Il campo di internamento di Pollenza, allestito presso Villa Lauri, fu un luogo di detenzione utilizzato dal regime fascista e successivamente dalle forze di occupazione tedesche durante la seconda guerra mondiale. Istituito nell'ambito delle misure di internamento civile, il campo fu inizialmente destinato alla reclusione di donne straniere ed ebree.
A seguito dell'armistizio dell'8 settembre 1943 e della successiva occupazione nazista, la struttura venne utilizzata per il concentramento di ebrei destinati alla deportazione verso i campi di sterminio.
L'internamento civile fascista
Il sistema di internamento civile istituito dal regime fascista durante la seconda guerra mondiale costituì una rete di repressione politica, isolamento sociale e persecuzione razziale. Sulla base della legislazione sulla sicurezza pubblica emanata prima dell'entrata in guerra (in particolare il Regio Decreto n° 1415 dell'8 luglio 1938 e i successivi decreti bellici, tra cui il Regio Decreto n° 566 del 10 giugno 1940) il governo fascista organizzò numerosi campi di concentramento e località di internamento libero in tutta la penisola. Questo apparato era destinato all'isolamento di coloro che venivano considerati «pericolosi in caso di contingenze belliche», categoria che includeva cittadini di Stati nemici, oppositori politici, apolidi, popolazioni rom e sinti e, con progressiva sistematicità, ebrei sia stranieri sia italiani.
In questo contesto, la regione Marche, e la provincia di Macerata in particolare, rappresentarono un'area di primaria importanza per la rete dell'internamento. Macerata registrava la concentrazione di campi più elevata della regione, ospitando le strutture di Urbisaglia (Villa Giustiniani Bandini), Treia (Villa La Quiete), Petriolo (Villa La Castelletta), Sforzacosta, Camerino e Pollenza.
Aperto nel giugno 1940 all'interno della tenuta di Villa Lauri, il campo di internamento di Pollenza assunse un ruolo specifico poiché fu inizialmente una delle poche strutture in Italia riservate esclusivamente alla reclusione femminile. Dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, sotto l'amministrazione della Repubblica Sociale Italiana e il controllo delle forze di occupazione tedesche, il campo venne integrato nel sistema delle deportazioni, trasformandosi in un luogo di concentramento e transito per l'avvio dei prigionieri ebrei verso i campi di sterminio.
Ristrutturazione di Villa Lauri Situata in contrada Santa Lucia, nel comune di Pollenza, Villa Lauri fu concepita come residenza di campagna per la famiglia Lauri e passò successivamente di proprietà alla famiglia Costa. Realizzato in più fasi tra il 1855 e il 1943, l'edificio padronale, in stile neoclassico, è attribuito all'architetto marchigiano Ireneo Aleandri, autore di altre opere civili nella regione tra cui lo Sferisterio di Macerata e il Teatro Feronia di San Severino Marche. La tenuta si estendeva su sette ettari di parco alberato e comprendeva la villa padronale disposta su tre piani, oltre ad alcuni edifici secondari e a una torre da cui era possibile dominare a vista la valle circostante.
La destinazione di Villa Lauri a luogo di internamento rispose ai criteri adottati dal Ministero dell'Interno: la posizione geografica isolata rispetto alle zone militari costiere, la presenza di una popolazione rurale considerata estranea all'attività politica e la disponibilità di dimore storiche private da acquisire in locazione. Il 5 giugno 1940, pochi giorni prima dell'entrata dell'Italia nella seconda guerra mondiale, le autorità fasciste stipularono un contratto di affitto con la marchesa Isabella Ciccolini, vedova Costa. L'atto venne registrato ufficialmente il 4 novembre dello stesso anno, con la gestione del canone affidata all'Intendenza di Finanza di Macerata.
Per adattare la dimora privata a struttura detentiva idonea a contenere fino a 140 persone, furono eseguiti diversi lavori di ristrutturazione. Gli interventi vennero affidati ad artigiani e imprese locali ingaggiati tramite il comune di Pollenza. La distribuzione degli spazi interni subì significative modifiche: il portico al piano terra fu chiuso per ricavare un refettorio comune, mentre ai piani superiori furono allestiti i dormitori, realizzate quattro nuove finestre per garantire una minima aerazione e predisposta una cucina per le esigenze della struttura. Vennero inoltre realizzati servizi igienici collettivi dotati di lavabi e quattro latrine a pian terreno. Ciononostante, gli spazi limitati della villa determinarono frequenti problemi di sovraffollamento in corrispondenza dell'aumento del numero degli internati.
L'amministrazione del campo (1940-1943) Dalla sua apertura, alla fine di giugno del 1940, fino all'armistizio dell'8 settembre 1943, il campo di Pollenza fu utilizzato esclusivamente per l'internamento civile femminile. La struttura apparteneva a un gruppo di campi italiani destinati in modo specifico alle donne, insieme a quelli di Solofra, Vinchiaturo, Casacalenda, Lanciano, Treia e Petriolo. Le internate venivano classificate dalle autorità secondo criteri di sicurezza dello Stato e di controllo della condotta morale.
La popolazione del campo era composta da cittadine straniere provenienti dai diversi Paesi in guerra con l'Italia (tra cui britanniche, francesi, polacche e greche), donne di nazionalità non italiana e origine slava provenienti dalle zone di confine e dai territori annessi della Venezia Giulia e dei Balcani, e da un numero elevato di ebrei stranieri e apolidi. La storiografia evidenzia come l'internamento femminile sotto il regime fascista rispondesse sia a esigenze di sicurezza bellica sia a motivazioni ideologiche, volte a reprimere i comportamenti ritenuti difformi dai ruoli tradizionali di genere e a colpire le donne individuate come di «dubbia condotta morale e politica».
Data / Periodo Numero di internate Evoluzione demografica ed eventi amministrativi 26 giugno 1940 3 Arrivo delle prime tre internate all'apertura del campo. 1941 (media) circa 50 Progressivo aumento del numero di internate straniere ed ebree. 12 febbraio 1942 circa 115 Trasferimento di 65 donne dal campo di Lanciano, in via di chiusura. 31 agosto 1943 103 Massimo numero di presenze documentato nel periodo fascista. 30 settembre 1943 Dispersione Chiusura della struttura dopo l'armistizio e trasferimento delle internate rimaste a Sforzacosta. 7 febbraio 1944 circa 50 Riapertura sotto la RSI e l'occupazione tedesca; internamento di uomini, donne e nuclei familiari ebrei arrestati. Fine marzo 1944 44-48 Ultime presenze registrate prima dell'attacco partigiano e del successivo trasferimento da parte delle SS.
Nei primi tempi, l'amministrazione di Villa Lauri fu caratterizzata dalla discontinuità organizzativa. Nei primi mesi di attività la struttura non disponeva di un direttore proprio ed fu gestita congiuntamente dai direttori dei campi vicini di Urbisaglia e Treia, tra cui i commissari di pubblica sicurezza Mario Bitossi e Paolo Spetia. In seguito fu nominato un commissario di pubblica sicurezza preposto al campo, mentre la vigilanza esterna venne affidata ai Carabinieri Reali e ad agenti di pubblica sicurezza. La gestione interna fu assegnata in successione a quattro direttrici civili, in prevalenza maestre elementari del posto prive di precedente esperienza amministrativa.
Le condizioni quotidiane delle recluse dipendevano dalla loro condizione socioeconomica. Alle internate indigenti lo Stato erogava un sussidio giornaliero compreso tra 6,00 e 6,50 lire. Tuttavia, l'aumento dei prezzi dovuto alla guerra e i problemi di approvvigionamento rendevano tale somma insufficiente ad assicurare il sostentamento. I documenti d'archivio mostrano continue difficoltà nella fornitura dei generi alimentari di base: nel giugno 1941, ad esempio, il questore di Macerata dovette intervenire presso la Sezione Annonaria Provinciale per garantire la regolare consegna delle razioni di carne. Anche la qualità del pane fu motivo di frequenti reclami, poiché le pagnotte di grande pezzatura venivano spesso consegnate poco cotte e inutilizzabili, portando la direzione a richiedere fornitura di tagli minori.
Le disparità di trattamento legate alla nazionalità e alle risorse personali furono motivo di tensioni interne. I rapporti degli ispettori di pubblica sicurezza segnalavano che le internate di nazionalità britannica godevano di un trattamento migliore da parte della direzione, fatto che generava scontento tra le recluse slave ed ebree apolidi.
La documentazione riporta anche episodi di percosse e di rigida applicazione delle sanzioni. Nella primavera del 1943 l'internata Dolores Barreiro fu denunciata per oltraggio dopo essere stata colpita dal direttore durante una discussione. In un altro caso, l'internata Hildegarde Simon, affetta da una patologia articolare al ginocchio accertata dai medici, fu accusata dalla direzione di simulare la malattia e costretta a percorrere a piedi i sei chilometri che separavano l'ospedale da Villa Lauri.
La corrispondenza delle recluse era sottoposta a censura preventiva, effettuata dal podestà locale e dalla direzione del campo. Sulle buste veniva apposto un timbro circolare recante la dicitura "Campo Concentramento Pollenza" con lo stemma sabaudo, mentre le lettere venivano lette e contrassegnate con l'indicazione "Verificato per censura". Alle internate era vietato il possesso di apparecchi radio, la lettura di periodici esteri e lo svolgimento di qualsiasi attività politica.
Resistenza e deportazioni dopo l'armistizio (1943-1944)
L'annuncio dell'armistizio dell'8 settembre 1943 causò il collasso della struttura amministrativa del campo di Pollenza. Sfruttando la confusione e il disimpegno del personale di vigilanza, diverse internate fuggirono nella campagna circostante, trovando spesso rifugio e assistenza presso le famiglie contadine del luogo. Con l'occupazione dell'Italia centro-settentrionale da parte delle truppe tedesche e la successiva costituzione della Repubblica Sociale Italiana (RSI), le operazioni di controllo e repressione vennero tuttavia rapidamente ripristinate.
Il 30 settembre 1943 la Prefettura di Macerata dismise ufficialmente la struttura di Villa Lauri, interrompendone i finanziamenti e le forniture alimentari. Le donne rimaste, unite a quelle rintracciate nei dintorni, vennero poste sotto l'autorità del Comando militare tedesco di Macerata e trasferite nell'ex campo di prigionia di Sforzacosta, riadattato a punto di raccolta per ebrei e prigionieri politici.
Il 19 gennaio 1944 il Ministero dell'Interno della RSI dispose la riapertura di Villa Lauri. In questa nuova fase, il campo perse la propria specificità femminile e fu trasformato in un campo di concentramento provinciale destinato al fermo di interi nuclei familiari ebrei arrestati nella regione. Il 7 febbraio 1944, circa 50 ebrei, uomini, donne e bambini, precedentemente fuggiti o reclusi in regime di internamento libero, vennero condotti sotto scorta a Pollenza.
Tra i prigionieri vi fu David Bivash, arrestato e detenuto nel carcere mandamentale di Macerata prima del trasferimento a Villa Lauri. La sua vicenda riassume le tappe della deportazione dall'Italia: dopo la reclusione a Pollenza, fu inviato al campo di transito di Fossoli e da lì deportato il 5 aprile 1944 con il convoglio n° 9 a Birkenau, dove venne ucciso.
A metà marzo del 1944 una formazione partigiana locale sferrò un attacco contro la struttura di Villa Lauri; l'azione consentì l'evasione di sei internati ebrei, che si unirono alle bande gappiste e partigiane attive nell'area maceratese.