Arezzo, in latino Arretium e in greco antico , fu una città dell'Etruria settentrionale interna, sorta nel corso del VI secolo a.C. sullo stesso rilievo occupato dall'odierna Arezzo e rimasta un centro di primo piano fino alla tarda età imperiale romana. Nel corso del I secolo a.C. divenne municipio romano.

La continuità di vita dell'abitato ha cancellato quasi per intero i resti antichi, mai oggetto di una esplorazione archeologica sistematica: le scoperte, in gran parte occasionali, hanno tuttavia restituito monumenti di assoluto rilievo: grandi bronzi come la Chimera e la Minerva, le terrecotte architettoniche di età ellenistica, fino alla ceramica aretina che nella prima età imperiale ne diffuse il nome in tutto il mondo romano...

Gran parte dei materiali provenienti dalla città e dal territorio è conservata nel locale Museo archeologico nazionale Gaio Cilnio Mecenate, intitolato al più celebre degli aretini antichi.

Toponimo Il nome latino Arretium, da cui l'etnico Arretinus, continua senza soluzione la denominazione antica del centro ed è all'origine di quello moderno; le fonti greche rendono il toponimo come e l'etnico come .... L'etimologia è considerata incerta: Giacomo Devoto pensava a una base preindoeuropea *arra, proposta che Giovan Battista Pellegrini giudica molto dubbia, con possibili riscontri nel prenome etrusco Arnth, latinizzato in Arruns, e nel gentilizio della gens Arria. Resta comunque valida l'avvertenza di metodo che un nome locale preromano non va ritenuto di origine etrusca per il solo fatto di comparire in testi etruschi.

Il nome etrusco della città non è infatti direttamente attestato. Una possibile attestazione è stata cercata nell'epitaffio etrusco di Larthi Cilnei, nobildonna della stessa gens di Mecenate: l'iscrizione, vista nel Cinquecento all'interno di una tomba di Tarquinia o, con minore probabilità, del suo territorio, e in seguito perduta, è nota soltanto dalla trascrizione contenuta nel manoscritto Vaticano latino 6040, individuata da Augusto Campana; il modello del lungo epitaffio-elogio dipinto in onore di un personaggio eminente è del resto ben documentato proprio nelle grandi tombe tarquiniesi del IV e III secolo a.C.. Adriano Maggiani, che ne ha dato l'edizione, leggeva in una sequenza corrotta del testo il gentilizio della madre della defunta; Dieter Steinbauer vi ha invece riconosciuto la forma aritim, accusativo del nome etrusco di Arezzo retto da un verbo di significato incerto, intendendo in via di ipotesi che la defunta "lasciò Aritim in gioventù": un riferimento che lo studioso collega alla cacciata dei Cilnii del 302 a.C. narrata da Livio e che lo porta a datare l'epitaffio al terzo quarto del III secolo a.C., contro la datazione intorno al 300 proposta da Maggiani...

La lettura di Steinbauer è respinta da Luciano Agostiniani e Giulio Giannecchini, che emendano la sequenza in un etnico aritina, "aretino", pur giudicando possibile che dietro di esso si celi una base *ariti quale nome etrusco della città;. è invece accolta nella Prosopographia etrusca di Massimo Morandi Tarabella, che intende la defunta come "nata ad Aritim" e riferisce l'epitaffio, dubitativamente, al IV secolo a.C..

A sostegno della propria lettura Steinbauer ha richiamato la dedica incisa sul cosiddetto Apollo di Ferrara, nella quale propone di correggere il testo tràdito leggendo aritimi, locativo, "nella città di Aritim", forma in precedenza interpretata come il nome della dea Artemide etrusca: il bronzo, secondo questa esegesi, proverrebbe da Arezzo.. Una leggenda monetaria areuizie-s, registrata nel Thesaurus linguae Etruscae e riferita ad Arezzo, è stata inoltre indicata come possibile attestazione dell'etnico.

In età romana Plinio il Vecchio distingue tre comunità di Arretini, i Veteres, i Fidentiores e gli Iulienses, riflesso delle successive deduzioni coloniarie di età sillana e cesariana.Plinio, Naturalis historia, III, 52; .

Storia delle ricerche

Le antichità aretine entrarono presto nel circuito letterario: nel XIII secolo Ristoro d'Arezzo e nel XIV Giovanni Villani celebrano la ceramica corallina e menzionano scoperte contemporanee, mentre tra la fine del XV e i primi del XVI secolo Giovanni de' Medici, il futuro papa Leone X, assistette alla scoperta di fornaci e di ceramica a vernice nera con lettere impresse sul fondo.. Un posto di rilievo hanno i monumenti antichi, dall'acquedotto all'anfiteatro, dalle terme alle fornaci, nel libello dell'erudito locale Marco Attilio Alessi (1470-1546), che ricorda anche la statua della Minerva, rinvenuta nel 1541 presso San Lorenzo.. Grande risonanza ebbe nel 1553 la scoperta, nei lavori per il bastione di Porta San Lorentino, del deposito di bronzi cui apparteneva la Chimera, ricordata da Benvenuto Cellini e subito valutata come etrusca da Giorgio Vasari.

Nel XVII e XVIII secolo i ritrovamenti, noti soprattutto da carte d'archivio, alimentarono il collezionismo locale: la raccolta Bacci fu visitata da Anton Francesco Gori nel 1734 e inventariata da Luigi Lanzi nel 1777. Nel 1822 la Fraternita dei Laici istituì un Museo di Storia Naturale e di Antichità per evitare che i reperti andassero dispersi, aperto al pubblico già nel 1823 con il primo direttore Antonio Fabroni: vi confluirono via via le raccolte ottocentesche Bacci, Rossi, Rossi-Redi, Gamurrini e Funghini, nucleo originario del futuro museo archeologico intitolato a Mecenate..

Dal 1863 e poi dal 1870 circa si dispiegò l'attività di Gian Francesco Gamurrini, che scavò nella necropoli di Poggio del Sole, seguì i rinvenimenti delle officine ceramiche e registrò in un archivio tuttora fondamentale le tracce della cinta muraria e delle strutture urbane; agli anni sessanta e settanta dell'Ottocento risalgono anche le scoperte delle due stipi, quella di San Bartolomeo, in seguito andata dispersa, e quella della Fonte Veneziana... Nel Novecento si segnalano la ricerca del 1916-1920 sulle presunte mura laterizie, lo scavo dell'anfiteatro (1914-1926), i sondaggi legati alla ricostruzione postbellica in piazza San Jacopo (1948) e in via Roma (1953-1966), e le campagne sistematiche sull'officina di Ateius (1954-1957), sull'area di Castelsecco (dal 1969) e sulla necropoli altomedievale del Duomo Vecchio (1970-1975); molti interventi edilizi del dopoguerra hanno però distrutto contesti di grande importanza senza documentazione adeguata.. Una mappatura complessiva delle strutture antiche riconoscibili in città, rilevate e montate in scala sulla mappa catastale, è stata pubblicata da Cherici nel 1993 come base per gli studi di topografia urbana..

Geografia La città antica sorgeva su un gruppo di colli poco elevati, al centro di un'ampia conca ben riparata, posta all'incrocio di itinerari che attraversano la penisola in ogni direzione: verso sud la Val di Chiana, verso nord il Casentino e il medio corso dell'Arno, verso ovest le colline del Chianti e la valle dell'Ombrone, verso est i valichi per l'alta valle del Tevere e per l'Adriatico.. L'insediamento si sviluppò su due alture contigue, di fatto un solo rilievo dalla doppia sommità, San Donato (320 m) e San Pietro (297 m), divise da una sella appena accennata e bagnate a sud dal Castro, un torrente allora ben più ricco d'acque di oggi; al di là del Castro si trovano due rilievi minori, il Poggio del Sole e il Pionta, destinati a ruoli diversi nella storia della città.

Le vicende di Arezzo furono a lungo legate al regime del Chiana, che alternava fertilità alluvionale e impaludamento nella vallata e si ripercuoteva sul corso del Tevere, in cui il fiume confluiva attraverso il Paglia: la questione era già così grave nel I secolo d.C. da essere discussa in senato a Roma.Tacito, Annales, I, 79; .

Il territorio I confini dell'area controllata da Arezzo restano di difficile definizione, tanto più se il centro fu in origine un avamposto chiusino: vari siti della Val di Chiana superiore, da Marciano a Lucignano e Foiano della Chiana, hanno restituito statue di pietra e buccheri di tipo chiusino. Più chiaro è il quadro verso nord e nord-est: i materiali rinvenuti nel medio Valdarno e nel Chianti sud-orientale presuppongono comunque la mediazione aretina, e i rapporti con il Casentino sono scanditi dai santuari disposti lungo il percorso per la Romagna, da Pieve a Socana fino alla stipe del lago della Ciliegeta (Lago degli Idoli) sul Falterona, scoperta nel 1838, che ha restituito centinaia di statuette bronzee, ex voto anatomici, armi di ferro e circa un quintale di bronzo grezzo, in gran parte dispersi fra vari musei.

Fra Arezzo e Cortona la piana un tempo definita dal corso del Clanis, gli Etrusci campi ricordati da Livio per la loro prosperità, ospitava centri d'altura di non piccola importanza come Castiglion Fiorentino, dove le ricerche nell'area di Torre Cassero hanno documentato un insediamento fiorente almeno dal VI secolo a.C.; non lontano, nel 1863, fu scavato il deposito di Brolio, con quattro grandi figure bronzee di sostegno fra i capolavori della bronzistica arcaica della valle.. La progressiva messa a coltura della Val di Chiana settentrionale, fra i principali granai dell'Italia interna, è leggibile per Cherici nel distribuirsi fra V e IV secolo di necropoli gentilizie piccole ma ricche, ad affiancare la rendita del controllo dei flussi commerciali; il fondovalle del Clanis, dal deflusso incerto e soggetto a impaludamento, richiese un lungo lavoro di bonifica e regimazione avviato già in età etrusca..

Sul piano comparativo, l'analisi delle estensioni dei centri etruschi condotta con il modello XTENT assegna ad Arezzo trentadue ettari, misura contenuta rispetto ai centri meridionali e costieri ma in linea con quella degli altri insediamenti della valle della Chiana e dell'Arno. Applicando il modello, David Redhouse e Simon Stoddart collocano Arezzo, insieme a Chiusi, Vetulonia, Populonia e Fiesole, fra i centri il cui sviluppo territoriale si stabilizza poco al di sopra dei 1500 chilometri quadrati; la serie di siti che presidiavano la via di comunicazione lungo la Chiana e l'Arno risulta caratterizzata da dimensioni ridotte e da un'alta densità di centri vicini, con un assetto territoriale nettamente diverso da quello dell'Etruria meridionale.

Storia Età villanoviana e orientalizzante

La documentazione della facies villanoviana è molto scarsa: una fibula bronzea dal colle di Castelsecco, un cinturone dai pressi di Porta Colcitrone, la notizia di un sepolcreto dell'VIII secolo a.C. alle Caselle lungo via Fiorentina e quella di una necropoli di incinerati in località Poggio Tondo.

Al primo orientalizzante risale un gruppo omogeneo di bronzetti filiformi di stile geometrico, verosimilmente trovati in città o nel circondario, cui segue, dal tardo orientalizzante al tardo arcaismo, una produzione di bronzetti votivi cospicua per quantità: guerrieri, offerenti, kouroi e korai, testine femminili, animali domestici. La serie presenta caratteri così affini a esemplari volterrani da aver indotto gli studiosi a parlare di un «gruppo Arezzo-Volterra», ed è discusso se la produzione vada attribuita all'uno o all'altro centro, o a tutti e due, eventualmente con maestranze itineranti.. Una produzione bronzistica di questa entità presuppone comunque la disponibilità locale di materia prima: nei dintorni di Arezzo, sui Monti Rognosi, affiorano minerali di rame, anche allo stato nativo, e metalli ferrosi sono attestati in Casentino; sono note miniere sfruttate in antico e il museo della Fraternita conservava campioni minerari casentinesi..