Il Tesoro di Hera è la denominazione con cui è noto un complesso eterogeneo di offerte votive rinvenute nell'Edificio B del santuario di Hera Lacinia, nell'area archeologica di Capo Colonna, presso Crotone; recuperato nel corso degli scavi archeologici iniziati nell'estate del 1987, comprende manufatti di diversa provenienza e cronologia, fra i quali oggetti in bronzo, oro e argento, terrecotte, ornamenti e prodotti d'importazione mediterranea.

La denominazione si consolidò nella letteratura scientifica fra il 1994 e il 1996, senza indicare un deposito unitario né un insieme numericamente definito: venne infatti impiegata in senso ampio per i materiali votivi legati alla vita dell'Edificio B, distinguendo al loro interno un nucleo di offerte di particolare pregio concentrato presso un antico horos, formato dalla navicella nuragica di Capo Colonna, da una borchia d'argento con lamina aurea, da un anello d'oro e da una corona aurea.

Tra i reperti più noti figurano inoltre una Sfinge, una Gorgone e una Sirena in bronzo, un cavallino geometrico e uno scarabeo in faience; la varietà cronologica e culturale dei materiali documenta i rapporti del santuario con l'antico mondo greco, le comunità indigene dell'Italia meridionale, la Sardegna nuragica e il Mediterraneo orientale.

Scoperta e contesto archeologico Le indagini nell'area dell'Edificio B ebbero inizio con la campagna di scavo dell'estate 1987; la struttura, posta a nord del grande tempio dorico di Hera, misura 19,70 × 9,50 metri e, nella fase più antica, datata ai primi decenni del VI secolo a.C., consisteva in un semplice edificio rettangolare orientato a est, successivamente ricostruito e modificato nel corso del periodo arcaico e della fase classica.

Per la fase più antica furono prese in esame le interpretazioni come thesauros e come primitivo oikos di Hera, con preferenza per la seconda; durante la ricostruzione tardo-arcaica furono conservati un cippo di delimitazione sacra e una zona centrale particolarmente venerata, mentre nello stesso periodo venne realizzato un basamento quadrangolare, forse destinato al simulacro della dea oppure utilizzato come tavola per le offerte. L'interpretazione funzionale non è tuttavia unanime: nella museografia successiva è stata infatti mantenuta anche l'ipotesi che l'edificio, almeno in una fase della sua esistenza, abbia custodito le offerte come un thesauros.

La sequenza archeologica documenta più fasi edilizie e di frequentazione, dai primi decenni del VI secolo a.C. fino alle trasformazioni di età classica; il crollo dell'edificio, collocato nel secondo quarto del V secolo a.C., sigillò l'ultima fase d'uso e seppellì parte degli ex voto, mentre alcuni manufatti erano già antichi quando furono conservati o nuovamente esposti nel santuario.

La natura della deposizione resta discussa: le offerte sono state descritte sia come apparentemente rinvenute nella loro collocazione d'uso, sia come materiale in giacitura secondaria, mentre un'ulteriore ricostruzione le riconduce al contesto di vita dell'edificio, in larga misura sigillato dal crollo, sottolineando però l'assenza di un'edizione completa dei dati stratigrafici; nel complesso, le fonti convergono dunque sul legame con la vita cultuale dell'Edificio B, ma non consentono di ricostruire come unitaria la posizione originaria di tutti gli oggetti.

Composizione La selezione dei materiali pubblicata nel 1994 comprende trentasei numeri scelti fra i reperti maggiormente significativi e non costituisce l'inventario completo del complesso: i primi trentadue comprendono terrecotte, bronzi figurati, ornamenti, elementi di recipienti e oggetti in metallo prezioso, mentre soltanto i numeri 33–36 sono riuniti sotto la rubrica «Materiali dalla zona dell'horos»; la catalogazione del 1996 adottò invece una numerazione differente e più estesa per i materiali esposti, perciò le due successioni non indicano né lo stesso insieme di oggetti né la consistenza complessiva del deposito archeologico. La bibliografia successiva consente alcune corrispondenze puntuali, ma non una concordanza completa per tutti i numeri: sono documentati, in particolare, il rapporto fra lo scarabeo n. 24 del 1994 e il cat. 9 del 1996, quello fra la rosetta n. 31 e il cat. 70, quello fra la navicella n. 33 e il cat. 4 e quello fra la corona n. 36 e il cat. 148.

Bronzi figurati Fra i bronzi figurati maggiormente studiati si trovano una Sfinge seduta, una Gorgone alata e una Sirena: la prima, alta 7,3 centimetri e rinvenuta nell'area del basamento quadrato, è stata attribuita a una produzione di Corinto e datata intorno al 550–540 a.C.; la Gorgone proveniva invece dallo strato compreso fra blocchi di reimpiego e rocchi di colonna ed è stata riferita ad ambiente della Laconia, mentre la Sirena, recuperata nel medesimo settore, è stata collegata alla produzione corinzia. Le attribuzioni dei tre bronzetti e i rispettivi centri di produzione sono stati successivamente riesaminati in uno studio specifico.

La selezione comprende inoltre due placchette con Sirene alate, forse prodotte in un'officina locale attiva nella tradizione laconico-magnogreca, e un cavallino di stile geometrico alto 7,2 centimetri; per quest'ultimo sono stati richiamati confronti nel Peloponneso senza giungere a un'attribuzione definitiva, mentre è stata anche proposta una produzione locale. Le indicazioni «corinzio», «laconico» e «locale» rappresentano pertanto proposte attributive, non provenienze archeologicamente accertate.

Oggetti preziosi e nucleo dell'horos Sotto la rubrica «Materiali dalla zona dell'horos» furono riuniti quattro reperti, ossia la navicella nuragica, una borchia d'argento rivestita da una lamina aurea, un anello d'oro con castone romboidale e il diadema aureo; l'area fu in seguito descritta come una possibile «specie di luogo riservato» per «doni speciali». Nello stesso settore furono tuttavia rinvenuti anche un oggetto di ferro tradizionalmente interpretato come chiave e ceramica acroma locale, sicché i quattro numeri catalografici indicano il nucleo selezionato per la pubblicazione e non tutti i materiali associati topograficamente all'horos.

Il diadema, inventario 72647, è lungo 37 centimetri e pesa 122,5 grammi; costituito da una fascia in lamina d'oro con motivo a treccia e da due serti vegetali applicati, presenta una fascia collocata intorno alla metà del VI secolo a.C. e distinta dalla successiva aggiunta degli elementi vegetali. È stata inoltre avanzata l'ipotesi che l'oggetto fosse stato dapprima utilizzato sul simulacro di Hera e poi appeso alla parete come offerta votiva, interpretando la posizione di rinvenimento come conseguenza di una caduta dall'alto; l'impiego sul simulacro rimane tuttavia ipotetico, mentre la presentazione museale più recente si limita a descrivere il diadema come dono votivo destinato alla dea.

La navicella, inventario 59366, è lunga 26 centimetri e priva della protome di prua; reca due coppie di buoi con carri e un'apertura centrale originariamente destinata a un sostegno, ed era già un manufatto antico quando entrò nel contesto votivo crotoniate. Per l'oggetto sono state ipotizzate una lunga conservazione prima della dedica e, con maggiore cautela, un'eventuale provenienza da un bottino; in studi successivi è stato oggetto di una trattazione monografica ed è stato classificato fra le navicelle nuragiche di tipo Badde Rupida.

Fra gli altri oggetti preziosi inclusi nella selezione del 1994, ma non compresi nella rubrica relativa all'horos, figurano uno spillone e un vago d'argento, due anelli d'argento, un fiore e una rosetta in argento dorato e un piccolo scarabeo d'oro; la rosetta a sedici petali in argento dorato, inventario 72648, è il n. 31 della pubblicazione del 1994 e corrisponde al cat. 70 della catalogazione del 1996.

Offerte indigene e prodotti d'importazione Tra i manufatti più antichi della selezione figurano una fibula a navicella di tipo Sala Consilina III A, datata al primo quarto del VII secolo a.C., e un pendaglio di cintura tipo Alianello, collocato intorno alla metà dello stesso secolo; quest'ultimo, lungo 31 centimetri e rinvenuto nello strato 2A–3 lungo il lato settentrionale dell'edificio, è stato interpretato come ornamento femminile di rango elevato. Messi in relazione anche con un pendaglio a ruota, questi reperti sono stati interpretati come oggetti della sfera femminile degli Enotri, conservati a lungo prima della deposizione finale; nel caso del pendaglio di tipo Alianello, la distanza fra la cronologia tipologica e quella dello strato dimostra che la fabbricazione precedette il contesto archeologico finale, ma non permette di stabilire con precisione quando l'oggetto fu dedicato nel santuario.

I rapporti con il Mediterraneo orientale sono testimoniati da oggetti di natura diversa: un balsamario configurato a kouros, datato fra il 560 e il 540 a.C., è stato ritenuto una probabile produzione di Rodi, mentre una testa di kore è stata ricondotta ad ateliers della costa dell'Asia Minore; altri manufatti, come una palmetta bronzea ispirata a modelli rodii e le cosiddette lampade del Sele, mostrano invece influenze esterne rielaborate in ambito acheo-crotoniate o magnogreco. La presenza di caratteri stilistici orientali non prova quindi, in ogni caso, che si tratti di oggetti importati.

Fra i prodotti in faience si distinguono uno scarabeo, inventario 72646, e un ariete: il primo, lungo 3,6 centimetri, presenta sul lato piano due leoni, due dischi solari e una testa di gazzella ed è stato messo in rapporto iconografico con Naucrati, lasciando tuttavia aperta la possibilità di una produzione esterna all'Egitto, mentre l'ariete è stato attribuito a Naucrati e datato agli inizi del VI secolo a.C.; nella catalogazione del 1996 lo scarabeo corrisponde al n. 9 ed è uno degli oggetti associati esplicitamente al Tesoro.

Interpretazione Il termine «tesoro» non designa un occultamento unitario paragonabile a un ripostiglio monetale, poiché il complesso comprende oggetti fabbricati in epoche e aree culturali differenti, entrati nella vita cultuale dell'Edificio B attraverso processi che non sono ricostruibili allo stesso modo per ogni reperto; la cronologia tipologica di un manufatto, la sua eventuale conservazione, il momento della dedica e la deposizione archeologica finale costituiscono quindi passaggi distinti, come mostra in modo particolarmente evidente la navicella nuragica, già antica rispetto al contesto di rinvenimento, mentre la lunga tesaurizzazione, la dedica tardiva e l'eventuale provenienza da un bottino restano ipotesi.

È stato ipotizzato che molti ex voto fossero appesi alle pareti oppure disposti intorno al basamento quadrato e che, in particolare, la posizione della corona derivasse da una caduta dall'alto; sono state considerate anche la possibilità che periodici sgomberi avessero alterato la disposizione delle offerte e quella che alcuni oggetti più antichi fossero sopravvissuti a un incendio e fossero stati nuovamente esposti, senza che tali ricostruzioni siano state considerate definitivamente dimostrate.

La varietà dei materiali documenta l'inserimento del santuario in una rete di rapporti comprendente il mondo greco, le comunità indigene dell'Italia meridionale, la Sardegna nuragica e il Mediterraneo orientale; non permette tuttavia di identificare automaticamente l'origine dei dedicanti o le vie percorse dai singoli oggetti, poiché il complesso riunisce probabili importazioni, produzioni locali ispirate a modelli esterni e manufatti che potrebbero essere stati conservati per generazioni prima della deposizione.