Ha insegnato per vent'anni all'Università del Delaware e per quasi altrettanti all'University of California Los Angeles (UCLA), dove ha diretto l'UCLA Center for the Study of Women e co-diretto la rivista Signs: Journal of Women in Culture and Society.
È considerata una delle principali teoriche della cosiddetta teoria del punto di vista (standpoint theory) e ha elaborato il concetto di "oggettività forte" (strong objectivity).
Biografia Sandra Kimber Harding nacque a San Francisco nel 1935, primogenita dei cinque figli di Lloyd Edward Everett Harding e Constance Victoria Kimber. Trascorse l'infanzia tra la California meridionale e il New Jersey, dove la family si era trasferita per ragioni legate all'impiego del padre nell'amministrazione pubblica durante la seconda guerra mondiale.
Nel 1956 si laureò in letteratura inglese al Douglass College della Rutgers University.. Prima di riprendere gli studi universitari alla fine degli anni sessanta, lavorò per circa dodici anni a New York e a Poughkeepsie come ricercatrice legale, redattrice editoriale e insegnante di matematica. Nel 1973 conseguì il dottorato in filosofia presso la New York University, discutendo una tesi sull'epistemologia di Willard Van Orman Quine.
Carriera La traiettoria professionale di Harding si è articolata all'interno di prestigiose istituzioni accademiche e istituti di ricerca.
Dopo aver svolto il suo primo incarico di insegnamento dal 1973 al 1976 presso l'Allen Center della State University of New York ad Albany, si trasferì alla University of Delaware, dove fu docente di filosofia per circa vent'anni. Dal 1981 ottenne un incarico congiunto nel Dipartimento di sociologia e, sempre presso lo stesso ateneo, diresse il programma interdisciplinare di Women's Studies nei periodi 1985-1989 e 1990-1992. Durante l'attività all'università del Delaware pubblicò le sue prime opere monografiche di rilievo internazionale: The Science Question in Feminism (1986) e Whose Science? Whose Knowledge?: Thinking from Women's Lives (1991).
Nel 1996 si trasferì presso la University of California, Los Angeles (UCLA) con l'incarico di docente di Scienze dell'educazione e Studi di genere (Women's, Gender, and Sexuality Studies); dal 1996 al 2000 assunse anche la direzione del Centro per lo studio delle donne dell'UCLA. Rimase affiliata all'ateneo californiano come Distinguished Professor Emerita anche dopo il pensionamento formale, avvenuto nel 2014.
Nel corso del periodo alla UCLA la sua produzione saggistica incluse i volumi Is Science Multicultural?: Postcolonialisms, Feminisms, and Epistemologies (1998) e Sciences from Below: Feminisms, Postcolonialities, and Modernities (2008).
Attività editoriale e consulenze internazionali Accanto all'insegnamento Harding consolidò la propria influenza intellettuale guidando importanti progetti editoriali scientifici. Dal 2000 al 2005 fu co-direttrice di Signs: Journal of Women in Culture and Society, una delle riviste internazionali di riferimento per la ricerca e le teorie di genere.
Nel 2016, insieme a un gruppo di studiosi latinoamericani, fu tra i promotori e cofondatori della rivista Tapuya: Latin American Science, Technology, and Society, concepita come piattaforma di dialogo transdisciplinare per la ricerca in America Latina, tra quest'ultima, il mondo euroamericano ed altre aree periferiche globali.
Collaborò come consulente per diverse organizzazioni internazionali, tra cui la Commissione delle Nazioni Unite per la scienza e la tecnologia al servizio dello sviluppo (CSTD), l'Organizzazione Panamericana della Sanità, l'UNESCO e il Fondo di sviluppo delle Nazioni Unite per le donne (UNIFEM).
Ultimi anni Proseguì l'attività di ricerca e curatela editoriale fino alla sua morte, avvenuta il 5 marzo 2025 ad Amherst all'età di 89 anni.
Il suo ultimo volume collettaneo da lei curato, Decentralizing Knowledges: Essays on Distributed Agency, incentrato sui processi di decentramento epistemico, è stato pubblicato postumo nello stesso anno dalla Duke University Press.
Contributi teorici
Il lavoro teorico di Harding riguarda principalmente l'epistemologia femminista e la filosofia della scienza, con particolare attenzione al rapporto tra produzione della conoscenza, posizione sociale del soggetto conoscente e oggettività scientifica. A partire dagli anni novanta, la sua riflessione si è inoltre estesa alle dimensioni postcoloniali e multiculturali della scienza, interrogando il carattere situato e non universale delle tradizioni scientifiche occidentali.
Epistemologia femminista Nel suo saggio fondamentale The Science Question in Feminism (1986), Harding elabora una celebre tassonomia tripartita delle epistemologie femministe, classificandole in empirismo femminista, teoria del punto di vista e postmodernismo femminista, con lo scopo di mappare e valutare criticamente le diverse strategie di giustificazione della conoscenza prodotte dal movimento delle donne.
Harding definisce l'empirismo femminista, termine da lei coniato per identificare la coscienza scientifica spontanea delle ricercatrici a lei contemporanee, come la posizione che individua nei pregiudizi androcentrici una semplice deviazione metodologica, definibile come "cattiva scienza". Secondo la ricostruzione dell'autrice questa corrente ritiene che il sessismo possa essere eliminato attraverso un'applicazione più rigorosa e attenta dei metodi scientifici tradizionali già esistenti, lasciando intatte le norme gnoseologiche ed empiriche classiche.
Harding critica questo approccio per l'esistenza di una profonda tensione logica interna: nota come l'empirismo femminista pretenda che il genere del ricercatore sia scientificamente irrilevante per la verità delle affermazioni, ma al contempo sostenga che l'inclusione delle donne come soggetti conoscenti aumenti l'oggettività della ricerca. Inoltre, rileva Harding, le norme metodologiche tradizionali dell'empirismo non sono sufficienti ad individuare i pregiudizi sistematici condivisi dall'intera comunità scientifica o da un'intera epoca, poiché tali norme agiscono solo nel contesto della giustificazione delle ipotesi e non in quello della loro scoperta.
Alla prospettiva empirista la studiosa contrappone la teoria del punto di vista femminista, presentandola come una proposta più radicale, inquadrabile nei progetti di "scienza successore" (successor science project). Nella sua formulazione chiarisce che questa prospettiva non si limita a voler riformare la "cattiva scienza", ma teorizza come l'attività e l'esperienza materiale delle donne, se elaborate attraverso la riflessione critica e la lotta politica, possano offrire un terreno gnoseologico e morale privilegiato per comprendere le relazioni sociali e le leggi della natura. Harding sottolinea tuttavia l'instabilità iniziale di questa posizione: nella sua prima analisi, rileva come lo standpoint femminista rischi di oscillare costantemente tra la regressione verso standard universali e trascendenti di giustificazione (tipici dell'empirismo tradizionale) e lo scivolamento verso il relativismo totale (tipico del postmodernismo).
Il postmodernismo femminista è invece caratterizzato da Harding dallo scetticismo verso le rivendicazioni universali della scienza, del progresso e della ragione e dalla messa in discussione della stabilità della categoria identitaria di "donna" o di un soggetto conoscente unitario. L'autrice evidenzia la fecondità del postmodernismo nel decostruire l'alleanza tra potere e conoscenza, ma avverte che il femminismo non può abbandonarsi a un relativismo radicale o alla frammentazione permanente del soggetto, poiché ciò vanificherebbe la possibilità di una solidarietà politica e di una critica efficace ai progetti scientifici e tecnologici dominanti.
Negli sviluppi successivi del suo pensiero, in particolare a partire dagli anni novanta, Harding ha rielaborato questa rigida tripartizione, riconoscendo che il dibattito interno ne aveva sfumato e superato i confini originari. La stessa Harding ha sviluppato la propria prospettiva combinando elementi della teoria del punto di vista e del postmodernismo, abbandonando l'idea di uno standpoint femminile unico e universale e adottando un'analisi attenta alle asimmetrie di razza, classe e genere.
L'oggettività forte Il concetto di oggettività forte (strong objectivity), sviluppato in Whose Science? Whose Knowledge? Thinking from Women's Lives (1991) e in Rethinking Standpoint Epistemology: What Is "Strong Objectivity"? (1992), costituisce un'elaborazione cardine dell'epistemologia di Harding, formulata in contrapposizione all'oggettività «debole» della scienza classica.
Harding considera «debole» la concezione tradizionale dell'oggettività, fondata sulla neutralità e sull'estraneità del soggetto conoscente, ritenendo che essa sottoponga a controllo le ipotesi e i risultati della ricerca, ma non le condizioni sociali e culturali che ne determinano la formulazione. Valori culturali e interessi dei gruppi dominanti, a suo parere, possono entrare nella ricerca già nella scelta dei problemi e delle domande, rimanendo spesso non sottoposti a esame proprio in nome dell'ideale di a-valutatività.
L'oggettività forte da lei proposta estende la riflessività al soggetto conoscente: il ricercatore e la comunità scientifica di appartenenza, con i loro assunti culturali impliciti, devono diventare a loro volta oggetto di analisi critica. La «riflessività forte» (strong reflexivity) che dovrebbe guidarli non consiste nella semplice consapevolezza della loro posizionalità o della loro identità sociale, ma nell'esame sistematico delle condizioni sociali della produzione della conoscenza e in un impegno riflessivo e politico.
A questo principio Harding affianca l'esigenza di avviare la ricerca dalle vite delle persone marginalizzate (starting off research from marginalized lives). La loro collocazione sociale può offrire un punto di partenza, una risorsa metodologica per formulare domande e rendere visibili dinamiche che difficilmente emergerebbero dall'esperienza dei gruppi dominanti. Tale prospettiva non costituisce tuttavia una garanzia automatica di verità: le vite dei marginalizzati forniscono l'agenda e i problemi della ricerca, ma non le soluzioni. La spiegazione delle asimmetrie di potere richiede infatti l'analisi delle strutture e delle pratiche dei gruppi egemoni e delle relazioni tra centro e margini.
Harding respinge l'accusa di etnocentrismo osservando che partire dalle vite dei gruppi marginalizzati non richiede che il soggetto conoscente appartenga a tali gruppi. Richiama a questo proposito la dialettica servo-padrone di Hegel e l'analisi della classe lavoratrice in Marx ed Engels, nelle quali soggetti esterni ai gruppi subordinati elaborano conoscenza a partire dalle loro esperienze. Allo stesso modo, l'oggettività forte non viene riferita ad un solo gruppo sociale, né presuppone un soggetto marginalizzato unico e omogeneo: le esperienze dei gruppi subordinati, quali ad esempio le donne, sono molteplici, eterogenee, e possono essere attraversate da differenze e contraddizioni. La produzione della conoscenza implica quindi una pratica democratica di confronto e coalizione (politics of location), nella quale il ricercatore deve sviluppare la capacità di ascoltare e confrontarsi con tali differenze.
Infine Harding distingue l'oggettività forte dal relativismo giudiziale (judgmental relativism): riconoscere il carattere situato della conoscenza non implica che tutte le prospettive abbiano lo stesso valore cognitivo. Al contrario, l'oggettività forte mira piuttosto a rafforzare la validità della ricerca attraverso la riflessività e il confronto tra prospettive differenti.
L'oggettività forte rimane un progetto realistico di «scienza successore» (successor science), volto a produrre, attraverso il controllo empirico e la riflessività sui processi di produzione della conoscenza, resoconti della realtà meno parziali e distorti.