I tumulti di Crotone furono una rivolta popolare e operaia avvenuta a Crotone il 30 settembre 1946, nel contesto delle forti tensioni economiche e sociali del secondo dopoguerra. La città costituiva allora uno dei principali poli industriali della Calabria, con una consistente presenza operaia concentrata soprattutto negli stabilimenti della Montecatini e della Pertusola, inserita però in un territorio ancora segnato dal latifondo e da profonde disuguaglianze socialiGiuseppe Maione, Mezzogiorno 1946-1950. Partito comunista e movimento contadino, p. 53.; alla vigilia dei tumulti la disoccupazione superava ufficialmente le duemila unità e l'aumento dei prezzi dei generi alimentari, in particolare di quelli non soggetti a razionamento, contribuiva ad alimentare un diffuso malcontento sociale. La denominazione «Tumulti di Crotone» riprende un termine già utilizzato dal prefetto di Catanzaro Federico Solimena per descrivere la rivolta del 30 settembre 1946; nella successiva ricostruzione storiografica il termine è stato definito «pesante, ma sinteticamente efficace» perché ritenuto particolarmente aderente alla situazione venutasi a creareFulvio Mazza, I tumulti di Crotone, in Il Crotonese, 24 settembre 2019, pp. 10-11.. Nelle fonti parlamentari attuali gli avvenimenti furono invece indicati anche più genericamente come «fatti di Crotone» o «incidenti verificatisi a Crotone il 30 settembre 1946».

La mobilitazione ebbe inizio nella mattina del 30 settembre all'interno dello stabilimento della Pertusola, dove un'adunata di lavoratori deliberò la nomina di un comitato esecutivo provvisorio, un'astensione parziale dal lavoro e una manifestazione diretta verso il municipio; durante il tragitto al nucleo iniziale si unirono altri operai, disoccupati, donne dei quartieri popolari e ulteriori manifestantiVittorio Cappelli e Paolo Palma (a cura di), I calabresi all'Assemblea Costituente 1946-1948, pp. 514-515., mentre nel successivo dibattito parlamentare la folla radunatasi davanti al municipio venne quantificata in oltre settemila persone e le richieste furono ricondotte soprattutto alla riduzione dei prezzi della carne, del formaggio e degli altri generi non tesserati.

La protesta culminò quando circa trenta possidenti furono condotti nella sede comunale e chiamati a sottoscrivere somme destinate a una cooperativa per la costruzione di abitazioni e a mettere a disposizione del Comune derrate conservate nei propri magazzini per la vendita al minutoFulvio Mazza, I tumulti di Crotone del 30 settembre 1946: quando i ricchi furono sequestrati.; le modalità con cui i proprietari furono condotti al municipio e il grado di coercizione esercitato nei loro confronti divennero subito oggetto di ricostruzioni contrastanti, poiché la documentazione ministeriale parlò di un «piano prestabilito», minacce, violazioni di domicilio e violenze, mentre nel dibattito costituente furono riportate anche versioni secondo cui alcuni proprietari si sarebbero presentati spontaneamente e gli altri non avrebbero subito maltrattamenti fisici.

All'intervento delle forze dell'ordine seguirono la dispersione della manifestazione, l'imposizione del coprifuoco, il blocco degli accessi alla città e numerosi arresti, il cui numero complessivo viene indicato dalle fonti in 29, poi ridotti a 24, nella risposta ministeriale e in circa sessanta nel successivo dibattito parlamentare; la vicenda ebbe inoltre una prolungata eco politica e giudiziaria, con un procedimento penale ancora pendente nell'estate del 1947 davanti al Tribunale di Catanzaro e ripetuti interventi e interrogazioni nell'Assemblea Costituente, in particolare da parte di Luigi Silipo, Pietro Mancini ed Eugenio MusolinoVittorio Cappelli e Paolo Palma (a cura di), I calabresi all'Assemblea Costituente 1946-1948, p. 521..

Contesto Nel secondo dopoguerra la Calabria, analogamente ad altre aree del Mezzogiorno, fu attraversata da forti tensioni sociali legate alla struttura della proprietà fondiaria e alle rivendicazioni delle popolazioni rurali; i provvedimenti emanati a partire dal 1944 dal ministro dell'agricoltura Fausto Gullo, che intervenivano fra l'altro sulla concessione delle terre incolte e mal coltivate e sui rapporti agrari, contribuirono all'avvio di una prima fase di mobilitazioni contadine, alla quale dal 1946 seguì una stagione caratterizzata da una presenza più organizzata del Partito comunista e delle organizzazioni sindacali nelle campagneGiuseppe Maione, Mezzogiorno 1946-1950. Partito comunista e movimento contadino, pp. 32-33..

In questo quadro Crotone costituiva una realtà peculiare per la presenza di un consistente nucleo industriale sviluppatosi intorno ai grandi stabilimenti della Montecatini e della Pertusola, accanto alle attività legate al porto; la concentrazione industriale rendeva la città una sorta di «isola» operaia nella provincia di Catanzaro, inserita tuttavia in un territorio ancora fortemente caratterizzato dal latifondo, nel quale circa 150 grandi proprietari possedevano complessivamente 130.000 ettari, mentre 45.000 famiglie contadine si dividevano i restanti 40.000 e il 38% della popolazione rurale risultava completamente priva di terra, creando un marcato contrasto fra la presenza industriale crotonese e una struttura agraria particolarmente arretrata.

Parallelamente alla trasformazione del quadro sociale, dopo la caduta del regime fascista riprese progressivamente l'attività politica cittadina: già tra la fine del 1943 e il 1944 si ricostituirono le organizzazioni locali dei principali partiti antifascisti e, nelle ultime settimane del 1945, si intensificarono le riunioni delle formazioni rappresentate nel Comitato di Liberazione Nazionale, in vista del ritorno a un'amministrazione comunale elettivaChristian Palmieri, Il ritrovato impegno politico a Crotone all'indomani del secondo conflitto mondiale (1943-1946), pp. 7-12.; alla vigilia delle elezioni amministrative del 24 marzo 1946 il quadro politico locale risultava ormai nettamente polarizzato e la lista formata da socialisti e comunisti ottenne circa due terzi dei seggi del consiglio comunale, fra i cui eletti figuravano operai e tecnici della Montecatini e della Pertusola, lavoratori portuali e rappresentanti del movimento sindacale, a testimonianza del peso assunto dal movimento operaio nella vita politica cittadina.

Il 6 aprile si insediò il primo consiglio comunale democraticamente eletto del dopoguerra e Silvio Messinetti, esponente del Partito Comunista Italiano, venne eletto sindaco all'unanimità dei consiglieri presenti; fra gli obiettivi indicati dalla nuova amministrazione figuravano il miglioramento dei servizi pubblici e delle condizioni igieniche della città, l'avvio di lavori pubblici destinati anche ad alleviare la disoccupazione e il controllo del mercato cittadino, con particolare attenzione alla disponibilità dei generi alimentari e al contrasto degli abusi nella formazione dei prezzi, mentre la vittoria social-comunista aprì una fase di predominio politico-amministrativo della sinistra locale, sostenuta soprattutto dal proletariato industriale e dal mondo contadino e capace, almeno inizialmente, di raccogliere consensi anche in settori della borghesia urbana.

La situazione economica rimaneva tuttavia particolarmente difficile: nel dibattito dell'Assemblea Costituente del dicembre successivo Crotone venne descritta come l'unico centro industriale della regione, con circa 27.000 abitanti e oltre duemila disoccupati iscritti agli uffici del lavoro, precisando che il numero reale dei senza occupazione doveva essere superiore poiché non tutti risultavano registrati; al disagio provocato dalla mancanza di lavoro si aggiungeva il rincaro dei generi alimentari, soprattutto della carne, del formaggio e degli altri prodotti non soggetti a razionamento, condizioni che costituirono il retroterra economico immediato della mobilitazione del 30 settembre.

I tumulti del 30 settembre La manifestazione La risposta del Ministero dell'interno del febbraio 1947 collocava l'inizio degli avvenimenti nella mattina del 30 settembre all'interno dello stabilimento della Pertusola, dove si sarebbe verificata un'«improvvisa adunata di lavoratori»; dopo una breve discussione i presenti decisero la nomina di un comitato esecutivo provvisorio, un'astensione parziale dal lavoro e una manifestazione diretta verso il municipio, mentre la mobilitazione è stata anche qualificata come uno sciopero generale proclamato dalla CGIL, formulazione più ampia rispetto all'«astensione parziale dal lavoro» riportata nella documentazione ministeriale coeva.

Durante il percorso verso il centro cittadino il nucleo iniziale si ingrossò progressivamente con l'arrivo di altre squadre di operai, disoccupati e donne dei quartieri popolari, oltre a persone definite, secondo il lessico utilizzato dagli organi di pubblica sicurezza dell'epoca, «vagabondi» ed «elementi pregiudicati»; la stessa documentazione riferiva inoltre che molti manifestanti erano muniti di randelli e che le forze di polizia presenti tentarono inizialmente di contenere la situazione mediante un'opera di persuasione rivolta ai dimostranti ritenuti più agitati, senza tuttavia riuscire a impedire che la mobilitazione proseguisse verso la sede municipale.

Nel successivo dibattito all'Assemblea Costituente la consistenza della folla radunatasi davanti al municipio venne indicata in oltre settemila persone e le rivendicazioni furono ricondotte soprattutto alla riduzione dei prezzi dei generi alimentari non soggetti a razionamento: il prezzo della carne a Crotone venne indicato in 400 lire, contro le 280 praticate a Catanzaro, mentre per il formaggio fu riferito un aumento di 250 lire rispetto ai prezzi correnti in altri centri.

Alla folla che chiedeva misure contro il rincaro dei generi alimentari venne inoltre attribuita una risposta del commissario di pubblica sicurezza secondo cui «Noi per l'aumento dei generi alimentari non abbiamo nulla da fare; rivolgetevi ai proprietari»; l'indicazione, riportata nel dibattito parlamentare del dicembre successivo, costituì nella ricostruzione allora proposta il passaggio immediatamente precedente al coinvolgimento diretto dei possidenti cittadini negli avvenimenti.

Il municipio e i possidenti Giunta davanti al municipio, la protesta assunse rapidamente una dimensione più conflittuale: nella risposta del Ministero dell'interno una commissione di manifestanti salì negli uffici comunali e alcuni dei suoi componenti esercitarono pressioni sul vicesindaco, tentando di costringerlo ad assumere dichiarazioni impegnative, mentre altri si affacciarono al balcone dell'edificio invitando la folla a recarsi nelle abitazioni dei possidenti locali per condurli nella sede municipale; la scarsa forza pubblica presente, in attesa dei rinforzi già richiesti, cercò di contenere i manifestanti più agitati che tentavano di entrare nel municipio e procedette anche ad alcuni fermi, senza tuttavia riuscire a impedire che gruppi della folla si dirigessero verso le abitazioni dei proprietari.

La documentazione ministeriale registrò diverse violazioni di domicilio ed episodi di violenza contro persone e cose; circa trenta possidenti vennero quindi accompagnati al municipio nell'ambito di quello che venne definito un «piano prestabilito» e, sotto la minaccia di rappresaglie, furono costretti ad assumere precisi impegni economici, consistenti nella sottoscrizione di somme destinate a una cooperativa incaricata della costruzione di abitazioni per i senza tetto e nella messa a disposizione del Comune, per la vendita al minuto, delle derrate conservate nei magazzini privati, con la redazione di verbali successivamente letti alla folla radunata all'esterno.