La colonia di Samastro (in greco antico Amastris, in turco moderno Amasra) fu un ente territoriale della Repubblica di Genova sulla costa meridionale del mar Nero, nell'odierna Turchia settentrionale (provincia di Bartın). Essa sorse sul sito dell'antica città greco-romana e poi bizantina di Amastri ed ebbe un proprio console almeno dalla metà del XIV secolo, mantenendo per gran parte della sua esistenza uno status giuridico ambiguo di "doppia sovranità" fra Genova e le potenze musulmane dell'Anatolia settentrionale, fino alla conquista da parte del sultano ottomano Mehmed II, databile con buona precisione tra il settembre e l'ottobre 1459.

Prima del dominio genovese La città, fondata in epoca ellenistica sul sito della più antica Sesamo (menzionata già dal poeta Omero) e ribattezzata Amastri in onore della regina Amastri, nipote del re persiano Dario III, fu in seguito un centro provinciale romano e un importante porto e base militare bizantina, dotata di una solida cinta muraria sull'acropoli. Nel corso del XIII secolo la città cambiò più volte padrone, venendo infatti occupata nel 1204 dall'esercito georgiano al servizio di David Comneno ed annessa all'Impero di Trebisonda, passando poi nel decennio successivo sotto il controllo dei Turchi selgiuchidi.

Dominio genovese Il quadro generale dell'espansione genovese nel Mar Nero fu sicuramente posto dal trattato di Ninfeo (1261), stipulato tra la Repubblica e l'imperatore bizantino Michele VIII Paleologo: in cambio dell'appoggio navale genovese nella riconquista di Costantinopoli, sottratta ai crociati latini, Genova ottenne ampi privilegi commerciali e la possibilità di aprire basi ed empori lungo le coste del Mar Nero. L'istituzione di Samastro come vera e propria colonia genovese dotata di un proprio console però è molto più tarda rispetto al 1261; essa andrebbe collocata nel periodo del dogato di Simon Boccanegra (1339-1344 e 1356-1363) oppure, secondo altra ipotesi, tra il 1374 e il 1378. Nelle fonti genovesi e occidentali la città fu conosciuta con il nome di Samastro (o Samastris).

Una caratteristica peculiare di Samastro che la distingueva da altre colonie del Mar Nero era il suo status giuridico ambiguo, poiché esso risultava sospeso fra l'appartenenza formale all'impero coloniale genovese e un rapporto di sudditanza (probabilmente d'origine tributaria) nei confronti di una potenza musulmana anatolica, definita nelle fonti genovesi coeve come "impero dei Tartari" (Imperio tartarorum). Tale espressione potrebbe risalire in origine ad un tributo imposto alla città, all'epoca ancora "ufficialmente" situata in territorio turco, dallo stato timuride di Tamerlano (Timur Gurgan, 1370-1404), che nel 1402 aveva sconfitto e imposto tributi in tutta l'Anatolia dopo la vittoria sul sultano ottomano Bayezid I nella battaglia di Ankara. Questo doppio legame di sudditanza collocava quindi Samastro dal punto di vista del diritto islamico nel novero delle terre del cosiddetto dār al-ʿahd ("terre del patto"), tecnicamente già parte del dār al-Islām, pur restando, secondo l'insistenza delle autorità genovesi, un avamposto remoto dell'impero coloniale della Superba.

A testimonianza diretta di questa doppiezza, l'ambasciatore castigliano Ruy González de Clavijo, che transitò da Samastro il 25 marzo 1404 diretto alla corte di Tamerlano a Samarcanda, annotò nel suo diario di viaggio che la città "appartiene ai Genovesi, ed è situata in terra di Turchia, presso il mare, su un poggio molto alto".

Amministrazione e consoli Samastro era retta da un console eletto dalla madrepatria genovese (similmente ai governi di Pera e della Gazaria) o, più spesso nel corso del XV secolo, dagli organi di governo della colonia di Caffa, da cui la città dipendeva anche dal punto di vista finanziario (difatti i registri contabili della massaria, cioè l'ufficio delle finanze, di Caffa contengono le voci relative alle entrate e alle spese di Samastro). Tra i consoli più noti figurano in ordine cronologico:

Bartolomeo Zoaglio, la cui presenza è attestabile nei registri di spesa di Pera e il cui nome compare su una lastra oggi conservata nel museo di Amasra; Bartolomeo di Lavello (o Lavelo), eletto console il 1º dicembre 1456 con mandato scaduto ufficialmente il 16 maggio 1459, ma rimasto in carica de facto per difendere la città durante l'assedio ottomano dello stesso anno; i suoi debiti verso il comune di Caffa, contratti a causa dell'assedio e della successiva caduta della città, sono registrati nei libri della massaria di Caffa alla data del 10 marzo 1460;; Francesco Spinola, eletto console tra febbraio e marzo 1459, che non assunse mai effettivamente la carica, presumibilmente a causa del declinare della situazione militare.

Economia e infrastrutture

La colonia era uno snodo del sistema di rotte commerciali genovesi che, partendo da Galata (Pera), di fronte a Costantinopoli, si spingeva verso Sinope e Caffa in Crimea, terminale occidentale delle vie carovaniere che collegavano l'Europa all'Asia centrale e alla Cina sotto la pax mongolica dell'Orda d'Oro. Il retroterra collinare e montuoso della Paflagonia e del beilicato di Candar (o Isfendiyarid), ricco di boschi (in particolare di bosso, legname particolarmente pregiato per produzioni di pettini e oggetti torniti) e di risorse minerarie (in particolare rame), rendeva la città un utile scalo per l'esportazione di materie prime verso il Mediterraneo occidentale; fonti veneziane attestano peraltro stretti rapporti finanziari e commerciali degli emiri Candaridi tanto con Genova quanto con Venezia.

Le fortificazioni genovesi Per ciò che riguarda le difese, il fortificato di Samastro era costruito su fondamenta di epoca romana, ampliate in epoca bizantina, articolandosi in due nuclei principali collegati da un ponte ad arco, noto come ponte di Kemere (o "arco di Boztepe"): il castello di Zindan (Zindan Kalesi), sulla penisola rocciosa collegata alla terraferma da un istmo, e il castello di Sormagir (Sormagir Kalesi), sull'isola maggiore di Boztepe. Durante il periodo genovese tra XIV e XV secolo le piazzeforti bizantine preesistenti furono oggetto di importanti interventi di restauro e ampliamento, in particolar modo sul fronte a mare e sulle porte principali. I genovesi realizzarono inoltre un muro partizionatore per creare un'area di castello interno, una cittadella rettangolare all'interno di quest'area, il raddoppio delle porte principali e il sopralzo di alcune torrionature.

Le mura orientali del complesso fortificato misurano circa tra nord-est e sud-est; le mura meridionali rinforzate da otto bastioni s'estendono per circa ; le mura settentrionali, oggi in gran parte crollate, raggiungevano circa a partire dal ponte di Kemere. Tutti questi interventi furono commemorati con lastre murarie recanti stemmi araldici e iscrizioni latine delle famiglie genovesi che si succedettero al governo della città, alcune delle quali sono tuttora visibili sulle porte e sulle torri del castello. All'interno del castello si conserva inoltre una chiesa bizantina del IX secolo, in seguito trasformata in moschea (Fatih Camii) dopo la conquista ottomana.

L'assedio e la caduta Nel marzo 1454 il sultano ottomano Meometto II, salito al trono definitivamente dopo la conquista di Costantinopoli l'anno precedente, chiese formalmente che Samastro riconoscesse la propria autorità (samastrensem locum in suam jurisdictionem postulauit obtinere), anziché restare sotto la sudditanza del già ricordato "impero dei Tartari" (Samastram non subesse Imperio tartarorum, set esse potius in Turchia). Il governo di Genova accolse le richieste ottomane e l'11 marzo 1454 diede istruzioni in tal senso ai propri ambasciatori Luciano Spinola e Baldassarre Maruffo, incaricati di trattare con la Sublime Porta; l'ambasciata, però, non raggiunse mai il sultano.

Nell'estate dello stesso 1454 le forze ottomane, alleate con quelle tartare del khan di Crimea Hacı I Giray (1441-1466), attaccarono Caffa (ora Feodosia), capitale della Gazaria genovese: la città fu costretta a pagare un tributo sia agli Ottomani sia ai Tartari di Crimea, senza il consenso della madrepatria genovese (il tributo ai Tartari cominciò a essere versato il 23 luglio 1454, quello ottomano fu concordato entro l'11 settembre dello stesso anno). Samastro, inoltre, fu tenuta a versare il proprio tributo separatamente da quello di Caffa e fu esclusa dai termini del trattato genovese-ottomano del 18 luglio 1455; la città dovette dunque trattare da sola con la Sublime Porta, attestato dalla registrazione di un'ambasciata di Samastro presso il "signore dè Turchi" (ad dominum teucrum) nei libri della massaria di Caffa alla data dell'11 aprile 1458.

Le fonti d'archivio genovesi permettono di ricostruire con buona precisione la cronologia della caduta di Samastro, correggendo la data del 1460, che è comunemente riportata dalla pubblicistica divulgativa e turistica. Secondo i registri della massaria di Caffa, la città risultava già assediata dagli Ottomani il 9 settembre 1459 e si arrese al sultano tra settembre e ottobre dello stesso anno. La stessa cronologia è confermata da diverse brevi cronache bizantine coeve, che datano la caduta di Samastro all'anno bizantino 6968 dellAnno Mundi (corrispondente al periodo compreso fra il 1º settembre 1459 e il 31 agosto 1460). Anche le fonti ottomane presentano una qual certa ambiguità cronologica, ponendo l'evento all'anno islamico 863 dell'Egira (8 novembre 1458 - 27 ottobre 1459) o 864 (28 ottobre 1459 - 16 ottobre 1460); però la presenza personale del sultano, necessaria per organizzare la resa e il successivo ripopolamento della città, sembra collocarsi tra la fine dell'863 e l'inizio dell'864 dell'Egira, ossia attorno all'ottobre 1459. La distruzione (perdicionum) di Samastro fu registrata nei libri di Caffa il 10 marzo 1460 come evento ormai avvenuto precedentemente. Il console in carica, Bartolomeo di Lavello, tentò vanamente di difendere la città durante l'assedio.

Le cronache ottomane coeve, in particolare quelle di Aşıkpaşazade (morto tra il 1491 e il 1502) e di Mehmed Neşri (morto verso il 1520), descrivono Samastro come un eccellente fortilizio abitato da "infedeli", il cui governante (definito "padishah") era un "Franco" (Fireng) che avrebbe dato rifugio a schiavi fuggitivi provenienti da tutta l'Anatolia dediti alla pirateria e, "senza far domande", persino alla cattura di navi dello stesso stato ottomano. Lo storico ottomano cinquecentesco Kemāl paşa-zāde, riprendendo tali cronache in una sua opera storiografica del 1502-1503, elencò la conquista di Samastro (Amasra) fra quelle di Costantinopoli, Trebisonda, Morea e Mitilene, definendone il governante con il titolo bizantineggiante di tekvur (dal greco tyrannos "signore" locale), sebbene il console di Samastro fosse in realtà un funzionario dell'amministrazione coloniale genovese privo di qualunque legame con l'oramai ex Impero bizantino.

Conseguenze della conquista Dopo la caduta della città, il sultano Mehmed II fece guarnigionare il castello con un presidio di un centinaio di soldati e due navi, trasferendo ad Amasra le guardie della vicina fortezza di Eflani per rafforzarne la difesa; la città fu inoltre ripopolata con genti turcomanne provenienti dalla regione, per cominciare anche in questa nuova terra l'azione di riorganizzazione demografica a lui tanto cara. La perdita di Samastro precedette di un anno la conquista ottomana dell'Impero di Trebisonda (1461), evento che pose fine all'ultimo residuo politico bizantino in Anatolia.

Importanza del sito Le rovine del castello genovese di Amasra, con i loro stemmi araldici e le iscrizioni superstiti, sono state oggetto di rilievi epigrafici sin dai primi del Novecento. Il sito è stato inserito nel 2020 dalla Turchia nella lista propositiva ("tentative list") del patrimonio dell'umanità dell'UNESCO.

Note

Bibliografia