Tarquizio Prisco (in latino Tarquitius Priscus; I secolo a.C. o inizio del I secolo d.C.) fu uno scrittore romano di ascendenza etrusca, noto per le sue opere sull'Etrusca disciplina, il complesso di dottrine relative alla religione etrusca e alla sua concezione del mondo.

Identità Le testimonianze antiche collocano Tarquizio Prisco nella tarda Repubblica romana o durante il principato di Augusto. È stato ipoteticamente identificato con il Gaio Tarquizio Prisco che militò sotto Sertorio negli anni 80 a.C., oppure con un figlio o nipote del Tarquizio Prisco che ne fu legato nel 72 a.C. Pare che lo studioso Varrone (116-27 a.C.) lo conoscesse.

Alcune iscrizioni attestano una gens Tarquizia nelle aree etrusche di Caere e Veio. Il nome gentilizio Tarquitius è connesso a Tarquinius, il nome dei re etruschi di Roma.

Opere e influenza Tarquizio Prisco scrisse almeno due ostentaria, un genere di letteratura sacra che raccoglieva, descriveva e interpretava i segni divini (ostenta), tra cui un ostentarium arborarium, dedicato ai segni relativi agli alberi, Macrobio, Saturnalia, III, 20, 3. e un ostentarium Tuscum, forse tradotto dall'etrusco. Egli tradusse, o forse trascrisse, le profezie di Vegoia, conservate negli archivi del tempio di Apollo Palatino; di quest'opera sopravvive un frammento attribuito a Tarquizio. È stato considerato il probabile autore di un'ipotetica versione bilingue etrusco-latina di scritti etruschi, che sarebbe stata utilizzata da autori latini da Lucrezio (I secolo a.C.) fino a Giovanni Lido (VI secolo d.C.) e forse a Isidoro di Siviglia (morto nel 636).

Sulla base dei due frammenti conservati, Tarquizio sembra aver scritto in prosa, anche se la presenza di una clausola analizzabile come trimetro alla fine di uno di essi non esclude del tutto la composizione in versi. Bormann propose che Tarquizio scrivesse in forme metriche come i senari; Ovidio menziona un Prisco, e il Catalepton 5 un Tarquizio, in compagnia di poeti.

Plinio cita Tarquizio fra le fonti del secondo libro della sua Naturalis historia e lo associa ad Aulo Cecina, anch'egli autore di opere sulla religione etrusca e vissuto al tempo di Cesare. A riprova che i suoi libri erano ancora in uso nella tarda antichità, gli aruspici consultarono Tarquizio, sotto il titolo De rebus divinis, prima della battaglia fatale all'imperatore Giuliano, che secondo Ammiano Marcellino non ne tenne conto. Ammiano Marcellino, XXV, 2, 7: Ex Tarquitianis libris in titulo de rebus divinis. Ammiano ricorda le comete come uno dei temi trattati da Tarquizio.

Macrobio cita Tarquizio due volte, e queste citazioni sono gli unici esempi diretti dei suoi scritti. In un caso Macrobio chiarisce un presagio che Virgilio include nella sua ecloga dell'«età dell'oro» (ecloga IV) citando l'ostentarium Tuscum di Tarquizio: se il vello di un ariete o di una pecora è cosparso d'oro o di porpora, ciò preannuncia buona fortuna al capo.

Note Note esplicative

Note bibliografiche

Bibliografia

Categoria:Scrittori romani Categoria:Religione etrusca