Diana cacciatrice è un dipinto a olio su tela (121,3 × 96,8 cm) di Giovanni Francesco Barbieri, detto il Guercino, databile al 1657-1658 circa e conservato presso la Fondazione Sorgente Group di Roma. Storia L'opera è registra nel Libro dei conti.Il Libro dei conti è il registro amministrativo compilato dal fratello minore Paolo Antonio Barbieri dal 1629 al 1649, anno della sua morte, e proseguito dai familiari fino al 1666. Alla data 15 novembre è annotato: «Dal Molto R:do Sig:r D. Giulio Cesare Rodolfi si è ricevuto per Cappara doble quatre, da farsi due Meze Figure, fano Scudi 15.»

Un secondo pagamento è registrato in data 20 maggio 1658: «Dal Molto Ill:mo et Molto Re:do Sig:r D. Giulio Cesare Rodolfi si è ricevuto Doble di Italia n:o 18 che a L 15 luna fano L 270 Scudi n:o 67 L 2. La Cappara che si ebbe sotto li 15 novembre 1657 che furno doble quatre fa:no L 60 e questi fano in tuto L 330 e resta avere ancora per saldo et ulti:mo pagamento L 270, che fano poi la soma di L 600 il qual denaro e il pagamento dele due Meze Figure Cioè Indimone e Diana che si mandarono a Roma, ali Sig:r Carandini.»

Il saldo è stato effettuato il 30 giugno 1658: «Dal Sig:r Rocho Sabadini si è ricevuto di ordine del Sig:r D. Giulio Cesare Rodolfi e queste è per saldo et ultimo pagamento, delle due Mezze Figure, cioè Indimione e Diana, che andò a Roma e questi sono state L 270 che fano come sopra, la moneta furno Doble n:o 15 e lire sesanta in tante moraiole e romane per la valuta di L 41.10 fano Scudi 150.»

Il committente dell’Endimione dormiente e della qui trattata Diana cacciatrice fu il conte Fabio Carandini, appartenente a una famiglia di origine modenese trasferitasi a Roma nel 1608. Nell’inventario redatto alla sua morte sono registrati: «Due altri quadri mezzani, dicono del Guercino, rappresentante una Diana Cacciatrice e l’altro un Indimione che dorme, con cornice di legno bianco».

Il dipinto comparve più volte sul mercato antiquario: fu presentato da Finarte a Milano nella vendita del 10-13 maggio 1966, con il numero 356, e da Christie’s a Milano il 26 novembre 2009, con il numero 96; in seguito entrò nelle collezioni della Fondazione Sorgente Group.

L’opera fu pubblicata da Luigi Salerno con la collaborazione di sir Denis Mahon. L’Endimione dormiente, concepito come suo pendant, è stato identificato con il dipinto appartenente alla collezione Parlatore Melega di Bologna. Soggetto Il dipinto fu concepito come pendant dell’Endimione dormiente. Diana, corrispondente nella mitologia romana alla greca Artemide, è qui presentata nella sua duplice natura di dea della caccia e di divinità associata alla sfera lunare. La dea è raffigurata mentre interrompe la propria corsa e volge lo sguardo all’indietro verso il giovane pastore Endimione. La falce di luna visibile nel cielo richiama esplicitamente la sua dimensione astrale.

Secondo il mito, Endimione, figlio di Etlio, re di Elide, e di Calice, fu amato dalla divinità lunare, identificata nella tradizione con Selene e successivamente assimilata a Diana. Per poterlo contemplare eternamente giovane, la dea ottenne da Giove che il pastore fosse preservato dal trascorrere del tempo.

Descrizione La dea è rappresentata durante una battuta di caccia. Con la mano destra impugna una lunga lancia, mentre con la sinistra trattiene il levriero che la accompagna e che solleva verso di lei uno sguardo interrogativo. La figura, colta nel momento in cui si arresta e si gira, conserva il dinamismo della corsa appena interrotta.

La falce di luna, visibile nel cielo, ne precisa l’identità. Sullo sfondo si apre un paesaggio montuoso, delimitato a sinistra dal tronco scuro e dalla ruvida corteccia di un albero. Le vesti sono composte da delicate variazioni cromatiche: il rosa del corpetto e della sopravveste, il malva della fusciacca e il celeste della gonna si accordano con i toni chiari e sfumati del cielo.

Stile Realizzato quando il Guercino era ormai vicino ai settant’anni, il dipinto appartiene alla fase estrema della sua attività e mostra la piena maturazione del suo linguaggio classicista. La composizione è improntata a un tono aulico e rarefatto, ottenuto attraverso la luminosità diffusa, la delicatezza dei colori e l’eleganza misurata della figura.

Il paesaggio e le forme si stemperano nell’atmosfera, assumendo tonalità morbide e quasi incipriate. Tale idealizzazione non annulla tuttavia la componente naturalistica propria del Guercino. La consistenza delle carni, la resa ispida del pelo del cane e la morbidezza dei panneggi mantengono una concreta evidenza materiale.

Anche nel confronto con Guido Reni, spesso richiamato per spiegare il classicismo dell’ultimo Guercino, emergono differenze sostanziali. Rispetto alle forme più astratte e idealizzate di Reni, la figura di Diana conserva una più salda adesione al dato reale. I tessuti non assumono l’aspetto rigido e quasi cartaceo caratteristico di alcune opere reniane, ma si gonfiano sotto l’azione del vento e ricadono in pieghe morbide, mettendo in risalto la lucentezza serica delle stoffe attraverso sottili variazioni di tono.

L’opera rappresenta pertanto la trasformazione, entro un linguaggio più pacato e raffinato, di quella prima maniera vigorosa e naturalistica che Francesco Scannelli aveva definito «gagliarda», sviluppata dal Guercino secondo un percorso autonomo e personale.

Note

Bibliografia

Categoria:Dipinti del Guercino Categoria:Dipinti a Roma Categoria:Dipinti su Diana