La chiesa di Santa Maria libera nos a scandalis è la chiesa parrocchiale e principale luogo di culto di Quarto, nella città metropolitana di Napoli. Appartenente alla diocesi di Pozzuoli, è uno degli edifici più antichi del territorio flegreo. Il culto mariano a essa legato è attestato fin dal 1013, mentre l'edificio fu consacrato nel 1243.
Storia Le origini e il titolo La più antica testimonianza del culto risale al 1013, quando un atto di compravendita menziona per la prima volta il luogo detto Santa Maria ad scandola. L'appellativo, di probabile radice greca, indicava un ostacolo o un inciampo, forse in riferimento alla conformazione vulcanica del terreno. Nel corso del Settecento al titolo fu aggiunto il termine Libera e, verso la fine dell'Ottocento (documentato dal 1883), il Nos, dando così origine alla denominazione attuale libera nos a scandalis.
Secondo una tradizione, la chiesa sarebbe legata all'imperatore Federico II di Svevia; durante un soggiorno termale a Pozzuoli (1227) egli avrebbe fatto costruire nella conca di Quarto il castello di Monteleone come tenuta di caccia e, scampato per miracolo all'assalto di un cinghiale, vi avrebbe poi eretto una chiesa dedicata alla Vergine. L'edificio fu comunque consacrato nel 1243 dal vescovo di Pozzuoli Pietro, come attestava un'epigrafe del 1245, in seguito andata perduta; nella stessa occasione il presule dedicò due altari, l'uno a san Michele Arcangelo (devozione di tradizione longobarda) e l'altro alla Santa Croce, concedendo indulgenze. È probabile che la chiesa sorgesse sul sito di una cappella più antica. La scarsità di documenti sui secoli successivi è dovuta anche alla distruzione dell'archivio vescovile puteolano durante l'eruzione del Monte Nuovo del 1538.
Gli Agostiniani Coloriti Nel 1627 il vescovo di Pozzuoli Lorenzo Mongió concesse la chiesa ai frati Agostiniani Coloriti, che vi eressero accanto un piccolo convento; nel 1629 papa Urbano VIII concesse l'indulgenza plenaria a quanti avessero visitato la chiesa nel giorno della festa di san Michele. Il convento fu soppresso nel 1652, in applicazione della bolla con cui Innocenzo X aboliva i conventi minori. I frati vi fecero ritorno nel 1704, dopo aver ricevuto in donazione una masseria nel luogo detto «il Pantaleo», e la loro presenza fu formalizzata con un atto stipulato il 12 dicembre di quell'anno, sollecitato dal sindaco di Marano Andrea Catone. Abolita la congregazione da Benedetto XIV a metà del Settecento, i beni passarono alla diocesi di Pozzuoli, cui la chiesa fu affidata per il tramite del delegato apostolico Celestino Galiani.
La contesa giurisdizionale tra Pozzuoli e Napoli Fino al 1948 Quarto fu frazione di Marano di Napoli e apparteneva perciò all'arcidiocesi di Napoli, sebbene la chiesa fosse stata edificata dai vescovi di Pozzuoli. Ne derivò una lunga contesa giurisdizionale tra le due diocesi, insorta nel 1657 e definita dalla Santa Sede soltanto nel 1882. La disputa fu segnata da episodi clamorosi: nel 1658 l'erario di Marano Francesco Di Lauro occupò la chiesa impadronendosi delle chiavi, tanto che il vescovo puteolano Giovanni Battista Campagna ottenne dalla Camera Apostolica un mandato a tutela del possesso di Pozzuoli; nel 1698 furono distrutte e trasportate a Marano le due epigrafi marmoree, quella della consacrazione del 1243 e quella della concessione ai Coloriti del 1627, che documentavano i diritti puteolani.
Nel 1876 il vescovo di Pozzuoli Gennaro De Vivo vi fece istituire il fonte battesimale, con primo battezzato Sabatino Baiano il 3 giugno di quell'anno, per consentire ai quartesi di ricevere i sacramenti in loco, essendo disagevole raggiungere la parrocchia di riferimento a Pianura. La Sacra Congregazione del Concilio pose fine alla lite il 17 giugno 1882, aggiudicando il territorio di Quarto alla diocesi di Pozzuoli. La chiesa fu quindi eretta in parrocchia il 9 dicembre 1888, in occasione del VII sinodo diocesano, ottenendo il riconoscimento civile dello Stato italiano solo nel 1910; primo parroco fu don Giuseppe Pandolfi.
Il crollo e la ricostruzione L'antico edificio, più volte restaurato (nel 1862 dal vescovo Raffaele Purpo e nel 1883 da De Vivo), crollò nella notte tra il 22 e il 23 marzo 1893 a causa di lavori di ampliamento mal eseguiti, provocando la morte di tre persone che abitavano in una casa attigua. Su progetto dell'ingegnere Umberto Cassitto, approvato nel 1895, la chiesa fu interamente ricostruita con il contributo economico dei fedeli e completata nel 1905; durante i più recenti lavori di restauro sono state individuate, al di sotto dell'edificio attuale, le fondamenta della struttura duecentesca.
Nel 1943, durante la seconda guerra mondiale lo scoppio di una polveriera, da parte dei tedeschi in ritirata, danneggiò la parte esterna della chiesa, mentre il terremoto del 1962 vi provocò lesioni. Negli anni novanta il Provveditorato alle opere pubbliche fece rifare la copertura con una capriata in ferro, su progetto dell'ingegnere Francesco D'Amore, e furono condotti altri restauri a cura di padre Antonio Maria Di Pierno, cui seguirono all'inizio del XXI secolo quelli promossi da don Vitoantonio Della Ratta. Tra gli anni 1970 e 1980 la facciata era stata rivestita di piastrelle in klinker e privata del campanile originario, sostituito da una torre in acciaio arretrata e collocata su una delle cappelle laterali; nel 2004 un intervento di risanamento conservativo eliminò il klinker, ricostruì la cella campanaria e ne ripristinò l'aspetto originario. Un ulteriore restauro, avviato negli anni 2010, ha compreso il consolidamento del terreno di fondazione mediante resine (2017) e il recupero dell'apparato decorativo delle volte. Al 1967 risale invece l'inserimento, davanti all'altare preesistente, di un altare in marmo bianco voluto dal sacerdote Giuseppe Santucci.
Descrizione La chiesa, in muratura di tufo, ha pianta a navata unica ripartita in due campate coperte da volte a crociera e conclusa da un'abside semicircolare voltata a cupola, il tutto realizzato in laterizio; al di sopra delle volte corre una capriata con grosse travi di ferro. Lungo i fianchi si aprono quattro cappelle per lato: le ultime due, contrapposte, ospitano gli altari di san Gerardo e del Sacro Cuore di Gesù. Oltre l'arco trionfale che separa la navata dall'abside si trovano le penitenzierie sormontate da loggette, mentre alle spalle dell'altare maggiore è collocata la statua policroma della Madonna.
L'interno è riccamente decorato di stucchi e gessi che ornano volte, archi e pareti; la pavimentazione è in lastre di marmo arabescato di 50 cm intervallate da tozzetti in marmo nero. Dall'area presbiteriale si accede alla sacrestia e agli ambienti attigui destinati a uffici e casa canonica.
Note
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