La strage di San Basilio fu un eccidio di stampo mafioso avvenuto il 2 gennaio 1999 all'interno di un bar nella periferia di Vittoria, in provincia di Ragusa. L'agguato, che causò la morte di cinque persone tra cui due giovani vittime innocenti, maturò nell'ambito di un violento scontro tra Cosa nostra e la Stidda per l'egemonia criminale sul territorio ragusano.

Il contesto

Alla fine degli anni Novanta, il predominio criminale nella Sicilia sud-orientale era conteso. Il potente clan Emmanuello (legato a Cosa nostra di Gela) intendeva entrare nel territorio vittoriese per espandere le proprie attività, conquistando quella che fino a quel momento era considerata una sorta di «riserva» esclusiva della Stidda. L'obiettivo principale di questa espansione era il controllo delle attività economiche della zona, in gran parte legate all'economia delle serre agricole, al fiorente Mercato ortofrutticolo di Vittoria e al racket delle estorsioni.

A ostacolare questo progetto vi era Angelo Mirabella, reggente del clan stiddaro dei Dominante-Carbonaro. Tra Mirabella e la cosca locale rivale dei Piscopo erano nate forti frizioni, scaturite dalla mancata spartizione di un'estorsione da 100 milioni di lire e dai contrasti su una partita di droga (eroina tagliata male). Il boss Alessandro Emmanuello tentò inizialmente di mediare ma, di fronte all'atteggiamento poco accomodante di Mirabella, diede il via libera per l'eliminazione sua e dei suoi guardaspalle.

La dinamica dell'agguato All'imbrunire del 2 gennaio 1999, i sicari entrarono in azione arrivando a bordo di un'auto rubata nel siracusano. I bersagli si trovavano all'interno del bar annesso a un distributore di carburante Esso situato lungo la statale 115 in direzione Comiso, alla periferia di Vittoria.

Un commando armato fece irruzione nel locale aprendo il fuoco in modo indiscriminato. Sotto i colpi dei sicari caddero le tre vittime designate: Angelo Mirabella (32 anni), Claudio Motta (21 anni) e Rosario Nobile (27 anni).

Nella concitazione della sparatoria, i sicari uccisero tragicamente anche due giovani clienti occasionali, Rosario Salerno e Salvatore Ottone, scambiandoli erroneamente per affiliati al clan Mirabella. Sopravvisse alla strage soltanto il barista, scampato ai proiettili nascondendosi dietro al bancone.

Le vittime innocenti Dei cinque morti accertati sul pavimento del locale, soltanto tre erano i reali obiettivi del commando mafioso (Angelo Mirabella, Claudio Motta e Rosario Nobile). Gli altri due ragazzi caduti sotto il fuoco dei sicari, Rosario Salerno (28 anni) e Salvatore Ottone (27 anni), furono vittime innocenti, trovatesi nel bar per pura casualità.

Come emerso sin dai primi giorni dalle testimonianze dei concittadini, i due giovani erano perfettamente integrati nel tessuto sociale cittadino e totalmente slegati dalle dinamiche criminali: Ottone lavorava a tempo pieno al mercato dei fiori cittadino, mentre Salerno era impiegato nell'officina meccanica del padre. Entrambi condividevano una forte passione per il calcio ed erano noti in città come accaniti tifosi del Vittoria; pochi giorni prima dell'agguato, Salvatore Ottone si era persino recato personalmente dal sindaco di Vittoria per sollecitare la conclusione dei lavori per la costruzione delle nuove tribune in curva nello stadio comunale.

La loro tragica fine generò un'ondata di profonda commozione, portando le famiglie e i rappresentanti delle istituzioni a stringersi per rivendicare verità e giustizia nei successivi processi.

Le reazioni La mattanza provocò un'immediata sollevazione dell'opinione pubblica e delle istituzioni sia a livello locale che nazionale. Pochi giorni dopo la strage, circa cinquemila cittadini sfilarono in una marcia silenziosa per le vie di Vittoria, stringendosi ai familiari delle vittime innocenti.

Al corteo parteciparono oltre cento sindaci siciliani, esponenti della giunta regionale e vari parlamentari. In quell'occasione, l'allora sindaco di Vittoria Francesco Aiello chiese un forte intervento dello Stato per liberare la città dal racket e dall'oppressione mafiosa. Il cordoglio e lo sgomento della comunità furono espressi anche dal clero locale, con le condanne pubbliche da parte dell'arciprete monsignor Giuseppe Calì e del parroco don Beniamino Sacco, il quale finì sotto scorta della Polizia per le minacce ricevute in seguito alle sue denunce contro i clan.

L'eco dell'eccidio giunse fino ai vertici dello Stato. L'allora Ministro dell'Interno Rosa Russo Jervolino diramò un allarme istituzionale parlando di un «preoccupante salto di qualità» nella capacità di nuocere e nell'efficienza dei clan mafiosi, mentre l'allora presidente della Commissione parlamentare antimafia Ottaviano Del Turco definì la strage un segnale di inaudita gravità e ferocia legato al controllo del territorio.

Indagini e processi Le indagini furono avviate dalla DDA di Catania e dalla Squadra Mobile di Caltanissetta. Già nei giorni immediatamente successivi, grazie alle intercettazioni ambientali, le forze dell'ordine arrestarono i cugini Alessandro e Giovanni Piscopo (divenuti in seguito collaboratori di giustizia), identificando in loro i mandanti locali.

Per identificare l'intera filiera di morte furono necessari 14 anni di indagini. La svolta arrivò grazie alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Carmelo Massimo Billizzi, ex boss di Cosa nostra a Gela ed esecutore materiale dell'eccidio. Billizzi rivelò che per formare il commando si era rivolto al boss di Mazzarino Salvatore Siciliano, il quale mise a disposizione i killer Giuseppe Selvaggio e Claudio Calogero Cinardo, mentre le armi furono fornite da Alfonso Scozzari. Le rivelazioni portarono, nel gennaio 2013, all'operazione "Victoria" e all'arresto definitivo dei complici.

L'iter giudiziario si è articolato in diversi processi, conclusisi tutti con condanne definitive: I mandanti locali e il basista (i fratelli Giovanni e Alessandro Piscopo, l'omonimo cugino Alessandro Piscopo ed Enzo Mangione) sono stati condannati all'ergastolo. Anche per gli esponenti gelesi Giovanni Avvento e Alessandro Emmanuello, organizzatori della strage, la condanna è stata l'ergastolo (confermata in appello nel 2011). I collaboratori di giustizia e killer reo-confessi, Carmelo Massimo Billizzi e Gianluca Gammino, avendo usufruito degli sconti di pena, sono stati condannati in via definitiva a 12 anni di reclusione dalla Corte di Cassazione nel 2016. Nel novembre 2019, la Suprema Corte ha confermato definitivamente l'ergastolo anche per il boss Salvatore Siciliano.

Note

Voci correlate Stidda Cosa nostra Vittoria (Italia) Strage di Gela Stragi di Porto Empedocle

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