Le piattaforme metanifere offshore di Ravenna sono 42 (al 2024) piattaforme metanifere offshore al largo di Ravenna, operate da Eni.

Esse costituiscono uno dei complessi industriali offshore più rilevanti d'Europa; la loro storia unisce lo sviluppo economico nazionale e l'evoluzione delle tecnologie di estrazione di idrocarburi gassosi in mare aperto.

Situate nelle acque del Mare Adriatico centro-settentrionale, antistanti la costa romagnola, queste strutture sono di pertinenza del Distretto centro-settentrionale (DICS) di Eni, l'operatore storico ed esclusivo del territorio; se si estende il perimetro all'area compresa tra Ravenna e Cervia, le strutture complessive nel 2024 erano circa 60, sebbene non tutte siano in produzione.

Le piattaforme di Ravenna rendono il distretto un punto di riferimento storico, tecnologico e geologico per l'Adriatico, il Mediterraneo e l'Europa stessa: l'avvio della perforazione marina nel 1960 con il pozzo Ravenna Mare 3 ha rappresentato la scoperta del primo giacimento offshore dell'Adriatico e il vero inizio della perforazione marina in mare aperto in Europa. Le tecnologie offshore sperimentate per la prima volta in queste acque sono state modello a livello globale, consentendo di esportare ed applicare con successo tali competenze in contesti internazionali complessi, quali il Mare del Nord, l'Iran e il Congo.

Ravenna ospita inoltre, fin dal 1993, l'Offshore Mediterranean Conference (OMC), principale punto d'incontro per gli specialisti del settore energetico nell'area mediterranea.

Mentre il DICS continua a gestire l'estrazione offshore, coprendo circa il 43% della produzione nazionale complessiva di gas naturale in Italia, le infrastrutture giocano un ruolo cruciale nella transizione ecologica europea: sfruttando la capacità dei giacimenti esausti dell'Adriatico, stimata in oltre 500 milioni di tonnellate di CO2, l'hub di Ravenna è considerato potenzialmente il principale sito di stoccaggio di CO2 dell'Europa meridionale e del bacino del Mediterraneo, nonché uno dei più grandi al mondo. Storia L'avventura industriale energetica nel ravennate ha inizio sulla terraferma. Nel 1952 la scoperta del primo pozzo onshore, denominato Ravenna 1, diede avvio a una serie di ritrovamenti da parte dell'allora AGIP Mineraria guidata da Enrico Mattei. La gestione di queste prime attività fu affidata al Gruppo Cantieri della Romagna, istituito il 10 dicembre 1952 sotto la direzione dell'ingegner Egidio Egidi.

La necessità di incrementare le riserve energetiche nazionali spinse l'azienda a tentare la strada delle trivellazioni marine, un ambito all'epoca pionieristico per l'Europa. Le indagini sismiche in mare erano iniziate a fine anni '50. Nel giugno del 1960 iniziarono le operazioni di perforazione del pozzo Ravenna Mare 1 tramite un impianto Ideco-Pignone S 7/11, montato su una piccola piattaforma mobile coadiuvata da una nave appoggio. Dopo l'esito sterile dei primi due pozzi Ravenna Mare 1 e 2, l'impianto era destinato a essere trasferito in Egitto, tuttavia, a causa di ritardi burocratici doganali, l'azienda decise di perforare un terzo pozzo: l'8 ottobre 1960 il pozzo Ravenna Mare 3 si rivelò finalmente produttivo a una profondità di 1849 m, sancendo la scoperta del primo giacimento metanifero marino in Adriatico e in Europa.

La prima vera piattaforma di produzione fu installata sopra la testa del pozzo Ravenna Mare 3, detta "piattaformina": costruita in una sola notte dalle officine Agip di Ravenna sotto la direzione di Mario Spadolini, misurava appena 5×5 m e fu montata in mare in circa 5 ore con l'ausilio di un solo peschereccio tenuto in trazione dalle ancore.

Per convogliare il gas a terra, nel 1963 cominciarono la realizzazione della centrale di trattamento gas denominata Ravenna Mare, situata a circa 150 m dalla spiaggia, a sud di Lido Adriano, e la posa di una condotta sottomarina di circa 9 km che collegava la piattaforma di raccolta Ravenna Mare 6 Bis alla centrale terrestre; i tronconi di tubazione da 6 pollici venivano saldati a terra, tenuti a galla con fusti vuoti di gasolio legati da reggette e trainati in mare aperto dalla motonave Ragno di Saipem, sotto la supervisione del palombaro Pietro Puggioni. Per l'interramento della condotta venne ideato un apposito aratro sottomarino.

La produzione commerciale del giacimento partì ufficialmente nel 1964, dopo aver superato una disputa doganale: la dogana italiana, infatti, considerava come importazioni le risorse estratte oltre la battigia e richiedeva l'indicazione dell'origine da uno Stato estero.

Negli anni successivi, la scoperta di nuovi giacimenti portò alla costruzione di numerose piattaforme fisse collegate alla centrale: Porto Corsini Mare Est (scoperto nel 1961) Amelia (scoperto nel 1968) Diana (scoperto nel 1969) Armida (scoperto nel 1972) Angela-Angelina (scoperto nel 1973) Antares (scoperto nel 1982)

Nel 1984, a causa dell'erosione costiera e dei continui allagamenti dovuti alle mareggiate, la storica centrale di Ravenna Mare 3 venne smantellata e sostituita da un nuovo impianto situato più all'interno.

Nel terzo millennio La progressiva decarbonizzazione e il naturale esaurimento dei giacimenti di gas metano stanno cambiando radicalmente la funzione industriale delle strutture offshore ravennati.

Nel quadro della sicurezza degli approvvigionamenti energetici nazionali, nel 2024 Snam ha realizzato un piattaforma a circa 8 km al largo di Punta Marina. La struttura, pesante 2800 tonnellate e protetta da una massiccia diga frangiflutti, è progettata per l'ormeggio permanente di una nave rigassificatrice e delle navi gasiere di rifornimento, garantendo una capacità di rigassificazione fino a 5 miliardi di metri cubi di gas naturale liquefatto all'anno.

Eni ha avviato nel 2024 un piano per la dismissione e lo smantellamento di circa una decina di impianti offshore arrivati a fine vita, con la rimozione e lo smantellamento totale delle piattaforme Porto Corsini 73 (PC-73), Azalea A, Regina 1 e Armida 1. Le attività preliminari di rimozione sono iniziate dalla PC-73, situata a 18 km dalla costa, utilizzando il mezzo navale M30 di Micoperi.

Ravenna CCS Il progetto industriale più rilevante legato al riutilizzo delle infrastrutture estrattive esauste è Ravenna CCS, sviluppato in joint venture paritetica da Eni e Snam: si prevede di catturare l'anidride carbonica emessa dai distretti industriali terrestri e di stoccarla nei giacimenti di gas naturale esauriti dell'Adriatico, a circa 3000 m di profondità. Il progetto è stato inserito dalla Commissione Europea nella lista dei Progetti di interesse comune nell'ambito del Progetto Callisto, che mira a decarbonizzare i poli industriali di Ravenna, Ferrara e l'hub francese di Fos-Marseille.

La fase 1, avviata ad agosto 2024, consiste nella cattura di circa 25000 tonnellate all'anno di CO2 dai fumi della centrale Eni di trattamento gas di Casal Borsetti. Una volta separata, la CO2 viene trasportata tramite le condotte sottomarine, precedentemente usate per il metano ed opportunamente riconvertite, fino alla piattaforma offshore Porto Corsini Mare Ovest per l'iniezione permanente nel giacimento esaurito. Il sistema ha dimostrato un'efficienza media di cattura superiore al 90% (con punte del 96%).

Si prevede di arrivare a stoccare 4 milioni di tonnellate all'anno di CO2 entro il 2030, per poi espandere la portata oltre i 16 milioni di tonnellate all'anno in base alla domanda del mercato, sfruttando una capacità di stoccaggio totale dei giacimenti stimata in oltre 500 milioni di tonnellate.

Caratteristiche

Le moderne piattaforme adriatiche mostrano dimensioni imponenti, ben lontane dalle palafitte metalliche degli anni '60.

Le strutture maggiori superano gli 80 m di altezza e presentano estensioni comprese tra i 25 e i 165 m per lato. Ad esempio, la piattaforma Angela-Angelina, situata ad 1,5 km dalla costa di Lido di Dante, è una struttura su pali metallici con un'altezza di 86  e una pianta rettangolare di 54×25 m. La tripla piattaforma Garibaldi A-T-Cluster raggiunge i 180×54 m di pianta con un'altezza di 55 

La piattaforma "madre" Garibaldi C, posizionata a circa 18,5 km dalla costa, ospita stabilmente un equipaggio di circa 15 persone, si sviluppa su quattro piani collegati da scale e si erge per 30 m di altezza. Essa raccoglie il gas naturale da numerosi pozzi dell'Adriatico, comprese le piattaforme in acque croate del campo "Ivana" e lo convoglia alla stazione di compressione Garibaldi K. Da qui, turbocompressori innalzano la pressione del gas da 5 a 20 bar per spingerlo tramite condotte sottomarine fino alla centrale di Casal Borsetti.

Sulle piattaforme con alloggiamenti, il personale opera secondo turni di quattordici giorni consecutivi di lavoro a bordo e quattordici di riposo a terra. L'ambiente è descritto storicamente come caratterizzato da un forte spirito di squadra, un clima familiare e un'elevata attenzione alla sicurezza.

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