Donne è bello è una raccolta di testi del femminismo radicale internazionale, in gran parte tradotti dall'inglese, pubblicata a Milano nel febbraio 1972 dal gruppo femminista Anabasi.

Storia editoriale e contesto La pubblicazione nacque su iniziativa di Serena Castaldi, dottoranda in filosofia presso l'Università di Milano. Nel 1969, durante un soggiorno di ricerca a New York, Castaldi entrò in contatto con il Women's Liberation Movement (WLM) statunitense, raccogliendone documenti e materiali teorici.

Rientrata in Italia, propose il progetto di traduzione e pubblicazione dell'antologia alla casa editrice Mazzotta, ma successivamente scelse di rescindere il contratto e restituire l'anticipo ricevuto, al fine di garantire l'autonomia politica e il controllo redazionale dei testi. L'esperienza portò Castaldi a promuovere a Milano un nucleo di riflessione che, nel giugno 1970, si costituì formalmente come collettivo Anabasi, avviando tra le prime esperienze di autocoscienza in Italia.

I testi raccolti negli Stati Uniti, tradotti dalla stessa Castaldi, iniziarono a circolare all'interno del gruppo in forma di ciclostilato. In linea con i principi del femminismo radicale che propugnava l'indipendenza dei canali di comunicazione, il collettivo decise di autoprodurre l'antologia, finanziata direttamente da Castaldi.

Donne è bello si inserisce nel contesto della nascita dei primi collettivi del neofemminismo italiano, quali Rivolta Femminile e Cerchio spezzato, accomunati dalla pratica dell'autocoscienza. Lo sviluppo di queste prime esperienze locali coincise con un'improvvisa attenzione mediatica internazionale che, a partire dall'estate del 1970, investì il Women's Liberation Movement statunitense, contribuendo a diffondere la percezione del femminismo come fenomeno globale.

In questo flusso di scambi transatlantici, il volume si propose come uno strumento di ricezione teorica delle istanze d'oltreoceano, pubblicando, tra le altre, la traduzione di uno dei più noti saggi sulla pratica del consciousness-raising: Un programma per le femministe: prender coscienza, attribuito a Kathie Sarachild.Elena Basilio ha sostenuto che, diversamente da quanto segnalato nell'Indice di Donne è bello, il saggio Un programma per le femministe: prender coscienza, deriverebbe dall'assemblaggio di fonti diverse, tra cui, oltre a Sarachild, un documento distribuito dalle New York Radical Feminists (NYRF). Cfr.:

Testi del femminismo nordamericano erano già stati introdotti in Italia in una serie di conferenze organizzate a Roma a partire dal 1969-1970 dall'intellettuale del Partito Radicale Massimo Teodori, al suo rientro dagli Stati Uniti; altri vennero pubblicati in riviste della nuova sinistra, come ad esempio il quindicinale torinese Cr. Informazioni internazionali, del collettivo Comunicazioni rivoluzionarie (CR) di Torino, un piccolo gruppo della nuova sinistra specializzato nella traduzione di giornali e documenti della New Left americana, o circolarono solo internamente ai gruppi.

Secondo diverse interpretazioni storiografiche Donne è bello rappresentò un momento di svolta: composto da "scritti delle donne, non sulle donne", oggetto di una diffusione militante molto ampia, contribuì a rendere quei contenuti direttamente accessibili e utilizzabili all'interno dei gruppi femministi italiani, favorendo processi di identificazione politica e di presa di parola collettiva.

Il titolo Il titolo Donne è bello, spesso erroneamente riportato come Donna è bello, riprende lo slogan Black is Beautiful, diffuso dal movimento del Black Power e dalle lotte afroamericane per i diritti civili negli Stati Uniti.

La scelta del plurale donne, associato al verbo al singolare, costituiva una violazione intenzionale della norma grammaticale e intendeva sottolineare la dimensione collettiva dell'esperienza femminile e il riconoscimento reciproco tra donne. Serena Castaldi ricordò in seguito che l'editore Mazzotta aveva contestato questa imprecisa formulazione prima dell'abbandono del progetto editoriale.

Struttura e contenuti Il volume, di 144 pagine, raccoglie 49 testi: 36 sono traduzioni di testi inglesi (35 le autrici statunitensi), i rimanenti provengono dalla Francia e dall'Argentina; tre sono testi italiani pubblicati, già circolanti all'interno del movimento.

La principale fonte statunitense è Notes from the Second Year (1970), raccolta del femminismo radicale curata da Shulamith Firestone e Anne Koedt, da cui provengono diciotto dei testi inclusi. L'impostazione grafica, il formato e la struttura tematica in sezioni del volume italiano si ispirano direttamente a quella raccolta; anche l'editoriale riprende e traduce liberamente alcune frasi della prefazione dell'edizione americana, rivolgendosi tuttavia in modo più diretto alle proprie lettrici.

Dall’editoriale, firmato collettivamente Anabasi, emerge la concezione del volume come strumento di presa di coscienza e di comunicazione politica tra donne, volto a trasformare esperienze percepite come problemi individuali in una condizione collettiva e politica condivisa, sottratta alle mediazioni maschili e ai modelli culturali dominanti. In questa prospettiva, l’antologia intende offrire alle lettrici materiali di orientamento e istruzioni pratiche (come la guida per i gruppi di autocoscienza), invitandole non solo alla lettura, ma anche alla produzione autonoma di scritti, testimonianze e gruppi di discussione.

Donne è bello è diviso in sette sezioni dedicate a temi quali l'oppressione sessuale, il lavoro domestico, la sessualità, la presa di coscienza, i rapporti con la sinistra e le forme di organizzazione politica delle donne, soggetti e spunti che avrebbero caratterizzato più ampiamente il dibattito successivo nel movimento femminista italiano.

Secondo Serena Sapegno il volume delinea un percorso volto a trasformare la critica dei ruoli femminili tradizionali e la consapevolezza delle donne in prassi politica. La prima parte analizza lo sfruttamento economico e psicologico delle donne nella vita quotidiana, applicando categorie di derivazione marxista a campi nuovi come il lavoro domestico; la seconda si concentra invece sul progetto di liberazione, spostando l'attenzione sulla sessualità come terreno di potere, sulla critica alla subordinazione della lotta femminile alla lotta di classe e sull'elaborazione di strumenti politici autonomi, come il piccolo gruppo e l'autocoscienza (consciousness-raising).

Tra le autrici presenti figurano Anne Koedt con Il mito dell'orgasmo vaginale, Christine Delphy (firmata con lo pseudonimo Christine Dupont) con Il nemico numero uno, Carol Hanisch con Ciò che è personale è politico, Monique Wittig con Lotta per la liberazione della donna e Shulamith Firestone con un testo delle Redstockings.

I contributi italiani comprendono il Manifesto di Rivolta femminile, Sputiamo su Hegel di Carla Lonzi e il documento del collettivo trentino Cerchio Spezzato Non c'è rivoluzione senza liberazione della donna.

L'apparato iconografico, composto da fotografie, illustrazioni, vignette umoristiche tradotte da pubblicazioni straniere, disegni realizzati a mano dai membri del collettivo, riprende i linguaggi grafici della stampa militante che rifiuta esplicitamente i canoni estetici tradizionali.

L'analogia tra oppressione sessuale e oppressione razziale Il titolo Donne è bello, ispirato allo slogan Black is Beautiful, colloca il volume all'interno di una più ampia analogia, diffusa nel femminismo radicale statunitense, ma già da alcuni anni utilizzata anche in Italia, tra oppressione delle donne e oppressione razziale: definendo le donne e i neri una "casta" sulla base di un dato biologico e fisico originario (il sesso o il colore della pelle), le femministe rivendicavano la specificità della propria oppressione come un dato strutturale e indipendente dalla lotta di classe, accostando la lotta delle donne all'antirazzismo già riconosciuto dalla sinistra.

Alcuni saggi presenti in Donne è bello, di diversa provenienza - tra cui Le donne come casta di Roxanne Dunbar, Il nemico numero uno di Christine Delphy, Lotta per la liberazione della donna di Monique Wittig e lo stesso documento italiano del Cerchio spezzato, Non c'è rivoluzione senza liberazione della donna - presentano l'analogia donne/neri.

L'unico documento del femminismo afroamericano incluso nel volume, Donne nere povere (Poor Black Women), comprende sia un appello dei militanti del Black Unity Party di Peekskill alle donne nere perché rinunciassero alla contraccezione, sia la successiva Risposta delle sorelle, centrata sullo sfruttamento sessuale ed economico delle donne nere nelle comunità afroamericane.

Parte della storiografia ha evidenziato l'uso selettivo e il limitato spazio riservato al Black Feminism all'interno dell'antologia italiana come segnale della mancanza di interesse verso le questioni razziali. Altre letture hanno ridimensionato questa interpretazione, escludendo una scelta ideologica consapevole e osservando come tale marginalità sia maggiormente attribuibile all'assenza, nel contesto italiano dell'epoca, di un "contesto di significazione", ossia di un orizzonte politico e sociale capace di attribuire piena risonanza ai temi della questione razziale.

L'analogia sessismo/razzismo, spesso priva di un referente concreto, avrebbe funzionato più come metafora dell'oppressione universale che come strumento di analisi delle differenze interne al soggetto "donne".

Caratteristiche e strategie della traduzione femminista Donne è bello è considerato uno degli esempi più significativi delle cosiddette «traduzioni di movimento», ossia traduzioni prodotte all'interno dei movimenti femministi con finalità direttamente politiche.

A differenza delle traduzioni editoriali tradizionali, queste produzioni sono caratterizzate dall'autoproduzione, dall'antiprofessionalismo e dall'autorialità collettiva: il volume reca come unica firma il nome del collettivo Anabasi, benché la traduzione fosse opera di Serena Castaldi e l'iconografia e la distribuzione fossero state curate dal gruppo. Gli stessi nomi delle autrici dei saggi originali compaiono soltanto nell’indice, accanto ai titoli e alla provenienza geografica, e non vengono ripetuti nel corpo dell’antologia. Questa scelta si inserisce in una pratica diffusa in parte del femminismo degli anni Settanta, che privilegiava firme collettive e una riduzione della visibilità autoriale individuale.

Essendo l'obbiettivo della raccolta non solo informare le lettrici italiani sulle teorie e pratiche del femminismo americano, ma anche fornire strumenti immediatamente utilizzabili per l'attività politica dei gruppi, quella praticata da Castaldi è stata definita dalla storiografia una «traduzione strategica», orientata all'azione più che alla semplice mediazione culturale. L'affermazione riportata nellEditoriale «Non ci sentiamo figlie delle donne americane, ma sorelle di tutte le donne», colloca inoltre il movimento italiano in una relazione orizzontale, e non derivativa, con quello statunitense.

L'analisi comparativa dei testi conferma questa funzione politica, mostrando come Castaldi non si sia limitata a tradurre singoli testi, ma abbia operato un assemblaggio selettivo di fonti diverse. Il caso più studiato riguarda Un programma per le femministe: prender coscienza, presentato nel sommario come traduzione di un testo di Kathie Sarachild, ma in realtà frutto di un collage di tre testi distinti: la prima parte è tratta dal saggio di Sarachild A Program for Feminist Consciousness-Raising (1970); la seconda da un documento delle New York Radical Feminists (NYRF); la terza non risulta identificabile e potrebbe essere stata elaborata direttamente dal gruppo Anabasi.