La conquista sanfedista di Napoli è una battaglia della guerra della Seconda coalizione combattuta a Napoli dal 13 giugno all'11 luglio 1799 dai sanfedisti e il Regno di Napoli da un lato, e dalla Repubblica Napoletana e la Francia dall'altro. Ebbe il suo inizio e il suo apice nello scontro del Ponte della Maddalena, nella zona est di Napoli, del 13 giugno. Nei giorni successivi, dopo i saccheggi sanfedisti, andò spegnendosi ed ebbe la sua conclusione nella resa dell'ultimo bastione della città, avvenuta l'11 luglio 1799. La sconfitta repubblicana portò alla fine della Repubblica Napoletana e al ritorno del re di Napoli Ferdinando IV nella propria capitale.
Il contesto e le premesse Le idee rivoluzionarie e la reazione di Ferdinando IV Quando giunsero in Italia le notizie e i risultati della Rivoluzione francese del 1789, a Napoli alcuni intellettuali della città si unirono nella Società Patriottica, fondata fra il 1792 e il 1793. La società ebbe un certo impulso anche per i numerosi residenti francesi nella capitale del Regno di Napoli. Così che allo stesso modo di quanto accadeva in Francia, i giacobini napoletani si divisero in due fazioni. I primi erano quelli del club dei Lomo (Libertà o morte) che erano monarchici costituzionalisti; gli altri, più estremisti, erano del club dei Romo (Repubblica o morte). Dopo aver scoperto un complotto antimonarchico di questi ultimi, la polizia borbonica arrestò 56 persone e il 18 ottobre 1794 la pena di morte fu eseguita per Vincenzo Vitaliani (1763-1794), Vincenzo Galiani ed Emanuele De Deo. .
I liberali napoletani, però, non disperarono, e le loro idee continuarono a diffondersi nel Regno. Nel febbraio 1795, tuttavia, a seguito di un altro complotto furono incarcerati il giurista Mario Pagano e il poeta Ignazio Ciaia. Intanto si era formata una prima coalizione antifrancese, alla quale aderì anche il re di Napoli Ferdinando IV. L'esito del conflitto fu favorevole alla Francia, che impose a Napoli di liberare i prigionieri politici. Tuttavia, dopo la vittoria inglese nella battaglia navale del Nilo del 1798 e sotto l'influenza dell'ammiraglio inglese Horatio Nelson, Ferdinando IV riprese le ostilità contro la Francia entrando nella seconda coalizione.
L'invasione francese del Regno di Napoli
Ancora prima della battaglia del Nilo, però, Napoleone Bonaparte aveva compiuto un gesto che non avrebbe potuto non irritare Ferdinando IV: la presa di Malta, che il Regno di Napoli considerava nella propria sfera d'influenza. Già alleato con l'Austria, Ferdinando ottenne da questa il generale Karl Mack, che mise al comando dell'esercito, si alleò poi con la Russia, con la Gran Bretagna e con la Turchia. Forte della coalizione, Ferdinando IV decise di attaccare la Francia che nel frattempo aveva istaurato la Repubblica romana. La controffensiva del generale Jean Étienne Championnet travolse però l'esercito napoletano comandato da Mack e consentì ai francesi di invadere il Regno di Napoli. Ferdinando IV nel dicembre 1798 fu costretto a riparare in Sicilia e a Napoli si istaurò, dopo uno scontro durissimo con il popolo legittimista, la Repubblica Napoletana, governata dai giacobini locali.
Fra i componenti del governo provvisorio della Repubblica figuravano: Carlo Lauberg, Ignazio Ciaia, Ercole D'Agnese, Mario Pagano, Domenico Cirillo, Giuseppe Abbamonte e Vincenzio Russo.
La Repubblica Napoletana
La Repubblica Napoletana, fu comunque, sempre avversa alla maggior parte della popolazione, mentre una parte della classe colta e della nobiltà la sosteneva, anche perché temeva l'anarchia dei Lazzari. Instabile nelle istituzioni, la Repubblica era appoggiata da intellettuali come Mario Pagano e la giornalista e poetessa Eleonora Pimentel che si illusero di poter trasmettere i loro ideali al popolo cattolico. Soprattutto era ostile la provincia, e la scarsità dei viveri assieme alle tasse imposte dai francesi, aggravarono la situazione. Un ulteriore peggioramento ci fu con l'avvento del generale Étienne Macdonald a capo dell'Armata di Napoli, meno gradito di Championnet. Ci furono così diversi attentati a soldati francesi, mentre nell'entroterra capipopolo come Fra Diavolo organizzavano bande sempre più grandi di rivoltosi..
La reazione del cardinale Ruffo Per la Repubblica Napoletana la situazione si fece critica quando, ai primi di maggio del 1799, le truppe francesi cominciarono a lasciare la capitale per dirigersi a nord, a causa della guerra della seconda coalizione che lì richiamava tutte le forze di Napoleone. Contemporaneamente il cardinale Fabrizio Ruffo, investito di pieni poteri da re Ferdinando IV, cercava di mettere ordine e organizzare le forze antirepubblicane delle campagne. Conquistate Catanzaro, Cosenza, Crotone, a Otranto aveva ingrossato il suo Esercito della Santa Fede con un contingente di truppe russo-turche. L'armata ormai risaliva il territorio della Repubblica diretta a Napoli, alla cui difesa fu nominato l'ammiraglio Francesco Caracciolo. Fin dai primi giorni di giugno, intanto, gli inglesi erano sbarcati occupando Capri, Procida, Ischia e Baia. Il cerchio si stringeva attorno a Napoli.
Lo scontro del Ponte della Maddalena (13 giugno) Le forze in campo
Le difese della Repubblica ammontavano ad almeno napoletani compresi quelli delle guarnigioni dei forti di Napoli, di Gaeta e di Capua. Ma nel solo Castel Sant'Elmo erano di guarnigione francesi che non erano partiti e che non parteciperanno allo scontro. Il governo provvisorio aveva incaricato della difesa sul campo il mercenario svizzero, naturalizzato napoletano, generale Giuseppe Filippo Wirtz, che era passato dall'esercito borbonico a quello repubblicano, e al quale aveva assegnato 35 cannoni. Assieme a queste truppe regolari, i repubblicani potevano contare su Lazzari, i cui capi erano passati dai legittimisti ai repubblicani. Costoro, i capipopolo Michele Marino e Antonio Avella (o D'Avella), avevano proposto di reclutarne , ma il governo della Repubblica ne temeva l'indisciplina. Infine, fu organizzata una Legione di volontari calabresi, nemici giurati del cardinale Ruffo..
Le forze del cardinale Ruffo erano sensibilmente superiori a quelle repubblicane. Tuttavia, una stima precisa delle sue forze, così come quelle a lui contrapposte, è difficile da fare perché si trattava di eserciti irregolari che cambiavano organici e consistenza continuamente. Sappiamo che in origine le truppe di Ruffo in Sicilia ammontavano a circa 350 uomini, che a Mileto, ancora in Calabria, erano già , dei quali erano ex regolari dell'esercito borbonico, e che a Nola, quasi alle porte di Napoli, Ruffo trovò insorti sanfedisti, di cui, probabilmente, una parte si unì all'armata del Cardinale, le cui forze si stimano, quindi, in oltre uomini. Per il gioco delle alleanze della seconda coalizione, a Ruffo era stato affidato anche un contingente formato da 531 marinai russi con 6 cannoni comandati dall'ufficiale di marina Henry Baillie (1756-1826)Di origini scozzesi. e da un centinaio di turchi comandati da Ahmed Pascià. Queste erano le uniche unità regolari di cui il cardinale disponeva e che, accolte in Italia e guidate dal diplomatico legittimista Antonio Micheroux (1735-1805), furono utilizzate molto bene...
L'avanzata della massa sanfedista
All'alba del 13 giugno 1799, a Napoli, da Castel Sant'Elmo, sulla collina del Vomero, i giacobini napoletani e francesi avvistarono l'esercito di sanfedisti che avanzava proveniente dall'entroterra. Un primo colpo di cannone risuonò dal castello. Era il segnale: i soldati ricorsero alle armi e i civili si chiusero a casa. Il secondo colpo decretò l'inizio della legge marziale: chiunque fosse stato trovato per la strada sarebbe stato considerato un nemico e passato per le armi. La parte più accessibile di Napoli era quella da cui era passato il grosso dell'esercito francese sei mesi prima: la zona litoranea a est della città. Qui il comandante Wirtz aveva organizzato una munita difesa trincerata con 35 cannoni. Essa poggiava sul forte del Granatello, al confine con la città di Portici che sorvegliava il Ponte della Maddalena, a cavallo del torrente Sebeto, e sul forte di Vigliena, nell'attuale zona di San Giovanni a Teduccio.
Gli ufficiali sanfedisti Costantino De Philippis e Vincenzo Maria Mastrilli, marchese della Schiava (1750-1827) erano nel frattempo intenti ad assediare la Reggia di Portici con uomini. Contemporaneamente la fregata inglese Seahorse, comandata da Edward Foote (1767-1833), e quella napoletana Minerva, comandata da Giuseppe de Thurn, bombardavano con 52 cannoni complessivi le trincee dei repubblicani, dai cui forti si rispondeva con l'artiglieria che colpiva anche la massa di sanfedisti che avanzava. Il cardinale Ruffo aveva disposto i russi e i turchi avanti, nella convinzione che il loro aspetto avrebbe impressionato i repubblicani, e avrebbe fatto credere loro di trovarsi di fronte ad un'orda asiatica. Ma il primo forte a cedere fu quello del Granatello, la cui guarnigione si era dovuta ritirare per il bombardamento navale..
L'assalto al forte di Vigliena Stabilita il cardinale Ruffo una pausa, essa fu arbitrariamente interrotta dal fuoco degli uomini sanfedisti provenienti dalle campagne vesuviane contro le difese del Ponte della Maddalena. Allo stesso modo il tenente colonnello Francesco Rapini assalì con tre compagnie il forte di Vigliena, sul quale sventolava la bandiera repubblicana con il motto "Vincere Vendicarsi Morire" di 150 volontari calabresi. Nonostante il fuoco dagli spalti fosse appoggiato dal mare da alcune barche cannoniere di Francesco Caracciolo, i sanfedisti di Rapini, anch'essi quasi tutti calabresi, presero d'assalto le mura salendo gli uni sulle spalle degli altri. Giunti all'interno, gli assalitori lottarono ferocemente con il nemico in uno scontro caotico per il fatto che gli uomini di entrambi gli schieramenti non indossavano divise. Constatata l'impossibilità a mantenere il forte di fronte alle preponderanti forze nemiche, il comandante della guarnigione, il prete giacobino Antonio Toscano (1777-1799), gravemente ferito, diede fuoco alle polveri e soccombette con i suoi e con i sanfedisti...
La vittoria sanfedista
Mentre si svolgevano questi avvenimenti e la piccola squadra di barche cannoniere repubblicane si ritirava, le fregate Seahorse e Minerva contribuivano all'espugnazione di Castellammare di Stabia, la cui guarnigione, formata da francesi e giacobini napoletani, otteneva un lasciapassare per la Francia. L'esercito sanfedista, intanto, attaccava massicciamente i repubblicani al Ponte della Maddalena. Proprio all'inizio dell'assalto fu mortalmente colpito l'ex poeta aulico e di corte, ma ardente giacobino, Luigi Serio (1744-1799) accorso alle barricate e ucciso fra i primi caduti. Il colpo più grave al morale delle truppe repubblicane, però, fu il ferimento del generale Wirtz, che fino a quel punto aveva diretto le operazioni sotto il fuoco nemico. La notizia della sua morte, avvenuta poco dopo nel Maschio Angioino, scosse le fila repubblicane..
Lo scompiglio fu aggravato dal cambio di fronte dei Lazzari giacobini del Mercato che passarono ai sanfedisti. Il cedimento del quartiere alle spalle della zona del Ponte della Maddalena fu probabilmente decisivo per la vittoria del Cardinale. Assieme ad altri accorsi dalla città, più di Lazzari urlando "Viva il Re!" fecero per attaccare. Allora repubblicani si staccarono dai campi trincerati e contrastarono i Lazzari che ne uccisero più di 500. Il fronte del Ponte della Maddalena cedette. La strada per Napoli era aperta..