Le case per gli operai dell'industria Bossi sono un complesso residenziale formato da tre diversi alloggi in duplex situato a Cameri, in provincia di Novara, progettato da Vittorio Gregotti, Lodovico Meneghetti e Giotto Stoppino per l'industria tessile Bossi.

Storia e descrizione Il complesso, progettato a partire dal 1954 e completato nel 1958, venne concepito come soluzione abitativa per le famiglie degli operai dell'industria tessile Bossi di Cameri; le tre abitazioni, poste alla periferia della cittadina novarese, dovevano essere il primo nucleo di una serie di nove alloggi.

Gli edifici si collocano nel clima architettonico italiano del dopoguerra, affrontando il tema della progettazione di case a basso costo, ma senza rinunciare alle suggestioni date dall'ambiente locale. Per quest'ultimo motivo, progettualmente vennero ripresi caratteri distributivi tipici della tradizione locale, con gli alloggi progettati in duplex, disposti su due piani e direttamente in relazione con l'orto-giardino di loro pertinenza. Sempre nell'ottica della tradizione locale, il piccolo spazio comune su cui si affacciano gli ingressi di tutti e tre gli edifici venne pavimentato in mattoni grigi del Ticino, una rielaborazione in scala ridotta del tema della corte rurale padana.

La parte innovativa rispetto alla tradizione era la scelta dei materiali, con la muratura perimetrale composta da un tavolato interno di 4,5 cm e una camera d'aria di 4 cm, con un muro portante a vista di 25 cm il cui prospetto interno era intonacato. La muratura portante si presenta in mattoni sabbiati disposti di testa con incasso per la malta, con variazioni di tessitura sopra gli architravi delle finestre, dove si trovano gli spigoli convessi e le spallette delle aperture; inoltre, nei punti di passaggio tra le tessiture, i quarti di mattone si alternano a ceramiche verde scuro. Tutta la compattezza della tessitura muraria concorre all'articolazione dei volumi, contribuendo a dare un carattere unitario al complesso.

L'ispirazione dell'architettura è stata ritrovata nell'ottocentesco stile antonelliano, unito a un recupero della cultura liberty, ponendo l'opera in una posizione critica rispetto al Movimento Moderno e alle sue tendenze semplificatrici, ricevendo anche le critiche degli addetti ai lavori, come Manfredo Tafuri, che considerò il complesso un "flirt con l'aurea età della borghesia europea [...] un malcelato complesso di Edipo [che produce a Cameri] edifici senza città, oggetti di arredo dilatati", affermazione di un'architettura italiana, negli anni Cinquanta, caratterizzata da ricerche ed eredità controverse.

Diverse parti degli edifici, come i davanzali, le soglie e gli architravi, prefabbricati in cemento e graniglia martellinata grigia, erano elementi prefabbricati posti in opera durante l'avanzamento della muratura. I solai sono in laterizio armato, mentre il tetto è formato da capriate in cemento coperte da tegole alla marsigliese; infine, la gronda era in lamiera verniciata color rosso viola cupo, le ringhiere in ferro verde scuro e i serramenti in abete verniciato marrone.

Al 2019 il complesso risultava quasi completamente conservato, con solo i serramenti riverniciati in verde scuro e le tapparelle sostituite.

Note

Bibliografia

Categoria:Architetture di Cameri Categoria:Architetture di Vittorio Gregotti