Il Corsiero del Sole, anche detto Cavallo sfrenato, è il nome dato a una colossale statua equestre in bronzo che per secoli si ergeva nel cuore di Napoli in quella che è l'odierna piazza Sisto Riario Sforza, all'incrocio tra via Duomo e via dei Tribunali, nei pressi del Duomo di Napoli. Una leggenda narra che la statua sia stata fusa nel 1322 per ricavarne il bronzo necessario alle realizzazione delle campane per la nuova cattedrale. L'immagine del cavallo sfrenato da essa derivata è rimasta nel corso dei secoli emblema della città e dello spirito del popolo napoletano, e come tale è presente ancora nello stemma della Città metropolitana di Napoli e in numerose altre rappresentazioni istituzionali e culturali partenopee.
Origini e collocazione Le origini della statua sono legate alla fondazione di Neapolis ad opera dei Greci intorno al V secolo a.C. Secondo la tradizione storiografica, avvalorata dallo studio archeo-astronomico The city of the sun and Parthenope: classical astronomy and the planning of Neapolis, Magna Graecia condotto dall'Università degli Studi di Napoli Federico II, la nuova città fu dedicata al culto di Apollo-Elio, il dio solare al quale fu dedicato un tempio, davanti al quale sorgeva proprio la statua in bronzo del cavallo, su un alto piedistallo marmoreo. Secondo il mito greco, Apollo-Elio percorreva il cielo su un carro trainato da cavalli: il carro del Sole. Da questa immagine mitologica deriverebbe il nome «Corsiero del Sole». Carlo Celano, in Notizie del bello, dell'antico e del curioso della città di Napoli del 1692, riferisce che, secondo gli archeologi, quel cavallo ormai scomparso, posizionato là dove un tempo ancora più remoto sorgeva il Tempio di Apollo, avesse rappresentato appunto uno dei “corsieri del Sole”. Il tempio dedicato al culto apollineo fu in seguito trasformato nella Basilica di Santa Restituta in epoca costantiniana, nel IV secolo d.C., poi inglobata all'interno del Duomo di Napoli.
La leggenda di Virgilio e i poteri taumaturgici Nel Medioevo alla statua si intrecciò una tradizione leggendaria che ne attribuiva la creazione al poeta latino Virgilio, considerato dalla cultura popolare medievale napoletana una figura magica e protettrice della città. Secondo questa tradizione la statua del cavallo avrebbe avuto il potere di guarire i cavalli malati: si credeva che gli animali infermi, girando intorno alla statua, potessero riacquistare la salute. Questa credenza suscitava, secondo le cronache dell'epoca, l'ostilità dei maniscalchi locali che vi vedevano una concorrenza alle proprie attività.
L'attribuzione a Virgilio è storicamente infondata, come confermato dalla storiografia moderna, e appartiene al ciclo delle leggende medievali che fecero del poeta mantovano il mago fondatore e protettore della città. La stessa tradizione attribuiva a Virgilio la costruzione di diverse opere dell'antichità napoletana, tra cui la Crypta Neapolitana.
Il freno di Corrado IV (1253) Un episodio storico documentato è strettamente legato alla statua. Nel 1253, dopo un lungo assedio, Corrado IV di Svevia, figlio di Federico II, conquistò Napoli dopo averla assediata per oltre un anno a causa della strenua ribellione dei napoletani. Riuscì a entrarvi aprendosi un varco sotterraneo, e costrinse la resistenza alla resa. Perciò, per sottolineare la sottomissione della città e dimostrare di aver domato un popolo in difesa della propria libertà, ordinò che fosse messo un morso in bocca al colossale cavallo, facendo scolpire i seguenti versi:
Fu proprio questo atto a trasformare definitivamente il grande cavallo in simbolo di resistenza e orgoglio civico: l'immagine del cavallo sfrenato e imbizzarrito assunse da quel momento il significato di indomabilità del popolo napoletano. La statua del cavallo rimase imbrigliata con il morso voluto da Corrado IV fino alla sua sparizione, sulla quale non ci sono certezze storiografiche.
La presunta fusione del 1322 Si racconta che nel 1322 l'arcivescovo di Napoli abbia disposto la fusione della statua per ricavarne il bronzo necessario alla realizzazione delle campane del nuovo Duomo, in costruzione in quegli anni. La motivazione dichiarata sarebbe stata l'intolleranza ecclesiastica verso le credenze e le superstizioni che si erano accumulate attorno alla statua, ritenute incompatibili con la dottrina cristiana. Tale narrazione fu un espediente narrativo successivo per giustificare la sparizione di un simbolo tanto amato dai napoletani. La tradizione popolare tentò nei secoli successivi di identificarne i resti nella cosiddetta Protome Carafa, la testa di cavallo in bronzo un tempo nell'atrio del palazzo di Diomede Carafa e conservata al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, ma questa identificazione è stata definitivamente smentita dagli studi storici moderni: la Protome Carafa è una scultura distinta, realizzata a Firenze da Donatello nella seconda metà del XV secolo come parte di un monumento equestre di Alfonso V d'Aragona da collocare nell'arco superiore del portale di ingresso di Castel Nuovo a Napoli. La scultura rimase incompiuta, e la testa equina fu donata a Diomede Carafa da Lorenzo de' Medici nel 1471.
Eredità simbolica Il cavallo sfrenato nello stemma della Città metropolitana Nonostante la sparizione della statua, l'immagine del cavallo sfrenato rimase il simbolo per eccellenza di Napoli e del suo popolo. Il cavallo compare nello stemma della Città metropolitana di Napoli, erede della Provincia di Napoli, e in quello di numerosi Seggi e istituzioni nobiliari napoletane: il Seggio del Nilo aveva un cavallo rampante nero in campo d'oro, mentre il Seggio di Capuana un cavallo d'oro frenato in campo azzurro.
Il cavallo sfrenato nei palazzi borbonici Il cavallo sfrenato, in epoca reale, rappresentando allegoricamente la Napoli capitale, ha anche rappresentato il suo regno, quindi la parte peninsulare del Regno delle Due Sicilie, mentre la trinacria rappresentava la Sicilia. Tali simbologie sono tuttora visibili nei palazzi reali d'epoca borbonica.
Il cavallo sfrenato come simbolo del Napoli Calcio Nel 1926, alla fondazione dell'Associazione Calcio Napoli per volontà del mecenate Giorgio Ascarelli, il Corsiero del Sole fu scelto come primo emblema del club calcistico. Il cavallo sfrenato rimase simbolo del Napoli fino all'affermarsi del popolare «ciuccio» (asino), derivato dall'ironia popolare verso la squadra a causa del suo disastroso primo campionato di Divisione Nazionale.
Nel luglio 2026, in occasione del centenario della fondazione del club, la S.S.C. Napoli ha reintrodotto il Corsiero del Sole come emblema identitario.
La tradizione equestre napoletana La venerazione per il cavallo a Napoli non fu limitata alla sfera simbolica. Nel Medioevo crebbe una tradizione equestre partenopea di grande rilievo: tra il XV e il XVI secolo, incrociando cavalli locali, africani e asiatici, fu selezionata a Napoli la razza denominata «Corsiero Napolitano», considerata fino al XIX secolo una delle migliori al mondo per la cavalleria militare. Intorno al 1534, grazie a maestri come Giovanni Battista Ferraro e Giovan Battista Pignatelli, si sviluppò a Napoli la prima accademia equestre d'Europa, l'Alta Scuola napoletana di Equitazione, capace di lasciare a bocca aperta tutti coloro che, visitando Napoli, si imbattevano in particolarissime parate militari, in cui gli abilissimi cavallerizzi partenopei e i cavalli di selezione locale si esibivano in figure e movimenti impossibili da vedere altrove.
Note
Bibliografia
Voci correlate Piazza Sisto Riario Sforza Duomo di Napoli Basilica di Santa Restituta Virgilio Corrado IV di Svevia Protome Carafa Sedili di Napoli S.S.C. Napoli Giorgio Ascarelli Città metropolitana di Napoli
Collegamenti esterni
Categoria:Cultura a Napoli