La storia della Val Vestino è attraversata da una lunga serie di contese territoriali e dalla presenza di un confine di Stato che, dal Quattrocento al 1918, separò la valle dal versante gardesano cui essa è geograficamente rivolta. Due ordini di conflitti si sovrappongono: da un lato le liti interne fra le comunità di valle e fra queste e i comuni finitimi per il possesso dei pascoli d'alta quota e dei boschi, risolte con gli arbitrati del 1405 e del 1511; dall'altro le controversie di frontiera fra il Principato vescovile di Trento — e per esso i conti di Lodrone — e la Repubblica di Venezia, culminate nel trattato di Rovereto del 1753 e nella posa dei cippi austro-veneti.
Alla linea doganale che ne derivò si legano l'istituzione, dopo il 1859, dei caselli di dogana del Regno d'Italia e il fenomeno endemico del contrabbando, che per tutto l'Ottocento costituì una risorsa economica di primaria importanza per le comunità di valle.
Una valle di frontiera La divaricazione dei destini politici fra la Val Vestino e il versante bresciano risale al XI secolo: nel 1027 Corrado II il Salico donò la contea di Trento — e quindi anche la valle — al vescovo Udalrico II e ai suoi successori, mentre nel 1035 donò analogamente il territorio di Gargnano al vescovo di Brescia Ulderico I. Da allora le due comunità divennero per sempre confinanti ed è presumibile che da quel periodo la linea di cresta divenisse confine..
Dal 1337 al 1426 la linea segnò la frontiera con la signoria dei Visconti, dei Malatesta (dal 1404) e con il Ducato di Milano; successivamente con la Repubblica di Venezia, che aveva annesso la Val di Ledro nel 1426 e cui la Riviera di Salò apparteneva stabilmente. Dopo la caduta di Venezia nel 1797, la parentesi napoleonica e il Congresso di Vienna, la stessa linea separò l'Impero austriaco dal Regno Lombardo-Veneto e, dal 1859, dal Regno d'Italia, fino al 1918; da allora essa costituisce il confine comunale fra Valvestino e Magasa da un lato e Gargnano, Tignale, Tremosine e Capovalle dall'altro.
Le contese fra le comunità di valle
Lo sfruttamento intensivo dei pascoli d'alpeggio, dei boschi e delle acque torrentizie fu spesso causa di liti interminabili e astiose fra le sei comunità di valle, in special modo nelle zone contese dei monti Tombea e Camiolo: ognuna di esse rivendicava antichi diritti di possesso o di transito, con il risultato che il normale uso veniva compromesso da continui sconfinamenti di mandrie e da tagli abusivi di legname.
Il compromesso arbitrale del 1405 sul monte Tombea
Nel XV secolo è documentata per la prima volta la lite scaturita fra le comunità di Val Vestino — esclusa quella di Bollone — e quella di Storo per lo sfruttamento, il possesso e l'utilizzo dei pascoli d'alpeggio di malga Tombea. Il documento, una pergamena in latino conservata presso l'archivio storico del comune di StoroArchivio comunale di Storo, pergamena n. 21, 1405, 21 agosto: "Lite, compromesso fra la comunità di Storo e quelle di Magasa, Armo, Persone, Moerna e Turano nella Val Vestino causa la lite per i rispettivi confini del monte Tombea"., fu copiato, tradotto e pubblicato da Franco Bianchini nel 2009. e riportato nelle sue parti essenziali da Michele Bella nel 2020..
Al centro della discordia vi era la delimitazione del «confine» montano, riconducibile con molta probabilità alla conca pascoliva con la sua preziosa pozza d'abbeverata compresa fra il Dosso delle Saette e Cima Tombea, detta la Piana degli Stor, e più a ovest alla prateria verso la Valle delle Fontane e la Bocca di Cablone. In quei tempi non era stato mai definito legalmente a chi appartenesse quel territorio: nessun cippo era stato collocato e la conoscenza dei luoghi era basata sull'usanza e sulla tradizione orale dei contadini. Le praterie delle comunità valvestinesi erano allora assai ridotte e le sole malghe Corva, Alvezza, Bait, Selvabella e Piombino non bastavano a soddisfare i bisogni degli allevatori: quelle «erbe» d'alta quota erano fondamentali per la sopravvivenza delle comunità rurali, che vi conducevano le mandrie dai primi di luglio a circa il 10 agosto. Non si conoscono le cifre esatte dei capi di bestiame del secolo, ma una stima del 1946 rende noto che i malghesi potevano disporre per la sola monticazione del monte di circa centottanta capi fra mucche da latte e manze; terminato il periodo della malga, il prativo veniva occupato dal bestiame minuto proveniente dall'alpeggio della Valle di Campei.
La controversia fu discussa venerdì 21 agosto 1405 nella contrada Villa di Condino, sulla piazza Pagne, presso la casa comunale, alla presenza di numerosi testimoni. Il notaio Pietro del fu notaio Franceschino di Isera, cittadino di Trento e abitante nella villa di Stenico, con la collaborazione del notaio Paolo, stilò il documento identificando anzitutto i presenti e valutando i mandati e i documenti prodotti dalle parti.
La comunità di Storo era rappresentata da Benvenuto detto «Greco», figlio del fu Bertolino, «legittimo ed abilitato sindico-procuratore e gestore degli interessi degli uomini e persone nonché della comunità ed universalità di detta villa di Storo»; quella della Val Vestino da Giovannino del fu Domenico della terra di Turano, procuratore «degli uomini e persone nonché della comunità ed universalità delle ville di Magasa, Armo, Persone, Turano e Moerna». Le parti dichiararono pubblicamente di voler giungere alla concordia e alla risoluzione della lite «al fine di evitare spese ed eliminare e mitigare danni, scandali, risse e discordie, per il bene della pace e della concordia, affinché perpetuamente e vicendevolmente regni fra le dette parti l'amore».
Entrambi i procuratori portarono a sostegno delle proprie affermazioni testimoni che, basandosi sulle antiche consuetudini, sostenevano che il territorio spettasse da tempi immemori all'una o all'altra comunità, ma nessun documento scritto fu prodotto a dimostrazione della proprietà. Benvenuto detto «Greco» dichiarò che il monte spettava di diritto agli uomini di Storo:
Giovannino del fu Domenico ribatté prontamente negando la ricostruzione avversaria e asserendo che il monte, nella sua totalità e con tutte le sue adiacenze, spettava di diritto esclusivamente agli uomini delle comunità valvestinesi:
Vista la divergenza, la soluzione parve a tutti l'arbitramento: con questo tipo di contratto le parti litiganti devolvevano la risoluzione della contesa al giudizio di persone liberamente scelte. I due «sindaci» nominarono perciò otto pacificatori, detti anche arbitri, definitori o probiviri. Benvenuto detto «Greco» scelse Giacomo figlio del fu Giovannino della terra di Agrone della Pieve di Bono, Giovanni detto «Pìzolo» residente a Condino, il notaio Giacomo di Comighello della pieve del Bleggio e il notaio Giovanni del fu notaio Domenico di Condino; Giovannino del fu Domenico scelse Picino del fu ser Silvestro detto «Toso» della terra di Por, Franceschino fu ser Giovannino di Agrone, Giovanni fu ser Manfredino di Fontanedo e Giovanni figlio di Pizino detto «Regia» della contrada di Sàssolo.
Gli arbitri furono investiti dell'autorità di ascoltare le parti, decidere, definire, giudicare, sentenziare e promulgare, «con documenti scritti o senza in qualsiasi sede giuridica, sempre ed in ogni luogo, sia con le parti avverse presenti o assenti»; le parti convennero di obbedire e osservare in toto quanto sarebbe stato prescritto. Fu stabilito che in caso di inosservanza si applicasse un'ammenda di duecento ducati, da versarsi per metà alla camera fiscale del principe vescovo di Trento e per metà al nobile Pietro Lodron, «signore generale di dette terre di Magasa, Armo, Persone, Moerna e Turano della Valle di Vestino»Nella seconda metà del XIV secolo la casata dei Lodron si era divisa in due rami: quello di Castel Lodrone, guidato da Pietro Ottone (1381-1411) di Pederzotto, detto anche Pietrozotto, «il Pernusperto» o «il Potente», e quello di Castel Romano. Pietro, uomo d'arme in perenne lotta contro i D'Arco per il possesso delle Giudicarie, sostenne il vescovo di Trento: il 7 novembre 1385 il vescovo Alberto infeudò castel Lodrone ai fratelli Pietrozotto, Alberto, Albrigino, Iacopo Tomeo e Parisio; l'11 aprile e l'8 giugno 1391 il vescovo Giorgio di Liechtenstein lo investì con il fratello Albrigino del castello di Lodrone e della riscossione di varie decime; il 24 novembre 1399 tutti i feudi di Lodrone, compreso Castel Romano, furono investiti a Pietro. Nel 1400 parteggiò per i Visconti e nel 1401 seguì Roberto il Bavaro; il 2 aprile 1407 figura a fianco di Rodolfo de Belenzani nella rivolta contro il vescovo Giorgio. Cfr. Sulle tracce dei Lodron, Provincia autonoma di Trento, giugno 1999, p. 173.. Le parti si impegnarono inoltre a rifondere danni, spese e interessi, garantendo con ipoteca su tutti i beni personali e comunitari, presenti e futuri.
Al termine Benvenuto e Giovannino giurarono con tocco di mano sulle sacre scritture di osservare le deliberazioni e chiesero al notaio di stilare un pubblico documento da consegnare a entrambe le parti. Fungevano da giudici d'appello lo stesso Pietro del fu Paride di Lodrone, «quale signore generale degli uomini e persone delle comunità ed università delle terre di Magasa, Armo, Persone, Moerna e Turano della Valle di Vestino», e «l'onorabile signor Matteo, notaio e cittadino di Trento ed assessore del nobile Erasmo di Thun in Val di Non, vicario generale nelle Giudicarie per conto del principe vescovo di Trento Giorgio nonché generale signore e pastore degli uomini e della comunità di Storo».
Le divisioni del 1502 e del 1511 Lo studio compiuto da don Mario Trebeschi su una sgualcita e a tratti illeggibile pergamena conservata presso l'archivio parrocchiale di Magasa ha portato a conoscenza le due fasi con cui, agli inizi del Cinquecento, si giunse a una spartizione dei luoghi contesi fra le varie ville o «communelli», grazie all'arbitrato autorevole dei conti Lodron. Questi giocarono un ruolo attivo nella vicenda, persuadendo energicamente le comunità a una risoluzione definitiva del problema con un accordo il più equilibrato possibile.
Il 5 luglio 1502 il notaio Delaido Cadenelli della valle di Scalve redigeva a Turano, sotto il portico adibito a cucina della casa di un tale Giovanni, un atto di composizione fra Armo e Magasa per lo sfruttamento consensuale della confinante valle di Cablone, situata sotto il monte Cortina. Erano presenti i deputati di Armo, Bartolomeo figlio di Faustino e Stefenello figlio di Lorenzo, e per Magasa Antoniolo figlio di Giovanni Zeni e Viano figlio di Giovanni Bertolina; fungevano da giudici d'appello i conti Francesco, Bernardino e Paride, figli di Giorgio Lodron.
Un primo accordo generale fu stipulato il 5 settembre 1509 dal notaio Girolamo Morani su imbreviature del notaio Giovan Pietro Samuelli di Liano di Gargnano, ma in seguito ad alcune variazioni si preferì, su invito dei conti Bernardino e Paride, revisionare completamente il tutto e procedere a una nuova spartizione. Il 31 ottobre 1511, nella canonica della chiesa di San Giovanni Battista di Turano, Bartolomeo figlio del defunto Stefanino Bertanini di Villavetro di Gargnano, notaio pubblico per autorità imperiale, stipulava il documento della più grande divisione terriera mai avvenuta in valle: oltre un terzo del suo territorio ne era interessato.