I veicoli corazzati italiani costruiti dopo la prima guerra mondiale fino al 1943 rappresentano un insieme di veicoli, interessante principalmente in relazione alle teorie di impiego che erano alla base dello sviluppo di una forza corazzata destinata inizialmente ad operare su un territorio con un'orografia molto particolare come quella italiana.

Queste teorie di impiego, quando applicate in territori simili a quello nazionale (Etiopia e Spagna), diedero l'impressione di essere valide; tuttavia, quando fu necessario applicarle su terreni molto differenti (Nord Africa e Russia) mostrarono pienamente la loro limitata consistenza.

Primi modelli

Durante la prima prima guerra mondiale l'Italia aveva prodotto il più pesante carro armato impiegato nella prima guerra mondiale, il Fiat 2000. Già dal 1917 la FIAT aveva iniziato lo studio di un carro pesante, il Fiat 2000, le cui caratteristiche (soprattutto il peso, di 40 t, e la pressione al suolo, molto elevata per la scarsa larghezza dei cingoli) non erano compatibili con l'impiego sui terreni dove si svolgevano le battaglie in corso (Carso e, successivamente, Monte Grappa); pertanto, dopo la costruzione di due carri armati ed il loro impiego, la produzione di questo carro non fu ulteriormente espansa.

Vista la chiara inadeguatezza all'impiego in territorio alpino dei carri pesanti, l'interesse delle gerarchie militari si diresse verso i carri leggeri. Alla luce di questo interesse, Fiat e Ansaldo progettarono un carro armato chiaramente derivato dal Renault FT, ma con notevoli migliorie, denominato Fiat 3000, prodotto inizialmente in 100 esemplari (prima dell'armistizio ne erano stati ordinati 1400), consegnati a partire dal 1920. Questo carro nella versione iniziale aveva una torretta rotante armata con 2 mitragliatrici.

Il Fiat 3000 opererà con il Regio Esercito fino all'inizio della seconda guerra mondiale e gli ultimi esemplari ancora funzionanti furono utilizzati per contrastare lo sbarco alleato in Sicilia (1943). L'armamento iniziale fu considerato subito scarsamente idoneo all'impiego, ma solo nel 1930 fu sostituito con un cannone da 37/40 mm. L'esigenza di tale modifica fu chiaramente evidenziata nel 1927, in quanto una serie di esercitazioni, effettuate in prossimità del Lago Trasimeno, mostrò la scarsa utilità tattica di carri armati solo di mitragliatrici, se questi non erano supportati da carri armati di cannoni.

La nascita dei carristi

Nel 1926 venne costituita la specialità "carrista" con la legge 11 marzo 1926 n. 396. Essa era composta dalle truppe corazzate e, successivamente, da un reggimento (Reggimento carri armati) con comando a Roma e distaccamenti a Bologna, Udine e Codroipo, equipaggiato con carri Fiat 3000 Mod. 21 (cioè del modello corrente all'epoca). Nelle manovre che si svolsero fra il 1927 ed il 1929 apparve chiara la necessità di modificare la tipologia dei carri utilizzati; pertanto nel 1929 fu acquistato in Gran Bretagna un certo numero di Carden-Loyd Mk VI tankette, poi riprodotti su licenza come carri veloci CV29, che però già nel 1934 scomparvero dall'inventario dell'esercito. In quegli anni, come nel resto d'Europa, non mancarono le sperimentazioni; un esempio è l'Ansaldo MIAS, piccolo blindato cingolato che avrebbe dovuto proteggere i soldati durante l'attraversamento della terra di nessuno.

L'esperienza con i CV29 portò allo sviluppo di un nuovo carro, denominato CV33 (successivamente cambiò la denominazione in CV3 ed infine in L3/33), carro che rappresentò una pietra miliare nello sviluppo delle teorie di impiego nazionali ed ebbe una carriera che terminò dopo la seconda guerra mondiale. Questo carro era stato progettato in funzione di un impiego in montagna; era quindi di peso limitato ed avrebbe dovuto avere la possibilità di muovere su sentieri, oltre che su strade asfaltate. Tuttavia queste richieste portarono ad un mezzo che fu velocemente reso obsoleto dallo sviluppo dei carri in altre nazioni (particolarmente in Germania e Unione Sovietica), tanto che già all'inizio della guerra (1940) non poteva avere particolari impieghi in campo tattico. L'uso iniziale di questo carro (nella Guerra di Spagna e nella Campagna di Etiopia), cioè in territori in cui mancava una rete stradale confrontabile con quella dei principali paesi europei ed in cui il terreno era particolarmente ostico, mascherò i suoi limiti; quando però si trovò di fronte i Matilda in Nord Africa fu decisamente surclassato, subendo perdite enormi.

Fu comunque evidente, in base all'esperienza della Guerra di Spagna, che i carri armati leggeri russi (in particolare i T-26, usati in numero notevole dalle forze repubblicane) erano nettamente superiori ai contemporanei carri leggeri italiani, sia per la presenza della torretta ruotante, sia per l'armamento basato su cannoni invece che su mitragliatrici. Per questo fu deciso lo sviluppo di un nuovo carro leggero e di un carro medio.

Lo sviluppo dei carri Dallo scafo dell'L 3/35 fu tratto un nuovo carro con armamento in torretta e sospensioni modificate, denominato L6/40, armato con un cannone da 37/26 mm ed una mitragliatrice coassiale (e più di frequente equipaggiato con un cannone mitragliera 20/65 e una mitragliatrice). Questo carro da 6 tonnellate, uscito, come indica il nome, nel 1940, fu l'ultimo carro leggero prodotto per il Regio Esercito. Questi carri non furono utilizzati nei reggimenti corazzati, ma furono usati a livello battaglione nei reggimenti di bersaglieri o a livello gruppo di squadroni nei reggimenti di cavalleria. Questo utilizzo mostra che le dottrine di impiego di questi carri risentivano delle contemporanee dottrine francesi e britanniche, invece che di quelle tedesche che prevedevano l'utilizzo anche dei carri leggeri a massa in reggimenti corazzati inquadrati a livello divisionale. La cronica carenza di carri medi e, ancora di più, il fatto che nel Regio Esercito non esistessero carri pesanti, avrebbe dovuto invece spingere i responsabili militari verso l'impiego dei carri con modalità più moderne. D'altro canto bisogna notare che ancora nel luglio 1940 veniva respinto dal massimo esponente dello Stato Maggiore generale un memorandum dell'Ufficio Informazioni in cui venivano presentati i procedimenti di impiego dei carri armati tedeschiStoria Militare, N° 229, Ottobre 2012, Documenti pag 37.

Parallelamente allo sviluppo dei carri leggeri, nel 1936 fu iniziato lo studio dei carri medi, che avrebbero dovuto essere organizzati in divisioni corazzate. La dottrina di impiego dei carri nel Regio Esercito fu codificata nel 1938 con una circolareMinistero della Guerra - Comando del Corpo di Stato Maggiore - Ufficio Addestramento, circolare n. 3446 - Impiego delle unità carriste, riportata da Cesare Falessi e Benedetto Pafi, Veicoli da combattimento dell'Esercito Italiano dal 1939 al 1945, Intyrama Books, 1976. in cui si riconosce il carro armato come «elemento fondamentale delle grandi unità corazzate». In questa circolare venivano stabiliti i criteri di impiego per i vari tipi di carro (L, M e P)I carri L avevano un peso fino a 7 t, i carri M fino a 15 t ed i carri P superiore a 15 t, specificando che comunque i carri dovevano essere operati offensivamente e possibilmente "a massa"; comunque l'unità tattica di base era il plotone (su 5 carri) e quindi i carri non dovevano essere utilizzati isolati. Veniva inoltre specificato che l'impiego di carri su terreno montuoso o boscoso era da considerarsi eccezionale e limitato ai carri L. Erano previsti anche criteri di cooperazione tra fanteria, artiglieria e carristi, per cui i carri dovevano occupare le posizioni, mentre compito della fanteria era di mantenerne il possesso. Nelle grandi unità corazzate i carri L dovevano:

concorrere alla sicurezza durante il movimento e lo schieramento in presenza del nemico, quando l'unità operava in maniera indipendente; concorrere all'attacco ed alla difesa; concorrere alla rottura del contatto.

Invece i compiti dei carri M erano:

attacco; azioni manovrate a largo raggio; concorrere alla rottura del contatto.

I compiti dei carri P erano definiti come «rinforzare l'azione dei carri M durante l'attacco».

Come si vede i compiti assegnati alle aliquote di carri erano ben precisi e la normativa sufficientemente organizzata, anche se si trascurava il dato fondamentale della necessità di avere sempre la massa dei carri e non di doversi limitare a battaglioni isolati. Quello che comunque appare evidente è la mancanza di disposizioni di cooperazione con l'aeronautica, nonostante già l'anno precedente le forze corazzate italiane in Spagna fossero state pesantemente limitate nella loro operatività dagli attacchi aerei (basta pensare alla battaglia di Teruel-Guadalajara). Inoltre, malgrado la contemporanea guerra di Spagna avesse visto i carri italiani soccombere in svariate scaramucce contro i carri repubblicani, la direttiva sottolineava la guerra anticarro e la cooperazione con l'artiglieria anticarro (molto sottolineata nella dottrina tedesca prima, e sovietica poi, in cui non era raro vedere i cannoni anticarro avanzare davanti ai propri carri armati).

Solo con la circolare 18000 dello Stato Maggiore del Regio Esercito Impiego delle unità corazzate (norme provvisorie) (agosto 1941) si ebbero finalmente criteri di impiego delle forze corazzate coerenti con le teorie più moderne ed il carro armato fu finalmente definito un mezzo che doveva cooperare con le truppe celeri (e non più con la fanteria)Filippo Cappellano, L'Esercito Italiano nel 1943, parte 1°, Storia Militare Dossier N° 5, novembre 2012, pag 60. Tuttavia, nel corso del 1941 e del 1942 si ebbe un'ulteriore evoluzione dei criteri di impiego, che portò alla teorizzazione dell'impiego dei reparti celeri come gruppi tattici, a somiglianza dei Kampfgruppe tedeschi su carri, fanteria motorizzata e unità celeri di appoggio, con le circolari 12400 dello SMRE Comando tattico di più reparti delle varie armi agenti in cooperazione e 12800 Gruppi tattici dell'estate 1942Filippo Cappellano, L'Esercito Italiano nel 1943, parte 1°, Storia Militare Dossier N° 5, novembre 2012, pag 71.

Le divisioni corazzate Dal punto di vista organico, il 1º Reggimento corazzato fu sciolto il 15 settembre 1936, per costituire, nella stessa data, 4 reggimenti su carri CV 33. Il 1º agosto 1937 veniva costituita la I brigata corazzata e un mese dopo la II brigata corazzata.

Il 1º febbraio 1939 veniva costituita la 132ª Divisione corazzata "Ariete" con i carri già inquadrati nella II brigata corazzata, su un reggimento corazzato e un reggimento bersaglieri: quindi sostanzialmente una divisione binaria secondo l'ordinamento Pariani.

Successivamente furono costituite altre due divisioni corazzate, cioè la 131° Centauro il 20 aprile 1940 e la 133° Littorio che, nata come divisione di fanteria, fu trasformata successivamente in divisione corazzata. Anche le due nuove divisioni conservavano l'ordinamento binario dell′Ariete. Questo organico praticamente fu conservato fino all'armistizio, salvo la sostituzione nel 1943 del reggimento bersaglieri con un reggimento motorizzato. All'atto della loro costituzione tutte e tre le divisioni nei rispettivi reggimenti carristi avevano solo carri L e solo nel corso della guerra furono riequipaggiate con carri M.

Quindi all'inizio della seconda guerra mondiale il Regio Esercito poteva contare su 3 divisioni corazzate, 2 divisioni motorizzate e 3 divisioni "celeri" in approntamento. Nonostante la presenza di queste grandi unità, tuttavia, la maggior parte dei carri era ancora raggruppata in battaglioni autonomi (cioè dipendenti dai comandi di corpo d'armata) di carri leggeri o medi. Fra l'altro, all'inizio della guerra, nelle colonie (Libia e AOI) non erano presenti grandi unità corazzate o meccanizzate, ma solo battaglioni autonomi.

La seconda guerra mondiale