Appartenente al patriziato della Repubblica di Genova e noto con il soprannome di «il Filosofo», fu autore di numerosi scritti politici rimasti prevalentemente manoscritti. Il suo pensiero, di impronta repubblicana e stoica, fu rivolto soprattutto all'ordinamento, alla classe dirigente e alla salvaguardia dell'indipendenza dello Stato genovese.

Biografia

Origini e formazione Nacque a Genova nel 1562 da Francesco Spinola, figlio di Giovanni, e da Maria Grimaldi Cavalleroni, figlia di Giovanni Battista. Il padre apparteneva a un ramo cadetto degli Spinola di San Luca ed era stato attivo nella difesa della Repubblica durante la Congiura dei Fieschi del 1547. Andrea, che rimase celibe, era conosciuto inizialmente anche con il soprannome familiare di «della Signora».

Le notizie sulla sua istruzione sono scarse, ma la composizione della sua biblioteca e i frequenti riferimenti presenti negli scritti attestano un'ampia formazione umanistica. Lesse, fra gli altri, Seneca, Tacito, Tito Livio, Quintiliano, Francesco Guicciardini e Philippe de Commynes; conobbe inoltre il castigliano e il francese. Soggiornò a Roma, documentatamente nel 1585, e a Venezia, città che ebbero un'influenza duratura sulla sua riflessione politica. Fu particolarmente interessato al modello istituzionale veneziano e lesse con attenzione Gasparo Contarini, Nicolò Contarini e Paolo Sarpi.

Tra la fine del Cinquecento e l'inizio del Seicento stabilì rapporti con esponenti di rilievo della cultura europea, fra i quali Gian Vincenzo Pinelli, Lorenzo Pignoria e Nicolas-Claude Fabri de Peiresc. Fu legato da una profonda amicizia al poeta e teorico politico genovese Ansaldo Cebà, con il quale condivise un ideale di educazione repubblicana della nobiltà. È invece dubbia la sua effettiva appartenenza all'Accademia degli Addormentati, fondata nel 1591, verso la quale espresse anche riserve.

Attività pubblica Spinola affiancò alla riflessione teorica un'attività nelle magistrature della Repubblica, sebbene senza raggiungere le più alte cariche conseguite da altri membri della famiglia. Fu colonnello delle milizie di Cornigliano nel 1589, ufficiale di Terraferma nel 1597, commissario a Savona nel 1598, ufficiale di Moneta nel 1599, capitano di città nel 1602 e nel 1609, ufficiale dei Rotti nel 1604 e nel 1607, padre del Comune nel 1602 e nel 1609 e commissario a Sarzana nel 1605. Nel 1601 rifiutò un'ambasceria presso la corte imperiale.

In qualità di conservatore delle Leggi entrò più volte in contrasto con gli organi di governo. Nel 1616 fu ammonito per le critiche rivolte al Minor Consiglio; nel gennaio 1620, durante una controversia sulle prerogative della rota criminale, difese l'autonomia di quest'ultima dalle ingerenze dei Collegi e venne per breve tempo incarcerato. Dopo un periodo di minore attività pubblica e un nuovo soggiorno veneziano, nel 1624 fu nominato sovrintendente alla ripartizione del carico fiscale nelle Riviere. Una sua eventuale nomina a senatore intorno al 1625, ricordata in un passo autobiografico, non è considerata pienamente comprovata dalla storiografia.

Gli ultimi anni La guerra del 1625 contro il Ducato di Savoia, la crisi finanziaria spagnola del 1627 e le tensioni interne culminate nella congiura di Giulio Cesare Vachero e nel cosiddetto Memoriale Ligalupo modificarono profondamente il suo giudizio sulla politica estera genovese. Da una posizione inizialmente compatibile con l'alleanza spagnola passò a una crescente diffidenza verso i ministri della Spagna, temendo che la dipendenza politica e finanziaria da Madrid compromettesse la libertà della Repubblica. Le accuse di antispagnolismo e tradimento rivoltegli nel Memoriale mostrano il rilievo ormai assunto dalla sua figura nel dibattito politico cittadino.

Morì nel 1631 nella propria villa di Cornigliano, mentre era ancora intento alla revisione dei suoi manoscritti. Nel 1630 Galileo Galilei, tramite Giovanni Battista Baliani, lo aveva fatto salutare chiamandolo «filosofo»: l'appellativo, probabilmente già in uso, finì per identificare stabilmente Andrea Spinola e per distinguerlo dai numerosi omonimi della famiglia.

Pensiero politico Spinola elaborò un repubblicanesimo di matrice classica e rinascimentale, adattato alle istituzioni e ai problemi concreti dello Stato genovese. Il suo modello era quello del patrizio sobrio, operoso e dedito al bene pubblico, chiamato a rispettare l'uguaglianza interna al ceto di governo e a impedire che le magistrature assumessero caratteri assolutistici. L'ideale stoico del cittadino virtuoso si accompagnava alla difesa della legalità repubblicana e dell'indipendenza di Genova dalle potenze straniere.

La sua critica investì anche i costumi dell'aristocrazia. Considerava il lusso, l'ostentazione, l'eccesso delle doti e delle spese domestiche sintomi dell'allontanamento dalle virtù degli antenati. In materia educativa riteneva che i giovani patrizi dovessero ricevere una preparazione pratica, idonea sia al governo sia all'esercizio delle attività mercantili e imprenditoriali. Criticò perciò la rigida esclusione dei nobili dalle professioni considerate meccaniche dalle leggi del 1576.

Pur ammirando l'ordinamento veneziano, Spinola non propose una sua semplice imitazione. La sua riflessione rimase centrata sulle specificità genovesi: l'equilibrio fra le magistrature, il funzionamento dei consigli, la giustizia criminale, la difesa militare, le finanze pubbliche e i rapporti fra il patriziato e il resto della popolazione. La critica, esercitata dall'interno dell'oligarchia, contribuì alla formazione della corrente detta dei «repubblichisti», attiva nei decenni successivi in difesa dell'autonomia dello Stato.

Opere L'opera principale di Spinola è costituita dai Ricordi, indicati nelle copie anche come Il cittadino della Repubblica di Genova o Dizionario politico-filosofico. Iniziata intorno al 1615 e ultimata in una prima redazione nel 1622, venne poi ampiamente riscritta alla luce degli avvenimenti del 1624-1629 e rimase incompiuta. La prima stesura comprendeva circa 550 voci distribuite in cinque tomi. Non era destinata alla stampa, ma alla circolazione manoscritta entro un pubblico selezionato di futuri governanti e membri del patriziato; le numerose copie e rielaborazioni hanno reso complessa la ricostruzione del testo.

Tra gli altri suoi scritti sono ricordati:

Discorso sopra il presente governo di Genova (1607-1608); Osservazioni (1608-1611); Considerazioni intorno al capo 48 delle leggi del '76; Manuale di varie cose che in atto prattico spettano al governo della nostra Republica; discorsi sulla propria carcerazione, sul duca di Savoia, sui dogi e sugli ambasciatori; Scritti per il quale mostra che i Spagnoli vogliono impatronirsi del stato genovese, con strachar la Republica (1627).

La sua produzione comprende inoltre numerose lettere private e politiche, talvolta anonime o pseudonime, e diversi testamenti, nei quali anche le disposizioni patrimoniali assumevano un significato politico. Gran parte delle opere è conservata manoscritta presso la Biblioteca universitaria di Genova, la Biblioteca civica Berio, l'Archivio storico del Comune di Genova e la Biblioteca della Società economica di Chiavari.

Fortuna critica Già noto negli ambienti colti del primo Seicento, Spinola fu ricordato nel 1667 da Michele Giustiniani fra gli scrittori liguri. Gli studi moderni, in particolare quelli di Carlo Bitossi, ne hanno ricostruito il profilo oltre l'immagine tradizionale dell'erudito appartato, riconoscendogli un ruolo centrale nella cultura politica della Genova seicentesca. Alessia Ceccarelli lo ha definito una figura di vertice del pensiero repubblicano genovese, mentre la storiografia lo considera uno dei più lucidi interpreti delle istituzioni e dell'ideologia del patriziato cittadino.

Note

Bibliografia

Voci correlate Repubblica di Genova Ansaldo Cebà Spinola Cornigliano

Categoria:Filosofi italiani del XVII secolo Andrea