La strage di Fidene è un caso di strage commesso la mattina dell'11 dicembre 2022 nel quartiere di Fidene, nella città metropolitana di Roma.
Cronologia degli eventi Alle 9:33 dell'11 dicembre 2022, durante una riunione del consorzio Valle Verde in un bar di via Monte Giberto a Fidene, il 57enne Claudio Campiti fece irruzione nel bar e con una pistola Glock 45 semi automatica aprì il fuoco contro i presenti. Il primo sparo uccise all'istante Sabina Sperandio, 71 anni, consigliera del consorzio, mentre i successivi colpi di pistola uccisero sul posto la consorziata 50enne Nicoletta Golisano e la 55enne Elisabetta Silenzi, segretaria contabile del consorzio. Campiti ferì altre cinque persone tra cui Fabiana De Angelis, 50 anni, morta in ospedale due giorni dopo la sparatoria a causa delle gravissime ferite riportate. Il killer venne in seguito immobilizzato e bloccato a terra anche grazie all'intervento del consorziato Silvio Paganini, rimasto ferito durante la colluttazione con Campiti.
Claudio Campiti, 57enne disoccupato all'epoca dei fatti, frequentava il poligono di tiro di Tor di Quinto da cui quella mattina aveva rubato la pistola usata per commettere la strage.
Indagini e processi Le indagini rivelarono uno scenario di un forte astio e accesi rancori di Campiti nei confronti del consorzio Valle Verde, che il killer riteneva essere alla strenua di un'associazione criminale e mafiosa. Campiti, in passato membro del consorzio Valle Verde, aveva più volte denunciato per associazione a delinquere i rappresentanti del consorzio e al momento della strage viveva in un rudere a Rocca Sinibalda. Il rancore e l'odio nei confronti del consorzio era stato manifestato da Campiti in un blog su internet chiamato "Benvenuti all'inferno", dove Campiti descriveva tutti i presunti soprusi subiti e accusava la procura di Rieti di essere collisa con la mafia, oltre che a paragonare il consorzio a un campo di concentramento.
Le indagini sulla vita dell'imputato fecero luce su un episodio particolarmente drammatico: il 27 febbraio 2012 era infatti morto a soli 14 anni Romano Campiti, figlio di Claudio, rimasto vittima di un incidente con lo slittino avvenuto durante una vacanza in Val Pusteria. La vicenda si chiuse nel gennaio 2026 con tre condanne e un risarcimento di 630.000 € alla famiglia. La morte del figlio contribuì a peggiorare la psiche di Claudio Campiti, alimentando una forte rabbia e risentimento nei confronti dello Stato.
Campiti fu rinviato a giudizio nel novembre 2023 con l'accusa di omicidio aggravato dalla premeditazione e dai futili motivi, tentato omicidio e lesioni personali. A finire sotto processo furono anche Giovanni Maturo, colui che consegnò l'arma del delitto a Campiti, e Bruno Ardovini, dirigente e responsabile del Tiro a Segno Nazionale di Roma. Maturo fu assolto da ogni accusa, mentre Ardovini fu condannato a 3 mesi di reclusione (con pena sospesa) per omessa custodia delle armi del poligono. In una delle udienze del processo, l'Avvocatura dello Stato (che rappresentava i ministeri coinvolti nella vigilanza del poligono di tiro) ha chiesto il "non luogo a procedere" nei confronti di Campiti. A seguito delle numerose polemiche scoppiate, Palazzo Chigi ha ufficialmente dichiarato che l'Avvocatura dello Stato non aveva mai formulato tale richiesta, ma i verbali dell'udienza hanno invece smentito la versione del governo.
Durante il processo, la difesa di Campiti tentò di provare la non imputabilità dell'uomo a causa di un vizio totale di mente, mentre il pubblico ministero chiese una condanna all'ergastolo con isolamento diurno di 2 anni e 6 mesi. In aula, Campiti non ha mai chiesto scusa alle famiglie delle vittime e ha definito il suo gesto come "eticamente corretto", sostenendo di non avere più alternative. Ha inoltre denunciato le sue condizioni di detenzione in carcere e dichiarato che le motivazioni del suo gesto siano tutte da ritrovare nel blog da lui scritto.
Il 16 aprile 2025, la Corte d'assise di Roma condannò Claudio Campiti all'ergastolo con 3 anni di isolamento diurno: la sentenza è stata confermata in appello il 10 maggio 2026.
Note
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