dell'appartenenza del codice ai Poderico se non della paternità di Lorenzo delle chiose, perse valore quando se ne accertò l'origine come un'apposizione successiva alla prima carta. Di tale parere è anche la studiosa delle miniature del Codice Filippino Alessandra Perriccioli Saggese.
La denominazione 'dei Girolamini' e 'dei Filippini': la Biblioteca La sovrapposizione delle definizioni dei Girolamini e dei Filippini che caratterizza la Biblioteca così chiamata è collegata alle sue origini: ai primi anni Ottanta del XVI sec. risale infatti l'arrivo a Napoli di Filippo Neri e dei suoi collaboratori, e al decennio successivo la costruzione della Chiesa detta "dei Girolamini", dacché così essi erano chiamati dalla prima sede romana della loro Congregazione, la Chiesa di San Girolamo della Carità.
A sua volta, anche la Biblioteca afferente allo stesso complesso monumentale prende da quest'ultimo il proprio nome. Altresì la qualificazione di Oratoriana o dell'Oratorio deriva alla Biblioteca e alle realtà ad essa connesse dalla congregazione di Filippo Neri.
I Fondi Il patrimonio librario della biblioteca fu inizialmente soprattutto orientato a testi di «Teologia cristiana, Filosofia, Chiesa cristiana in Europa, Storia della Chiesa, Musica sacra e Storia generale dell'Europa».
Dietro consiglio di Giambattista Vico, che ne era tra gli illustri frequentatori, nel 1727 i padri oratoriani acquisirono la collezione del colto bibliofilo napoletano Giuseppe Valletta costituita da «testi giuridici, filosofici, religiosi e lettera[r]i [tra cui] classici latini e greci, [...] edizioni rare del XVI e XVII secolo [e testi di] storia e filosofia».
Ad essi si aggiungono i «volumi del Fondo Agostino Gervasio, i cui testi trattano di archeologia, numismatica, bibliografia e letteratura classica, il Fondo Filippino, prevalentemente di storia ecclesiastica, sacre scritture e teologia [...] e i [...] volumi del Fondo Valeri che riguardano la storia di Napoli e dell'Italia meridionale».
La tradizione manoscritta delle Chiose La trasmissione delle Chiose filippine è affidata primariamente al ms. "CF 2.16" della Biblioteca Oratoriana dei Girolamini di Napoli; tuttavia, benché sia parte del Fondo Filippino e la sua determinazione di “Filippino” dipenda appunto dall’appartenenza del codice alla biblioteca dell’ordine dei Filippini, la provenienza antica del ms. "CF 2.16" non è del tutto chiarita: non compare infatti nel catalogo della Biblioteca dei Girolamini compilato tra il 1668 e il 1677 da Girolamo Basilicapetri, ma la prima notizia esplicita del manoscritto si trova nell’elogio funebre letto da Apostolo Zeno per Giuseppe Valletta nel 1715.
Il codice è citato nel catalogo redatto all'acquisto del Fondo Valletta nel 1726, sotto consulenza o la supervisioneE la valutazione economica: di Giambattista Vico, che comprendeva sia il fondo Valletta sia il fondo primitivo dei padri oratoriani;; ; altro catalogo fu stilato dieci anni dopo, nel 1736, da Giovan Paolo Gasparini.
Apparve ancora nel censimento pubblicato, a metà del XIX secolo, nella Bibliografia dantesca di Paul Colomb de Batines.; ; ; Del 1875 è il quarto dei «cataloghi storici», quello di Alfonso Patturelli.
La prima descrizione vera e propria del manoscritto latore delle Chiose Filippine, secondo Mazzucchi, è però da attribuirsi a Errico Mandarini, all'epoca direttore della Biblioteca dei Girolamini e poi autore di una panoramica sui Codici manoscritti in essa conservati,; nel suo studio che pubblicava il Codice Filippino in appendice alla propria edizione del Codice Cassinese della Divina Commedia del 1865.
Nonostante il ms. "CF 2.16" sia il testimone principale delle Chiose filippine, la loro diffusione sembra fare capo anche ad altre fonti: è stato infatti studiato un volgarizzamento di fine Trecento nel ms. 10057 della "Biblioteca Nacional de España" di Madrid, posto in rapporto con il codice oratoriano, sebbene non attinente ain senso stretto alla loro tradizione diretta.. Sul codice di Madrid: ;
ʍ Il "Codice Filippino" è un manoscritto pergamenaceo della Commedia, conservato presso la Biblioteca dei Girolamini di Napoli.
Dacché il commento si presenta vergato in più tipi di scrittura e in policromia di inchiostri, suggerendo una stratificazione sia per la datazione che quanto alle mani autoriali, si ritiene redatto in tempi e anni diversi e da più artefici.
Datazioni Secondo uno dei siti governativi relativi al Codice, non sono in esso esplicitati elementi interni quali data o luogo di trascrizione come neppure una sottoscrizione apposta da copista o glossatori, né titolo e frontespizio.
Nel fascicolo-"Commentario" che riunisce più studi sul Codice Filippino pubblicato in facsimile nel 2021 dall'Istituto dell'Enciclopedia italiana Treccani, sono riprese varie proposte di datazione avanzate da diversi studiosi, e vengono riportate anche le motivazioni addotte in sostegno delle loro tesi e via via le eventuali confutazioni.
Intorno al 1350 e non oltre tale data, è la proposta di Errico Mandarini - il quale coniugava insieme «datazione, attribuzione e localizzazione» - nel suo studio del 1897, che tuttavia la basa solo su «opinabili argomenti interni». Su tale ipotesi si raggruma nel complesso la convergenza di:
in ; . Mazzucchi cita però un contributo del 1990.
Al linguista Sabatini Mazzucchi attribuisce una proposta di datazione tra il 1350 e il 1355. Mazzucchi riprende anche la «stupefacente» «ipotesi di retrodatazione» di Antonio Bellucci addirittura al 1323, riproposta in studi che si protraggono dal 1921 al 1965, e i motivi, anche di ordine paleografico e legati allo stile delle miniature, che la rendono impraticabile. Alessandra Perriccioli Saggese rileva dallo studio stilistico delle miniature del Codice Filippino la concordanza con le «più recenti analisi codicologiche che hanno potuto stabilire che il codice fu trascritto a Napoli da un amanuense fiorentino fra il 1355 e il 1360» in particolare nell'ambito di un «progetto dinamico» di «collaborazione» «probabilmente fornito dal committente stesso» quantunque questi non sia però «identificabile con Lorenzo Poderico, come era stato supposto, in quanto lo stemma della sua famiglia sembra essere un’aggiunta successiva all’epoca di realizzazione del manoscritto».
Caratteri delle chiose Il corpus era stato concepito per rispondere alla commissione di un destinatario colto come oggetto da collezione di pregio, donde si spiegherebbe il denso corredo figurativo, per poi divenire via via, sin verso il finire del XV sec., «uno strumento di studio attraverso l’aggiunta di postille e glosse».
Le annotazioni sono sia interlineari sia marginali, tese a chiarire la lettera del testo non meno che a sviluppare spiegazioni di carattere storico, filosofico, teologico, astronomico, geografico e mitologico.
Le note più antiche sono in latino e ricorrono in tutte e tre le cantiche, con maggiore densità nellInferno dove si intrecciano particolarmente con il corredo figurativo del manoscritto, rendendo la struttura del corpus complicata, fino ad inquadrare il testo poetico o a fare da didascalia delle miniature, in maniera così fitta che l'elemento genericamente kenofobico si coniuga a quello artistico dellhorror vacui. Addirittura, «nella complessa compagine testuale del Filippino si crea una sorta di procedimento circolare per cui dal testo si genera una immagine che a sua volta produce altri segmenti testuali».
Le chiose non costituiscono un commento unitario nel senso stretto del termine, ma si presentano come un insieme stratificato di interventi, come approfondiscono Mazzucchi e Savino studiando il Codice Filippino.
Tali interventi, riconducibili a più mani e a momenti diversi, di fatto testimoniano lo svilupparsi della filologia ed esegesi dantesca già a breve tempo dopo la trascrizione della Commedia.
Un insieme di stratificazioni Mazzucchi presenta un'ordinata identificazione delle diverse mani di scrittura che si sono stratificate sul manoscritto,Il passo è citato per chiarezza per intero e debitamente virgolettato, con elenchi e corsivi aggiunti per intelligibilità immediata ben specificando sia che non è sempre possibile l'identificazione tout court dei «menanti», ossia degli scriventi, sia il carattere particolarmente rilevante del manoscritto, reso così un punto di raccolta di esegesi e talora un laboratorio: ma che è praticabile almeno il tentativo di «analizzar[e] dettagliatamente il contenuto del ricco corpus esegetico e procedere a un esame comparativo di questo con i commentatori danteschi del ’300 e ’400, al fine di individuare quelle corrispondenze non riconosciute o non adeguatamente valutate dalla precedente bibliografia, distinguendo così le glosse eventualmente originali, in cui ideatore e scriba coincidono, da quelle apposte da commentatori-copisti che invece trascrivono, rielaborandoli in varia misura, materiali preesistenti.
Lo studioso sottolinea, infatti, altresì: «Poiché i copisti che si sono avvicendati sul manoscritto, trasformando un prezioso codice miniato in un collettore di materiali eterogenei, testimonianza di un’amatoriale fruizione dantesca, non hanno lasciato alcuna traccia della loro identità, con le lettere A, B, C, D ed E si indicheranno, per semplicità, non solo le varie mani, ma anche gli anonimi chiosatori dei differenti strati di glosse, che converrà analizzare partitamente, evidenziando però il dialettico confronto a distanza che talvolta si stabilisce tra loro». Mazzucchi dunque scriveva: