Operaio macchinista dell'industria aeronautica torinese, emerse durante il biennio rosso come dirigente dei consigli di fabbrica della Pomilio, poi confluita nell'Ansaldo. Nel 1921 entrò nella Direzione nazionale del PSI uscita dal Congresso di Livorno. Rimasto nel partito dopo la scissione comunista, fu successivamente uno degli esponenti della corrente massimalista, attivo anche nella FIOM. Fu inoltre due volte candidato alla Camera e consigliere provinciale di Torino.
Biografia
Nacque a Fubine, in provincia di Alessandria, il 16 giugno 1881, figlio di Cristoforo Mortara e Carolina Vignola. Nel 1899, all'età di diciotto anni, emigrò negli Stati Uniti.Arrivò a New York il 26 agosto a bordo della La Touraine, proveniente da Le Havre. Cfr. e Rientrato in Piemonte, si stabilì a Torino, dove lavorò come macchinista. Il 5 ottobre 1907 sposò Domenica Benedetto, detta Giuseppina.
Militante del Partito Socialista Italiano, già nel 1909 risultava attivo nel movimento operaio torinese. Il 13 ottobre partecipò alla grande manifestazione cittadina contro l'esecuzione di Francisco Ferrer, facendo parte della commissione ricevuta dal sindaco di Torino e firmando, insieme a Carlo Gaviglio, l'ordine del giorno presentato a nome del proletariato torinese.
Nel novembre 1918 fu eletto nella Commissione esecutiva della sezione socialista cittadina di Torino, in una lista di «intransigenti rigidi». Fu poi uno degli esponenti del movimento dei consigli di fabbrica sviluppatosi nelle grandi industrie torinesi. Lavorava nello stabilimento aeronautico già appartenuto alla Fabbrica Aeroplani Pomilio, costituita nel 1916 e assorbita nell'estate del 1918 dalla Ansaldo, della quale divenne il Cantiere aeronautico n. 5. Durante l'occupazione delle fabbriche del 1920, Mortara fece parte del gruppo dirigente del Consiglio di fabbrica dello stabilimento. La sua attività nei consigli di fabbrica lo portò in breve tempo oltre l'ambito del singolo stabilimento e ne fece uno dei principali rappresentanti del socialismo operaio torinese. Alle elezioni politiche del 1919 fu candidato alla Camera nel collegio di Torino nella lista del Partito socialista ufficiale, ottenendo 1.776 preferenze senza risultare eletto. Alle elezioni amministrative del 1920 fu eletto nel Consiglio provinciale di Torino.
Nel gennaio 1921, al termine del Congresso di Livorno, fu eletto nella nuova Direzione nazionale del PSI, espressione della maggioranza massimalista dei comunisti unitari guidata da Giacinto Menotti Serrati.
Alle elezioni politiche del maggio 1921 fu nuovamente candidato dal PSI nel collegio di Torino, ottenendo 2.624 preferenze e non risultando eletto. Nel novembre dello stesso anno prese parte alla contrapposizione fra socialisti e comunisti per il controllo dell'Associazione Generale degli Operai di Torino, uno dei maggiori organismi mutualistici piemontesi, che contava allora oltre 15.000 soci. La sezione torinese del PSI lo candidò come sindaco supplente dell'associazione. Negli anni successivi si collocò stabilmente nella corrente massimalista del PSI. Nel 1922 intervenne nel dibattito nazionale del partito presentando insieme ad Arturo Vella un ordine del giorno riguardante la disciplina del gruppo parlamentare e il rispetto delle deliberazioni congressuali.
Continuò parallelamente l'attività sindacale nella FIOM. Al congresso federale del 27 aprile 1924, uno degli ultimi tenuti prima della soppressione delle libertà sindacali da parte del fascismo, guidò la componente massimalista, contrapposta sia alla maggioranza confederale sia ai comunisti. Nel settembre di quell'anno, dopo il delitto Matteotti, insieme agli altri consiglieri socialisti unitari e massimalisti, comunicò al presidente del Consiglio provinciale Paolo Boselli la decisione di non partecipare alle sedute di un organismo già negli anni precedentemente fortemente condizionato dalla violenza fascista. La lettera motivava la scelta con l'impossibilità, nelle condizioni politiche del momento, di esercitare liberamente il mandato ricevuto dagli elettori.«I continui e sistematici attentati alle libertà civili, l'atteggiamento del partito dominante, le minacciose ed eccitatrici parole del Capo del Governo, convincono i sottoscritti che non è possibile assolvere con libera dignità il compito che loro è stato affidato dai comizi elettorali». Nel 1926 fu dichiarato decaduto con gli altri consiglieri socialisti e comunisti.
Durante il fascismo fu sottoposto a sorveglianza politica. Il suo fascicolo nel Casellario politico centrale fu aperto nel 1919 e aggiornato fino al 1940. Fu coinvolto in un procedimento del Tribunale speciale per la difesa dello Stato relativo all'attività clandestina della Confederazione Generale del Lavoro a Torino nel 1927, qualificata come «associazione e propaganda sovversiva». Con la sentenza n. 145 del 2 luglio 1928 nei suoi confronti fu pronunciato il non luogo a procedere.
Note
Bibliografia
Categoria:Politici del Partito Socialista Italiano Categoria:Sindacalisti italiani