Damone e Pizia è un dipinto a olio su tela (233 x 233 cm) di Giovanni Francesco Barbieri detto Guercino, databile al 1632 conservato conservato presso Palazzo Pallavicini Rospigliosi di Roma, sede della Coldiretti. Storia La prima notizia dell’opera si deve a Carlo Cesare Malvasia, che, nella Felsina pittrice, ricorda come Guercino «fece un quadro per l’Eminentissimo Legato di Ferrara, quando Damone e Pitia furono condannati à morte». Il personaggio indicato dallo storico bolognese è Giovanni Battista Maria Pallotta, che nel 1632 ricopriva la carica di legato pontificio di Ferrara.
La commissione trova riscontro anche nel Libro dei conti,Il Libro dei conti è il registro amministrativo compilato dal fratello minore Paolo Antonio Barbieri dal 1629 al 1649, anno della sua morte, e proseguito dai familiari fino al 1666. dove, alla data del 26 maggio 1632, è registrato il pagamento complessivo di 300 scudi da parte del cardinale Pallotta.
Nello stesso passo Malvasia ricorda inoltre che il dipinto era stato concepito come pendant di Clorinda fa graziare Olindo e Sofronia dal rogo di Mattia Preti. I due dipinti furono tuttavia separati per volontà dello stesso cardinale Pallotta, che ne dispose diversamente la destinazione. Il quadro di Preti seguì una propria vicenda collezionistica, confluendo nella collezione Brignole-Sale e, successivamente, nelle raccolte dei Musei di Strada Nuova di Genova.
Malvasia riferisce inoltre che Pallotta avrebbe donato il dipinto del Guercino a papa Alessandro VII; l’indicazione è tuttavia errata. Come ha osservato Piero Boccardo, Alessandro VII era già morto al momento del lascito e il destinatario dovette essere il suo successore, Clemente IX, al secolo Giulio Rospigliosi.
Il passaggio dell’opera nelle mani di Clemente IX chiarisce anche il suo successivo ingresso nella collezione della famiglia Rospigliosi e la presenza del dipinto a Palazzo Pallavicini Rospigliosi. Qui esso è documentato almeno dal 1708 e compare negli inventari della raccolta per tutto il XVIII secolo. Soggetto Il soggetto, tratto da fonti classiche quali Cicerone e Valerio Massimo, narra la vicenda dei due filosofi pitagorici Damone e Pizia, divenuta emblema di lealtà e di amicizia. Pizia, condannato a morte perché ritenuto coinvolto in una congiura contro Dionigi, tiranno di Siracusa, ottenne di poter lasciare temporaneamente il carcere per congedarsi dalla propria famiglia; Damone si offrì allora come garante dell’amico, accettando di essere imprigionato e giustiziato al suo posto qualora Pizia non fosse tornato entro il termine stabilito. Guercino scelse di rappresentare il momento culminante della vicenda, quando Damone sta per essere messo a morte e Pizia ritorna in tempo per prendere il suo posto. Colpito dalla fedeltà dimostrata dai due amici, Dionigi decide infine di concedere loro la grazia. Il tema, piuttosto raro nella pittura del Seicento, fu verosimilmente suggerito dal cardinale Pallotta o da un erudito della sua cerchia. Il significato morale del soggetto trovava inoltre una corrispondenza nel pendant di Mattia Preti, Clorinda fa graziare Olindo e Sofronia dal rogo, nel quale l’intervento di Clorinda costituisce un analogo gesto di clemenza. In entrambe le opere il lieto esito della vicenda può essere letto come un’allusione all’attività di Pallotta, già giudice dell’Inquisizione, noto anche per alcuni atti di clemenza.
Descrizione La scena è ambientata nel momento immediatamente precedente all’esecuzione. In primo piano, sulla sinistra, il carnefice si prepara a decapitare Damone, mentre un gruppo di astanti, fra i quali compaiono anche figure armate, volge improvvisamente l’attenzione verso Pizia, appena sopraggiunto. Questi indica l’amico e si presenta per prendere il suo posto sul patibolo, mantenendo così la promessa fatta. Dionigi assiste alla scena nelle vesti di un principe orientale, con il capo ornato da un turbante. Tra il tiranno e Pizia Guercino inserisce una colonna, la cui base è decorata da un raffinato bassorilievo. L’episodio è costruito in modo da rendere immediatamente leggibile il passaggio dalla tensione dell’esecuzione imminente al momento decisivo del ritorno di Pizia e alla conseguente clemenza del sovrano.
Stile Nel corso del Novecento il dipinto, offuscato da uno strato di vernice ingiallita, fu a lungo ritenuto una copia; il restauro ne ha invece restituito la qualità pittorica e ne ha confermato l’autografia. Per l’articolazione narrativa e la costruzione della scena l’opera è stata accostata alla Morte di Didone, eseguita da Guercino tra il 1630 e il 1631 per Maria de' Medici e oggi conservata alla Galleria Spada di Roma. Damone e Pizia appartiene alla fase che Denis Mahon definì di transizione, nella quale Guercino, dopo il soggiorno romano, orientò progressivamente il proprio linguaggio verso forme più classiche. La disposizione delle figure segue con maggiore rigore i piani prospettici e conferisce alla composizione una profondità più marcata rispetto alle opere giovanili. Permangono tuttavia elementi riconducibili alla prima maniera dell’artista. Il deciso chiaroscuro che modella la figura del carnefice conserva infatti la forza naturalistica della produzione precedente, mentre le figure degli spettatori, di Pizia e di Dionigi mostrano una maggiore eleganza delle pose e una più raffinata conduzione pittorica, anticipando il classicismo delle opere successive. Il dipinto si colloca così in una fase di equilibrio tra l’energia luministica e naturalistica degli anni giovanili e la progressiva ricerca di ordine, misura e compostezza che caratterizzerà la maturità del pittore.
Degna di nota è una lettera inviata dal cardinale Bernardino Spada alla regina di Francia Maria de' Medici, nella quale le opere del Guercino sono elogiate per «un dissegno vigoroso et un colorito di grandissima forza e vivezza». Prima del restauro il dipinto era ricoperto da una patina giallastra che ne comprometteva la corretta lettura e aveva indotto gli studiosi, con la sola eccezione di Piero Boccardo, a considerarlo una copia. Il recupero della superficie pittorica ne ha consentito una nuova valutazione, restituendo pienamente la qualità dell'opera. Alessandro Uccelli ha sottolineato la particolare costruzione temporale della scena, affidata al progressivo articolarsi della luce tra le figure e gli elementi scenografici: l'attenzione è dapprima richiamata dal carnefice e da Damone, per spostarsi poi verso il gruppo centrale e infine verso Pizia e Dionigi. In questa successione anche il soldato barbuto al centro della composizione assume una funzione narrativa, quasi invitando lo spettatore ad attendere lo sviluppo dell'azione. Uccelli ha inoltre accostato il dipinto alla Morte di Didone della Galleria Spada per il «timbro e coralità quasi operistica» della composizione, ravvisando in Damone e Pizia una particolare complessità di registri.
Si conoscono tre disegni preparatori per la composizione completa: uno è conservato a al Museo d'arte di Brema (inv. 1953/50), un altro al British Museum di Londra (inv. 1969-9-20-17) e un terzo è passato per il mercato antiquario (Sotheby's Londra 16 novembre 1960, n. 3); uno per la sola figura di Damone al patibolo (Londra, Victoria and Albert Museum, inv. Dyce 303) e uno per la figura di Dionigi (Windsor Castle, Royal Library: Mahon, Turner 1989, p. 40 n. 70).
Note
Bibliografia
Categoria:Dipinti a soggetto mitologico Categoria:Dipinti del Guercino Categoria:Dipinti a Roma