La schiava bianca (L'Esclave blanche) è un dipinto del pittore francese Jean-Jules-Antoine Lecomte du Nouÿ, realizzato nel 1888. Quest'olio su tela di 149,5 × 118,3 cm è conservato al museo delle belle arti di Nantes.
Descrizione Alcuni artisti del diciannovesimo secolo dipingevano le loro opere dopo aver svolto delle ricerche per i soggetti, mentre altri facevano soltanto uso della loro immaginazione; i soggetti di Lecomte du Nouÿ, nonostante molti viaggi intrapresi a scopo documentaristico, erano più vaghi e meno legati a dei luoghi specifici.Pouillon 2008, p. 580. Nonostante il realismo quasi fotografico dei suoi quadri, le fonti di Lecomte si basavano meno sull'osservazione diretta e più sui documenti.Thornton 1993, p. 128. Forse tratta da Smalti e cammei di Gautier o dal Viaggio in Oriente di Nerval, questa scena immaginaria, uno dei capolavori che meglio rappresentano l'orientalismo, richiama Il bagno turco di Jean-Auguste-Dominique Ingres (1862). Il quadro ritrae un bagno turco, in arabo ḥammām. Come nel caso di Ingres, il tema del bagno turco riservato alle donne offriva ai pittori orientalisti la possibilità di sfogare tutte le loro fantasticherie erotiche.
Ogni dettaglio della decorazione sontuosa serve a evocare la magia orientale: a destra si trovano due schiave nere con delle vesti dai colori accesi, intente a lavare dei panni in una piscina che richiama la purezza e la sensualità dei piaceri del bagno. In primo piano, una giovane schiava nuda, adornata di gioielli scintillanti, è seduta davanti a dei piatti che evocano l'Oriente, come un bicchiere per il tè, l'arancia tagliata in spicchi, un po' di datteri o un piatto di cuscus. L'odalisca sta fumando una sigaretta che tiene tra le dita (al posto del narghilè, presente in molti altri dipinti di questo genere), e dalla sua bocca esce un filo di fumo. Nella cornice dorata è ripetuta più volte la frase "Allāh è grande", ossia il takbīr.Cosneau-Allemand 2001, p. 142.
La schiava circassa nuda, la cui pelle candida contrasta con la pelle nera e le vesti brillanti delle serve, è un riferimento al fatto che molte delle donne degli harem provenivano da territori "infedeli", dove erano state rapite per essere vendute nei mercati di schiavi di Costantinopoli e di Isfahan.Almarcegui 2003, p. 74.
Le riproduzioni fotografiche della Goupil contribuirono al successo di questa iconografia.
Note
Bibliografia Patricia Almarcegui, Fantaisies du harem et nouvelles Schéhérazade, Parigi, Somogy, 2003. Claude Cosneau-Allemand, Guide des collections: musée des Beaux-Arts de Nantes, Nantes, Réunion des musées nationaux, 2001. François Pouillon, Dictionnaire des orientalistes de langue française, Parigi, Karthala, 2008. Lynne Thornton, Les Orientalistes: peintres voyageurs, vol. 1, ACR Ed., 1993.
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