La Masseria Zaccaria, nota anche come villaggio di Zaccaria o Zaccarino, era una masseria di Giugliano in Campania, nella città metropolitana di Napoli, situato lungo via Grotta dell'Olmo. Costituiva una delle masserie-villaggio più rilevanti del territorio comunale e conserva oggi soltanto alcuni ruderi, dopo che nel luglio 2020 il palazzo baronale settecentesco è stato abbattuto.
Storia Il Gualdo La zona apparteneva all'area boschiva che i Longobardi chiamavano waldum, da cui il toponimo Gualdo. Si trattava di un comprensorio distinto da quello aversano, tanto che nel 1505 Ferdinando II d'Aragona, confermando ai nobili napoletani le concessioni venatorie, lo indicò come "Gaudo di Iugliano". Il bosco serviva da riserva di caccia e da allevamento di cinghiali, oltre a fornire legname pregiato, in particolare il castagno impiegato per le travi dei solai napoletani.
Poco distante si trova la masseria Sette Cainati, frequentato in età romana e riconoscibile da una cisterna tuttora esistente. Il luogo compare in alcune pergamene medievali, fra cui un atto di permuta del 1213 che lo ricorda come pischine de Septem Caynate. Non sono emersi reperti classici in corrispondenza del villaggio, ma si ritiene probabile che il palazzo settecentesco sia sorto su strutture più antiche, forse una delle ville rustiche legate al territorio di Liternum.
Il feudo di Orineti Il villaggio appare nella cartografia della Terra di Lavoro a partire dal Seicento, dapprima nella carta del Magini del 1632 con la variante Zaccarina, poi in quelle di Blaeu del 1664, del Pacichelli nel 1703 e del De Rossi nel 1714. Una rappresentazione a volo d'uccello si deve nel 1772 a Vincenzo Fioravanti, mentre una mappa topografica del 1760, conservata all'Archivio di Stato di Napoli, restituisce l'intero feudo con i confini e le piante dei fabbricati. Il rilievo più accurato è quello del regio topografo Giovanni Antonio Rizzi Zannoni, di fine Settecento, dove si distinguono il palazzo ruotato rispetto alla strada, la chiesa e le case coloniche.
Nel 1711 Zaccaria fu acquistato ed elevato a feudo dal barone aversano Giovan Battista Orineti, con l'assenso della Regia Camera della Sommaria. Nel catasto onciario della metà del Settecento risulta censito come villaggio autonomo intestato allo stesso Orineti e non compreso fra i beni di Giugliano.
Il barone volle popolare il feudo con un centinaio di coloni provenienti dai dintorni, dotandolo di palazzo, taverna, chiesa, mulino, pozzo e abitazioni. Il progetto, maturato nel clima dell'illuminismo napoletano e accostato dagli studiosi locali ad altri esperimenti coevi come la colonia di San Leucio, si esaurì in pochi anni. La vicinanza delle paludi non ancora bonificate e il passaggio di un regio lagno rendevano l'aria malsana e favorivano la malaria, sicché i coloni abbandonarono progressivamente il villaggio. La situazione è fotografata da un cedolario di stima del 1760.
L'abbandono e la demolizione Il complesso non fu mai oggetto di provvedimenti di tutela né venne classificato come centro storico dagli strumenti urbanistici comunali. Nel corso del Novecento la chiesa perse la funzione parrocchiale e gli edifici, privi di manutenzione, subirono crolli, incendi e l'aggressione della vegetazione. Il 9 luglio 2020 il palazzo baronale fu demolito per far posto a nuove costruzioni residenziali, con reazioni critiche da parte di studiosi e associazioni locali. Sopravvivono il rudere della chiesa, il pozzo, parte della taverna e alcune case coloniche.
Descrizione Il palazzo baronale L'edificio principale era una fabbrica settecentesca a pianta quadrangolare con corte interna, ruotata di circa quarantacinque gradi rispetto a via Grotta dell'Olmo e di dimensioni prossime ai cinquantacinque metri per quaranta. Sulla corte si affacciavano al piano terra le stalle, i depositi, la cucina e gli alloggi della servitù, mentre verso strada si apriva un portone ad arco a tutto sesto accanto a un ambiente attrezzato con forno per il pane. Al primo piano si trovava l'appartamento del barone, con camere, studio e un salone da festa decorato a grottesche. I solai erano in legno di castagno, con battuto di lapillo e pavimenti in cotto e in riggiole napoletane.
La chiesa di San Francesco La chiesa, dedicata a san Francesco d'Assisi, ha impianto cinquecentesco e mantenne dignità di parrocchia rurale fino agli anni quaranta del Novecento, quando fu abbandonata. Presenta pianta a croce latina con transetto rettangolare, navata unica affiancata da due cappelle coperte a volta e in origine soffitto ligneo a cassettoni. Fra la navata e il transetto si eleva la cupola, affrescata con il Cristo in gloria fra Dio e gli angeli, mentre oltre di essa si trova il presbiterio con l'altare maggiore. Ai lati del transetto erano ricavate le sacrestie, ornate di stucchi barocchi di scuola napoletana. Oggi l'edificio è ridotto a rudere, con parte delle murature e della cupola crollate.
Gli altri edifici Sulla strada di accesso al feudo sorgeva la taverna, luogo di ritrovo dei coloni e insieme stazione di posta e ricovero per i viandanti, di cui restano alcune arcate. Il pozzo, con pilastri e archi in tufo intonacato, apparteneva alla tipologia diffusa nel territorio giuglianese fra Sette e Ottocento, con scavi che raggiungevano un centinaio di metri di profondità per intercettare le acque sorgive. Le case coloniche, quasi del tutto scomparse, erano celle isolate o accoppiate di venti o venticinque metri quadrati ciascuna, costruite in muratura di tufo e coperte da coppi, disposte lungo due allineamenti ortogonali fra loro.
Note
Bibliografia
Voci correlate Masserie di Giugliano in Campania Liternum
Categoria:Architetture di Giugliano in Campania Categoria:Masserie della Campania