Villa Durazzo, già villa Duodo, era una villa veneta situata a Mestre, presso la testata del Canal Salso nell'area dell'odierna Piazza Barche. Deve il nome più diffuso al conte Giacomo Durazzo (1717-1794), ambasciatore del Sacro Romano Impero presso la Repubblica di Venezia, che la tenne in affitto dal 1772 e ne fece uno dei principali centri culturali della terraferma veneziana. Carlo Goldoni la definì «una Versaglia in piccolo».

Progressivamente ridotta e frazionata nel corso dell'Ottocento e del primo Novecento, la villa fu demolita in modo definitivo negli anni sessanta del XX secolo. Dell'antica tenuta resta oggi soltanto l'area a verde pubblico compresa fra via Mestrina e piazza Barche.

Storia

La proprietà Duodo La proprietà apparteneva alla famiglia patrizia veneziana dei Duodo, che nell'area della testata del Canal Salso controllava un articolato complesso commerciale e logistico comprendente, oltre alla villa, l'ufficio postale, la pubblica dogana, lo stallo dei cavalli e una locanda nota popolarmente come «locanda alli 3 Penacchi», dallo stemma di famiglia. Nel 1766 vi fu realizzato un magazzino doganale destinato ai traffici con la Germania.

L'apertura del Canal Salso e il suo potenziamento avevano fatto di Mestre, già dalla metà del XVIII secolo, il principale punto di contatto fra Venezia e la terraferma; lungo il Terraglio e nell'area delle Barche sorgevano alcune delle residenze più ambite dal patriziato veneziano.

Il conte Giacomo Durazzo Giacomo Durazzo, genovese, giunse a Vienna nel 1749 come inviato straordinario della Repubblica di Genova e nel 1754 fu nominato Generalspektakeldirektor, direttore generale degli spettacoli imperiali: in tale veste sostenne Christoph Willibald Gluck e favorì la nascita dell'Orfeo ed Euridice (1762). Nel 1764 fu nominato ambasciatore plenipotenziario imperiale a Venezia, con residenza ufficiale a Palazzo Loredan.

La vita veneziana si rivelò difficile: ai patrizi veneziani era di fatto interdetta la frequentazione degli ambasciatori stranieri e nel carnevale del 1767 una controversia sul diritto di approdo al Teatro San Benedetto degenerò in una crisi diplomatica che coinvolse le corti di Vienna, Parigi e Madrid. Anche per questo il conte cercò una residenza più riservata nell'entroterra.

La stagione durazziana Durazzo non acquistò la villa, ma la prese in affitto dai Duodo nel 1772; gli edifici commerciali, la posta e la dogana rimasero sempre di proprietà e gestione della famiglia veneziana. I lavori di ampliamento e decorazione furono avviati nella tarda primavera del 1772 e trasformarono in pochi mesi quello che il conte stesso, in una lettera del 21 luglio 1770, aveva definito un «romitorio».

Alla realizzazione del progetto contribuì la moglie, la contessa Ernestine Aloisia Ungnad von Weissenwolff, che nel 1770 rinunciò ai propri diritti dotali a favore del marito. Ernestine, la cui sorella maggiore aveva sposato il principe Nikolaus I Esterházy, mecenate di Joseph Haydn, seguì il consorte a Mestre e a Venezia per tutta la durata dell'ambasciata, conclusasi nel 1784.

Nella villa e nel vicino teatro Balbi, eretto dai fratelli Filippo e Alvise Balbi a partire dal carnevale 1777-1778, il conte ospitò artisti provenienti da tutta Europa. Fra gli ospiti si ricordano il cancelliere Kaunitz e il pittore e incisore genovese Giovanni David, che nella villa avviò la propria carriera di acquafortista grazie alla scuola di acquatinta creata da Durazzo.

L'11 febbraio 1771 giunsero a Venezia Wolfgang Amadeus Mozart e il padre Leopold, già conosciuti da Durazzo a Vienna nel 1762: il 3 marzo furono ricevuti ufficialmente a Palazzo Loredan e introdotti dall'ambasciatore nei circoli culturali veneziani, fra cui quello dell'abate Giammaria Ortes.

Dai Pisani ai Crepet Dopo la fine dell'incarico diplomatico la villa passò alla famiglia Pisani, non per acquisto diretto ma per effetto del dissesto finanziario dei Duodo: già il catasto napoleonico del 1808 registrava i beni mestrini della famiglia sotto una «massa de' creditori» amministrata da un Pisani. I nuovi proprietari intervennero sul complesso; secondo Francesco Scipione Fapanni «il Pisani costruì a mezzodì del palazzo un bel giardino, con serre, e fu uno dei primi giardini detti all'inglese in questi dintorni».

Nei decenni successivi la proprietà cambiò più volte mano per eredità e vendite, giungendo nei primi anni del Novecento alla famiglia mestrina Crepet. Nel 1933 fu demolita la barchessa annessa per consentire l'apertura di via Principe di Piemonte, dal secondo dopoguerra corso del Popolo. Il corpo principale, un edificio a tre piani con circa trentasei stanze, sopravvisse ancora alcuni decenni allo stato di rudere e fu demolito definitivamente negli anni sessanta.

Descrizione La principale fonte descrittiva è una lettera di Ruggero Giuseppe Boscovich al padre Girolamo Durazzo, scritta a Mestre il 1º ottobre 1772 dopo cinque giorni di soggiorno nella villa e pubblicata postuma nel 1811. Boscovich, che aveva conosciuto residenze di prestigio come villa Foscarini sulla Brenta, definì quella mestrina «uno dei più belli e perfetti modelli di villeggiatura».

Architettura La tenuta si estendeva fra il Canal Salso e l'area oltre l'attuale via Mestrina, con un attracco diretto sul canale. Secondo il progetto planimetrico superstite in forma di disegno a penna e acquerello, il complesso si articolava attorno a un «palazzo dominical», corpo padronale centrale leggermente rialzato, affiancato da due ali laterali più basse; quella verso la cappella privata ospitava il teatrino. Davanti all'ingresso principale si apriva uno spazio con una vasca cinta da griglie basse, utile al giardino e come presidio antincendio.

Interni Al piano nobile si susseguivano la «prima nobile sala» e una galleria decorata con festoni dipinti, architetture e putti, seguita dalle camere dei padroni e degli ospiti. Al piano superiore un «nobile magazzino» fungeva da archivio, studiolo e sede della scuola di acquatinta. Adiacente alla galleria una stanza era destinata al biliardo.

Il teatrino Ancora incompleto nell'autunno del 1772, il teatrino fu ricavato dalla stanza contigua alla galleria, con un «ritiro circolare» come fondale scenico e un accesso diretto al giardino attraverso un viale coperto di verzura. I primi intrattenimenti documentati risalgono al settembre 1772: il 28 settembre vi si esibì il violinista Antonio Conti detto Nazzari, allievo di Tartini e lodato da Charles Burney; il giorno successivo, festa di san Michele patrono di Mestre, una sua allieva «figlia della Pietà», formata all'Ospedale della Pietà di Venezia. Nel teatrino fu rappresentato anche l'Orfeo di Gluck, in occasione della visita di Massimiliano III Giuseppe di Baviera.

I giardini I giardini erano due. Quello principale, rivolto a mezzogiorno e descritto per primo da Boscovich, comprendeva parterre disegnati, viali coperti di verzura, agrumi e spalliere. Al centro campeggiava un «grande circolo equinoziale somigliante a una parte di sfera armillare», dorato, che segnava l'equinozio e le ore; un telescopio gregoriano permetteva di osservare i satelliti di Giove. Un serraglio ospitava pappagalli, pavoni, canarini, galline faraone, conigli e mammiferi esotici, fra cui un orsetto americano destinato imbalsamato al naturalista Buffon. Completavano il complesso una orangerie e una Caffehaus lungo la strada.

Un secondo giardino si apriva a settentrione, verso la strada e il canale; nei mesi precedenti l'ottobre 1772 era in corso di trasformazione da boschetto informale a spazio geometrico regolare, con una loggetta adattata a coffee house da cui gli ospiti osservavano il traffico sul Canal Salso.

La villa e le collezioni Durazzo Nel «nobile magazzino» del piano superiore il conte conservò negli ultimi anni dell'ambasciata (1780-1784), secondo la ricostruzione della Biblioteca nazionale universitaria di Torino, i ventisette volumi di manoscritti autografi di Vivaldi acquisiti dal padre somasco Matteo Luigi Canonici (1727-1805), a sua volta provenienti dalla biblioteca del senatore Jacopo Soranzo. Il fondo passò poi a Genova e fu riscoperto fra il 1926 e il 1930.

Nello stesso ambiente si formò il nucleo originario della raccolta di incisioni italiane messa insieme da Durazzo per il principe Alberto di Sassonia-Teschen, che nel 1776 sarebbe divenuta uno dei fondamenti della collezione Albertina di Vienna.

Iconografia All'edificio è spesso associata l'incisione di Giovanni David del 1775, frontespizio della seconda edizione delle acqueforti di Giuliano Giampiccoli da soggetti di Marco Ricci, intitolata Veduta della Scalinata a capo del Canale di Mestre, rimpetto al Giardino di S.E. Co: Durazzo Amb. Cesar.. Il titolo stesso chiarisce però che la stampa non raffigura la villa né il suo giardino, ma ciò che vi stava di fronte sull'altra sponda del Canal Salso: la scalinata di discesa all'acqua, l'edificio della posta e il portale della dogana Duodo. La critica vi ha riconosciuto un rebus allegorico ispirato al mito di Fetonte narrato nelle Metamorfosi di Ovidio.

Note

Bibliografia

Voci correlate Giacomo Durazzo Canal Salso Mestre Villa veneta Antonio Vivaldi

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