Le opere teatrali che scrisse e nelle quali recitò lo portarono a esibirsi nelle principali città d'Italia. La fama raggiunta grazie a esse fece sì che venisse incluso nella lista dei comici che ebbero più successo nel loro tempo.

Nel 1771 costruì a Torino l'antecedente immediato del Teatro Rossini; da lì si trasferì nel 1782 a Palermo, poi nel 1784 a Corfù e a Napoli, e infine, dal 1789, si stabilì a Firenze, dove arrivò a interpretare opere per i Granduchi di Toscana nella loro villa reale. Fu proprio a Firenze che scrisse Chi si può tener si tenga, un trattato in cui difendeva la professione del comico.

Biografia

Famiglia e primi anni Giuseppe Dardanelli, nato intorno al 1747, era noto come il torinese. Sebbene si tratti presumibilmente di un riferimento al suo luogo d'origine, è possibile che, stabilendosi in altre regioni d'Italia, sia stato chiamato così per la sua provenienza piemontese, oppure che il soprannome derivi dall'essersi esibito pubblicamente per la prima volta nella città di Torino, dove risultava già attivo nel 1771.

La famiglia Dardanelli risulta documentata, almeno dal XV secolo, nella città di Mondovì e nella sua frazione di Breolungi. Lì furono proprietari dei palazzi Dardanelli e Fontana-Dardanelli, nonché patroni della Cappella della Fusentà. Proprio un contemporaneo omonimo del comico, il teologo roccadebaldese Giuseppe Dardanelli, presentava nel 1792 la sua tesi di dottorato presso la Regia Università di Torino. I Dardanelli e il teatro lirico Il comico Dardanelli fece parte di una rete familiare di artisti attiva in Italia alla fine del Settecento. Collaborò strettamente con la probabile figlia Francesca Dardanelli, attiva con lui in produzioni teatrali a Napoli (1788) e Firenze (1792), e fece parte della compagnia teatrale del cognato, l'impresario Pietro Adolfati.

L'altra presunta figlia, Girolama Dardanelli, debuttò nel 1797 al fiorentino Teatro del Cocomero sullo stesso palcoscenico del padre. Fu una delle cantanti più apprezzate della sua generazione e divenne in seguito Virtuosa onoraria della Real Camera di Napoli e della Cappella Palatina del Re delle Due Sicilie. Girolama sposò l'attore e tenore Giuseppe Corradi, con il quale condivise la scena in vari teatri della penisola.

Inizi a Torino Le prime testimonianze su Giuseppe Dardanelli lo collocano nel quartiere torinese di San Bonifacio, dove nel 1771 costruì, insieme a Pietro Brina, un teatro all'interno della proprietà di Ignazio Ughetti. Sebbene la struttura fosse rudimentale e provvisoria, questo spazio avrebbe rappresentato l'antecedente immediato del celebre Teatro Gallo-Ughetti, in seguito noto come Teatro Rossini della città di Torino.

Nello stesso anno, Dardanelli e Brina ottennero dalla Società dei Cavalieri il permesso di "fare rappresentazioni e commedie", grazie al quale registrarono un'entrata di 272 lire per quella stagione. Tuttavia, nel 1772 Giuseppe Dardanelli sciolse la società; successivamente, Brina ricostruì il teatro e si associò con Gallo.

Proprio in questo spazio, quando era ormai noto come Teatro Gallo, Dardanelli figura nel cast di tre opere teatrali rappresentate durante il carnevale del 1775: Il mercato di Malmantile di Domenico Fischietti, L'amante militare di Felix e L'incognita combattuta di Ferretti.

La trasferta a Palermo con la Brambilla In seguito, Dardanelli conobbe l'impresaria e prima donna milanese Rosa Brambilla la quale, dopo una tournée in Portogallo con la Compagnia del Paganini, era rientrata in Lombardia per iniziare a formare una propria troupe. Giuseppe Dardanelli si unì quindi a quest'ultima per mettere in scena opere teatrali nel sud della peninsola; a tal proposito, alcuni registri del 1782 confermano che oggi trovasi in Palermo unitamente alla Truppa della Rosa Brambilla.

La fama del comico Dardanelli cominciava già a diffondersi: Francesco Bartoli lo menziona nella sua enciclopedia coeva sui comici italiani, descrivendolo come comico di qualche merito per le parti gravi nelle studiate rappresentazioni, e per un egual disposizione a recitare nella Maschera del Brighella.

L'attività a Corfù e Venezia Negli anni ottanta del Settecento, Dardanelli si stabilì a Corfù, isola all'epoca sotto il dominio della Repubblica di Venezia, dove prese parte a rappresentazioni teatrali per diversi anni. Nell'autunno del 1784 figurava già nel cast di due opere liriche al Teatro di San Giacomo: I viaggatori felici di Pasquale Anfossi, in cui interpretò il ruolo di Pancrazio, e Il convito di Domenico Cimarosa, dove recitò nella parte di Checco.

Dopo il carnevale del 1785 fu "secondo buffo caricato" ne I due fratelli Pappamosca di Felice Alessandri. Durante il carnevale del 1786 interpretò Don Calabrone ne L'imbroglio delle tre spose di Pasquale Anfossi e Lord Arespingh ne L'italiana in Londra di Domenico Cimarosa. Nell'autunno dello stesso anno vestì i panni del Conte di Belfiore in Fra i due litiganti il terzo gode di Giuseppe Sarti e, infine, sostenne il ruolo di Spaccamonte de I due castellani burlati, opera di Vincenzo Fabrizi.

Tuttavia, il suo legame con il pubblico veneziano si sarebbe esteso per diversi decenni, persino dopo la sua morte: la commedia in cinque atti Il Rigattiere di qualità ossia, così va il Mondo, scritta da Giuseppe Dardanelli e rappresentata per la prima volta nel 1797 in Toscana, fu vietata a Venezia nel 1804 dalla censura; nel 1822, tuttavia, il noto adattatore Alessandro Zanchi ne modificò il testo per attenuarlo, ottenendone l'approvazione sotto il titolo Succede il male perché da alcuni si usa così.Biblioteca del Museo Correr di Venezia, Fondo Cicogna, cod. 692: Giuseppe Dardanelli e Alessandro Zanchi, Il Rigattiere di qualità ossia, così va il Mondo, manoscritto conservato presso la Nuova Biblioteca Manoscritta della Regione Veneto (ID: 16851).

La stagione a Napoli e il legame con Andolfati Probabilmente a Corfù oppure a Venezia il comico Giuseppe Dardanelli entrò in contatto con il veneto Giuseppe Grassi. Nel 1788, infatti, Dardanelli figura nella compagnia teatrale del Grassi, trasferitasi a Napoli per presentarvi le proprie opere drammatiche. All'interno della formazione recitavano, tra gli altri, Francesca Dardanelli, Pietro Andolfati, Giovanni Luigi del Buono, Simone Carlini, Giovanni Cecarini, Nicola Berni e Giorgio Frilli.

Fu tuttavia con Pietro Andolfati che il Dardanelli strinse il legame più profondo, sia sul piano familiare, essendo i due cognati, sia su quello professionale. Il comico torinese si unì infatti stabilmente alla compagnia teatrale dell'Andolfati, con il quale si sarebbe trasferito al capoluogo della Toscana l'anno successivo.

Gli ultimi anni a Firenze Dopo l'esperienza a Corfù, Giuseppe Dardanelli si trasferì in Toscana, sua ultima meta stabile, dove produsse e interpretò i suoi lavori più celebri. Sebbene il suo centro d'attività principale fosse la città di Firenze, per guadagnarsi il favore dei granduchi Pietro Leopoldo e Ferdinando III d'Asburgo-Lorena, Dardanelli recitò anche nella loro Villa Reale di Poggio a Caiano, il massimo onore per un artista nell'Italia dell'epoca.

Il 27 dicembre 1789 ebbe luogo il suo debutto fiorentino al Teatro del Cocomero, entrando a far parte del cast di Don Gelasio Cauterio, opera anonima prodotta dalla Compagnia Comica Toscana di Pietro Andolfati. Successivamente, il 26 dicembre 1790 nello stesso teatro, interpretò Don Polibio ne Le vicende amorose di Giacomo Tritto. Qualche settimana più tardi, nel gennaio del 1791, partecipò nel ruolo di Cardone alla rappresentazione de La vendemmia, opera di Giuseppe Gazzaniga, anche nel Cocomero.

Verso la metà del 1791, la fama del Dardanelli e della compagnia teatrale di cui faceva parte spinse Ferdinando III d'Asburgo-Lorena, granduca di Toscana, a invitarlo a interpretare l'opera di Giuseppe Moneta intitolata Il conte Policronio, ovvero Le burle hanno le gambe corte, una commedia in cui il comico torinese vestì i panni del personaggio di Stoppino. Alla rappresentazione assistettero sia il sovrano Ferdinando III sia la consorte Luisa di Borbone-Due Sicilie; l'evento ricevette la seguente recensione in una cronaca dell'epoca:

A ulteriore testimonianza di questo stretto legame con la corte granducale, nel 1792 il Dardanelli compose e firmò insieme a Pietro Andolfati e Luigi del Bono il Tributo di goia dei Comici della Compagnia Andolfati in tre sonetti. Questo componimento d'occasione fu distribuito dagli stessi attori per omaggiare le Altezze Reali in occasioni del loro ritorno dalla Villa Medicea di Poggio a Caiano.

Il successo si ripeté il 21 settembre al Regio Teatro di Firenze, a cui seguì infine la partecipazione di Giuseppe Dardanelli all'opera lirica La moglie capricciosa di Giuseppe Gazzaniga, interpretando il ruolo di Nicolò, questa volta al Teatro degli Infuocati del capoluogo toscano. Sebbene questa sarebbe stata l'ultima rappresentazione del capocomico torinese, non sarebbe passato molto tempo prima che la famiglia Dardanelli tornasse a essere presente nella vita lirica fiorentina: il 13 febbraio 1797 ebbe infatti luogo il debutto della figlia, Girolama Dardanelli, nel già citato Teatro del Cocomero.

La controversia con Giovanni de Gamerra Nel 1791, Dardanelli fu protagonista di un'accesa disputa letteraria e teatrale con il drammaturgo Giovanni de Gamerra. Il conflitto trasse origine dalla fallimentare messa in scena a Firenze dell'opera di Gamerra I Solitari, rappresentata dalla compagnia di Pietro Andolfati. Frustrato dall'esito, Gamerra pubblicò una prefazione in cui attaccava duramente Andolfati, cognato e socio del Dardanelli, definendolo un grande ignorante, e presuntuoso istrione. Gamerra accusava gli attori di aver alterato arbitrariamente il testo, inserito balli e trasformato scene di grande tensione drammatica in situazioni comiche e ridicole che avevano scatenato le risate del pubblico.

In risposta, quello stesso anno Dardanelli pubblicò un pungente libello intitolato Chi si può si tenga, ovvero Analisi sincera dei Solitari. In questo documento non solo difese ferocemente la dignità della professione attoriale e l'onore del cognato, ma diede prova della sua erudizione. Basando le proprie argomentazioni sul naturalismo teatrale di Carlo Goldoni, esaltato come vero maestro in contrapposizione alla magniloquenza del Gamerra, Dardanelli dimostrò che il fallimento de I Solitari non era da imputare all'esecuzione degli attori, bensì all'inversomiglianza e all'assurdità del testo stesso, la cui trama violava le Leggi Immutabili di Natura, ed alle fondamentali della Civil Società.

Descrizione A causa del suo ruolo centrale nella vita teatrale italiana della fine del Settecento, Giuseppe Dardanelli fu menzionato e descritto da diversi autori, sia contemporanei che successivi. Ad esempio, l'autore francese Maurice Sand lo incluse nella sua lista dei comici italiani che ebbero più successo nel loro tempo.

Altresì, Francesco Bartoli gli dedicò una voce nella sua enciclopedia biografica sui comici italiani di rilevanza storica, descrivendolo con le seguenti parole:

Opere Nel corso della sua carriera come capocomico, Giuseppe Dardanelli fu autore delle seguenti opere teatrali e letterarie:

Adelaide e Dorval, 1791, Firenze. Traduzione in italiano della commedia patetica Amalia di Christian Felix Weisse. Belgrado presa, 1790, Firenze. Rappresentazione teatrale in prosa. Chi si può tener si tenga ovvero Analisi sincera dei Solitari, 1791, Firenze: Presso Ant. Gius. Pagani e Comp. Il Rigattiere di qualità ossia, così va il Mondo, c.1797, Firenze. Commedia in cinque atti, adattata nel 1822 da Alessandro Zanchi col titolo Succede il male perché da alcuni si usa così.

Il Tama Re d'Egitto, 1790, Firenze. Tragedia. L'amor conjugale, c.1781. Commedia in prosa, seguito del Fabbricatore inglese di Falbaire. Andolfati, Pietro; Bono, Luigi; Dardanelli, Giuseppe, Tributo di gioia dei Comici della Compagnia Andolfati in tre sonetti, 1791, Firenze: Carlieri.