La locuzione Terza redazione dell'Ottimo Commento, che dunque si pone unicamente quale titolo di comodo, indica un'ipotesi critico-filologica formulata nell'ambito degli studi danteschi per spiegare la genesi e la stratificazione testuale di un preciso filone della tradizione manoscritta delle Chiose sopra la Comedia e in particolare relativa alla trasmissione dellOttimo Commento: nel contesto specifico, è adoperata per designare una possibile fase redazionale di tale Commento trecentesco. Resta peraltro frequentemente in bilico tra denominazione dell'edizione materiale e di una proposta ecdòtica teorica.
L'ipotesi interpretativa Nella storia degli studi critici ed ecdotici, la definizione è strettamente legata a una specifica congettura ermeneutica: in tale prospettiva la "terza redazione" si configurava come una categoria critica usata per descrivere uno stadio della tradizione.
La denominazione di "terza redazione" ha continuato tuttavia a ricorrere come etichetta critica.
La filologia ha successivamente ritenuto superata questa congettura interpretativa, attribuendo invece il testo a un autore autonomo noto come Amico dell'Ottimo e restituendo ad esso indipendenza strutturale, ideologica e stilistica rispetto all'alveo dellOttimo.
LOttimo Commento e le tre redazioni LOttimo Commento è considerato uno dei più importanti apparati esegetici trecenteschi alla Comedia di Dante Alighieri. L'opera, anonima, attribuita ad autore di identità controversa contemporaneo del poeta, è generalmente databile al quarto decennio del XIV secolo.
In maniera consuntiva, nella voce dellEnciclopedia dantesca per la Treccani da lui curata, datata al 1970, Francesco Mazzoni distingue, entro i manoscritti dellOttimo recanti il commento alle tre cantiche:
una prima redazione, «riportabile al 1333–1334, conservata nel codice "Laurenz. 40.19"», riprodotto da Torri nella propria "prima" edizione;Il codice è noto anche come "Laurenziano Pluteo 40,19": una seconda redazione, di poco posteriore, attestata in oltre 70 codici e in particolare in "Riccardiano 1004" e "Magliabechiano II.I.31" della Biblioteca Nazionale di Firenze (entrambi del XV secolo); «la terza, infine, posteriore al 1337 ma anteriore alla prima redazione del Comentarium ("Petri Aligherii super Dantis ipsius genitoris Comoediam commentarium"); latino di Pietro Alighieri del 1340, e in ogni caso da porsi per dati interni avanti al 1343, nei codd. Vat. Barb. 4103 (del sec. XIV ex.) e Vat. Lat. 3201 (del sec. XV), quest'ultimo sicuramente descriptusOvvero un "apografo"; descriptus, ossia copiato, "trascritto": (anche se attraverso probabili anelli intermedi) dal precedente.»; ad essi Di Fonzo accosta il manoscritto "New York, Pierpont Morgan Library, M 676" e il "Paris, Bibliothèque Nationale de France, Fonds Italien 70".
Peraltro, i testimoni mostrano assetti testuali non sempre riducibili a una sequenza lineare di riscrittura complessiva dell’opera.
Sulle problematiche redazionali dellOttimo si esprime a parte (rispetto ai lavori per l'edizione di cui è co-curatore) Boccardo, che ne tratteggia la tradizione in 20 codici per la prima cantica, rilevandone come si presentino in due forme testuali, quelle tradizionalmente note come prima e seconda redazione: tuttavia dall’esame filologico ne appura la non linearità ma che si tratta di due attestazioni tarde e diverse di un originale perduto.
Quarta Redazione Boccardo torna sulla questione con uno studio sulla Quarta Redazione del Commento concentrata su due manoscritti conservati a Firenze, il "II IV 120" della Biblioteca Nazionale Centrale e il "1023" della Biblioteca Riccardiana.
La proposta ecdotica defonziana Secondo la congettura formulata da Claudia Di Fonzo,Claudia Di Fonzo, studiosa di Letteratura medievale e di Filologia dantesca, anche nell’interazione tra diritto, teologia e letteratura; si è occupata di esegesi antica alla Commedia: e ha ripercorso in propri contributi a cavallo di XX e XXI sec. lo «status questionis [sic] redazionale» dellOttimo: e ; nel 2008, sotto il titolo L'ultima forma dell'«Ottimo commento». Chiose sopra la Comedia di Dante Allegieri fiorentino tracte da diversi ghiosatori, ha pubblicato un'edizione critica del complesso relativo alle Chiose allInferno. Insegna Diritto e Letteratura all'Università degli Studi di Trento: ; e riespressa in occasione della propria edizione critica della cantica dellInferno nel 2008, peraltro anticipata in articoli precedenti; rivedendo lo «status questionis [sic] redazionale», il testo rappresenterebbe non un'opera autonoma pienamente distinta, un blocco testuale allotrio rispetto a quello dellOttimo Commento, ma una metamorfosi recensoria, una forma ulteriore e rielaborata da ricondursi alla storia redazionale del commento con la cui tradizione conserva stretti rapporti, un insieme stratificato di materiali esegetici, o come ella si espresse; un opus practicumPer la nozione di opus practicum anche: o un taccuino di lavoro mobile, in itinere, caratterizzato dalla sintesi della tradizione precedente o dall'innesto di nuove fonti, come Gervasio di Tilbury, e riflessioni esegetiche ulteriori: una raccolta di chiose, excerpta e rielaborazioni riconducibili a un processo di lavoro sul commento, da parte di un anonimo compilatore inserito nella tradizione dellOttimo.
La proposta nasceva dunque dalla compresenza di due elementi: da un lato il rapporto stretto con lOttimo Commento, dall'altro la fisionomia composita e non lineare del testo, che sembrava documentare una fase ulteriore di selezione, accumulo e riorganizzazione del materiale esegetico.
La "Terza redazione" si era presentata quale sorta di revisione; interna,sin dagli studi, esplorativi e precursori insieme, di Giuseppe Vandelli che si era fondato, per allora limitato da essa, sull'escursione dei manoscritti di Luigi Rocca: le glosse, ovvero, sono state considerate come un ultimo stadio redazionale dell'"Ottimo Commento".
La diffrazione esegetica e la fenomenologia della tradizione L'applicazione del metodo critico-filologico sulla tradizione e i testi ha evidenziato complessi fenomeni di "diffrazione esegetica" (concetto mutuato dalla filologia di Gianfranco ContiniFilologo, dantista e studioso di insigne valore e comprovato rigore critico: ; verificantisi quando i commentatori medievali di fronte a un passo dantesco o non lo comprendevano e lo banalizzavano alterandolo in modo indipendente, o comunque lo approfondivano, creando una ramificazione di glosse divergenti.
Di Fonzo chiarisce: «La 'diffrazione' redazionale, effettivamente tale quando d’autore, è in verità una "stratigrafia delle riscritture" a partire da un nucleo di chiose generativo di veri e propri agglomerati redazionali di glosse con conseguente e ovvia diffrazione esegetica, talora concorrente, entro lo stesso corpus. Spesso si tratta di riscritture ad opera di intellettuali che, a diverso titolo e con diverso fine, tornano a lavorare sul nucleo di chiose originarie aggiungendo e togliendo senza tuttavia stravolgerne l’impianto». in
Nel caso da Di Fonzo preso in esame, la scomposizione non avviene sulle singole parole, ma sul significato e sulla struttura delle glosse, causata da un testo d'origine denso di annotazioni marginali o stratificato nel tempo. La diffrazione si manifesta su più livelli:
Disgregazione e selezione delle glosse: i testimoni superstiti mostrano scelte divergenti da parte dei copisti nell'integrare o isolare le chiose di un modello instabile, raggruppando talvolta sotto un unico lemma spiegazioni che in origine erano distinte. Dal punto di vista della fenomenologia della tradizione, la studiosa notava infatti una fitta rete di varianti asimmetriche tra i testimoni manoscritti. Varianti strutturali nei proemi: la diffrazione emerge in modo macroscopico nei proemi delle cantiche (in particolare nel Paradiso), dove la tradizione si divide tra testimoni che conservano la veste originaria dellOttimo e codici che mostrano profonde ristrutturazioni metodologiche e dottrinali.
Un caso di studio esemplare L'indagine della Di Fonzo è tesa a mostrare come il commentatore dantesco operasse attraverso una pratica esegetica autonoma, introducendo varianti interpretative che si diramano nei testimoni manoscritti. Nello specifico, l'analisi aveva il fine di dimostrare come la citazione di Gervasio di Tilbury sia un elemento chiave per identificare e mappare i manoscritti appartenenti alla terza redazione dellOttimo Commento: appunto a supporto della propria tesi, Di Fonzo presentava un paradigmatico campione d'indagine, evidenziando la stratificazione delle fonti nel "canto di Maometto" (Inferno, XXVIII), dove il testo integra gli Otia imperialia di Gervasio di Tilbury come nuova fonte enciclopedica,. peraltro in maniera asimmetrica.Come nel caso dell'ipotesi documentale d'altro ambito, l'ipotesi filologica si fonda sull'individuazione di stringhe di testo estranee inserite in un secondo momento.
Il manoscritto "Barber. Latino 4103" ʍ Il codice "Barber. Latino 4103" è manoscritto su supporto membranaceo/cartaceo risalente, secondo Andrea Mazzucchi,Mazzucchi è professore ordinario di "Filologia della Letteratura Italiana" presso l'Università di Napoli "Federico II" e vicepresidente del "Centro Pio Rajna per la ricerca linguistica, filologica e letteraria", oltre che autore di studi sull'esegesi antica della Commedia e problemi attributivi e membro della Commissione scientifica preposta all'Edizione nazionale dei commenti danteschi: ; alla seconda metà del sec. XIV e vergato da più mani principali: una in semigotica, un'altra più recente che aggiunge alcune postille marginali; una terza per la maggior parte del commento: è conservato nella Biblioteca Apostolica Vaticana,; con la segnatura "Barb.Lat.4103", mentre nell'OPAC è "Vat.lat.4103". Veicola materiali diversi, che rappresentano una stratificazione esegetica complessa: accanto a quelli ricondotti alla tradizione dell'Amico dellOttimo, Perna ha isolato e studiato altresì un diverso nucleo di glosse, indicato come “chiose B”, rilevante per la circolazione meridionale della Commedia e della sua esegesi.
◎ Il manoscritto "Barber. Latino 4103" recepisce l'innesto della su nominata nuova fonte in modo integrato e strutturato all'interno della glossa principale.
Codice "Bibl. Apostolica Vaticana Vatic. Latino 3201" ʍ Il codice "Bibl. Apostolica Vaticana Vatic. Latino 3201" è custodito nella Biblioteca Apostolica Vaticana: la voce dell'"Enciclopedia Dantesca" "Treccani" del 1970, registra la concorde definizione del manoscritto come descriptus, copiato, «anche se attraverso probabili anelli intermedi», dal «Vat. Barb. 4103» (ovvero il "Barber. Latino 4103").
Codice "New York, Pierpont Morgan Library, M 676" ʍ Il codice con segnatura "M676" custodito nel Morgan Library & Museum, struttura che comprende Biblioteca e Museo di New York: è stato realizzato e miniato a Firenze tra il 1345 e il 1355 in grafia gotica antica e semicorsiva notarile; era appartenuto nel XV sec. a Ferdinando I di Napoli. Poiché risalente al «quarto o quinto decennio del XIV secolo», viene considerato il «testimone più antico». delle Chiose dell'"Amico". Secondo lo stemma codicum proposto da Ciro Perna,. ambedue i codici "M676" della Morgan Library e «il Barb. Lat. 4103 (BA) con il suo descriptus, il Vat. Lat. 3201 (VA), entrambi della Biblioteca Apostolica Vaticana» derivano, pur in maniera tra loro non dipendente, da un comune antigrafo di identità sconosciuta.
◎ Lo studio sulla tradizione effettuato da Di Fonzo conduce alla conclusione che sia il "Vat. Lat. 3201" sia il "Pierpont Morgan M676" tendano invece, contrariamente a "Barber. Latino 4103", a isolare il blocco testuale in esame o a lasciarlo confinato al margine speculare del foglio.