La rivoluzione siciliana del 1820 fu un'insurrezione scoppiata a Palermo nel contesto dei moti del 1820-1821 che interessarono il Regno delle Due Sicilie.

La sollevazione siciliana presentò caratteristiche differenti rispetto ai moti scoppiati nella parte continentale del dominio borbonico, assumendo connotati di natura indipendentista finalizzati alla restaurazione del Regno di Sicilia autonomo. Fu il primo grande tumulto di massa per l'indipendenza esploso dopo la soppressione dello Stato siciliano nel 1816, anticipando di ventotto anni la rivoluzione del 1848.

Storia Il contesto L'insurrezione ebbe origine dalla crisi politica seguita alla soppressione delle istituzioni figlie della Costituzione siciliana del 1812 e all'annessione del Regno di Sicilia a quello di Napoli avvenuta nel 1816.

La notizia del pronunciamiento di Cadice, inoltre, giunse a Palermo nel luglio 1820, favorendo la ripresa delle agitazioni politiche già in ebollizione nell'isola. Particolarmente sentita dalla popolazione palermitana, infine, era la perdita dello status di capitale da parte della città dopo la soppressione del regno siciliano. La rivoluzione fu sostenuta da esponenti dell'aristocrazia, carbonari, militari e settori della massa popolare urbana.

Tra i principali protagonisti vi furono, tra gli altri e a vario titolo, Giuseppe Alliata di Villafranca, Ruggero Settimo, Giovanni Aceto, Emanuele Requesens, Giuseppe Lanza, Francesco Paternò Castello, Gaetano Abela, Nicolò Palmieri, Domenico Scinà ed Emanuele Rossi. Ruolo eminente sul piano diplomatico ebbero Giovanni Luigi Moncada, principe di Paternò, e l'arcivescovo di Palermo Pietro Gravina. Carlo Cottone, principe di Castelnuovo, padre della Costituzione del 1812, rimase invece in posizione più defilata.

L'insurrezione Il 15 luglio, giorno del Festino di santa Rosalia, il luogotenente generale di Sicilia Diego Naselli si trovò a fronteggiare una mobilitazione popolare nella città di Palermo. Le agitazioni, inizialmente legate alla richiesta di applicazione della costituzione promessa dal governo napoletano, assunsero rapidamente un carattere autonomista e indipendentista.

Venne rivendicata la restaurazione del Regno di Sicilia separato da quello di Napoli, pur mantenendo la dinastia borbonica in unione personale, insieme al ripristino della Costituzione siciliana del 1812. Segno distintivo dei ribelli fu l'uso di un nastro giallo con l’aquila siciliana stampata in nero, assunto come simbolo dell'indipendenza siciliana.

Lo stesso 15 luglio il generale Richard Church, intervenuto per reprimere i disordini, fu aggredito dalla folla. L'episodio contribuì all'estensione della sommossa. Nelle giornate del 16 e 17 luglio la rivolta si trasformò in un vero e proprio scontro armato. I rivoltosi occuparono diversi punti strategici della città e ottennero il controllo dei forti e di parte del Castello a Mare. Le truppe governative tentarono di ristabilire l'ordine, ma furono costrette a ritirarsi dopo gli scontri del 17 luglio. Il luogotenente Naselli, prima di imbarcarsi per Napoli, fu costretto a proclamare la Costituzione spagnola come avvenuto nella città partenopea.

Nel corso dell'insurrezione si verificarono episodi di grave violenza popolare. Furono assaltate le prigioni per liberare i detenuti e si registrarono devastazioni e saccheggi. Nelle campagne diversi gruppi di braccianti occuparono le terre comuni, mentre numerosi contadini si recarono a Palermo per unirsi alla rivolta.

La violenza colpì anche esponenti delle élite locali ritenuti troppo moderati e vicini al governo napoletano. Tra le vittime vi furono il principe di Cattolica Giuseppe Bonanno Branciforte ed il principe di Aci Giuseppe Reggio e Grugno; quest'ultimo fu decapitato e la sua testa, infilzata su una picca, venne portata in corteo per le vie di Palermo.

La giunta provvisoria

Il venir meno dell'autorità governativa rese necessaria la costituzione di un governo provvisorio incaricato di mantenere l'ordine pubblico. Un primo organismo era stato costituito nei giorni immediatamente precedenti, ma il 18 luglio fu concordata con il cardinale Pietro Gravina, arcivescovo di Palermo, la formazione di una nuova giunta.

Il nuovo organismo ebbe come presidente lo stesso Pietro Gravina e comprendeva Giovanni Luigi Moncada, Carlo Cottone, Giuseppe Lanza, Ruggero Settimo, Francesco Paternò Castello, Emanuele Requesens ed altri importanti notabili. Gaetano Bonanno fu nominato cancelliere. Dopo il 24 luglio il principe Giuseppe Alliata di Villafranca, ex ministro degli esteri del Regno di Sicilia, assunse la presidenza della giunta al posto del cardinale Gravina.

La rivoluzione nelle altre città La rivolta non rimase limitata a Palermo. In diverse località dell'isola si verificarono sollevazioni e cambiamenti ai vertici locali, ma l'atteggiamento delle altre città siciliane non fu uniforme. In particolare, Messina, Catania e Siracusa aderirono alle istanze costituzionali, senza però sostenere con altrettanta forza il progetto palermitano di separazione della Sicilia da Napoli. Questa divergenza, particolarmente forte con Messina, sarebbe divenuta decisiva nelle successive vicende militari e politiche del tentativo rivoluzionario.

Gli sviluppi militari

In agosto il governo provvisorio palermitano inviò una deputazione a Napoli per chiedere il riconoscimento dell'indipendenza politica della Sicilia, il ripristino degli ordinamenti costituzionali del 1812 e la convocazione del Parlamento siciliano. La deputazione non fu riconosciuta come rappresentativa dell'intera Sicilia e le autorità napoletane esclusero dalle trattative la possibilità di una separazione del Regno delle Due Sicilie.

Nel frattempo il governo di Napoli decise di intervenire militarmente. Il comando delle truppe fu affidato al generale Florestano Pepe, che giunse in Sicilia alla fine di agosto e sbarcò a Messina con un esercito di circa 6.000 uomini. Le forze napoletane poterono contare anche sull'appoggio di reparti e volontari provenienti dalle province orientali dell'isola, giungendo a contare 10.000 uomini. Pepe iniziò quindi la marcia verso Palermo. In settembre l'avanzare dell'esercito napoletano spinse la giunta di Palermo ad avviare trattative con Pepe.

L'accordo di Termini Imerese Il 22 settembre, dopo le trattative condotte dal principe di Paternò Giovanni Luigi Moncada e dal generale Florestano Pepe, fu sottoscritto l'accordo di Termini Imerese (anche detto "Convenzione"), ratificato a Palermo il 5 ottobre. L'accordo aveva lo scopo di porre fine agli scontri e di stabilire le condizioni per il ripristino dell'autorità governativa a Palermo.

L'accordo prevedeva che le truppe napoletane prendessero alloggio fuori dalla città e che fossero consegnati a Pepe i forti. Stabiliva inoltre che la questione dell'unità o della separazione dell'isola fosse sottoposta al voto dei rappresentanti dei comuni siciliani. La Costituzione spagnola sarebbe stata riconosciuta in Sicilia, mentre un futuro parlamento, unitario o separato, avrebbe potuto modificarne le disposizioni. Era inoltre prevista un'amnistia generale per quanti avevano preso parte alla sollevazione e l'istituzione di una nuova giunta incaricata dell'amministrazione provvisoria di Palermo.

La convenzione consentì alle truppe napoletane di entrare pacificamente a Palermo il 6 ottobre. Tuttavia, l'accordo suscitò una forte opposizione a Napoli, nel Parlamento delle Due Sicilie. I deputati contestarono in particolare il fatto che Pepe avesse assunto impegni riguardanti l'assetto costituzionale e territoriale del regno senza l'autorizzazione parlamentare. Il 14 ottobre la convenzione fu quindi dichiarata nulla. Pepe venne richiamato e sostituito nel comando delle forze in Sicilia dal generale Pietro Colletta.

La repressione finale Colletta giunse a Palermo il 7 novembre e adottò una politica più repressiva rispetto a quella seguita da Pepe. La giunta provvisoria venne sciolta e furono adottate misure volte a ristabilire l'autorità napoletana. Le autorità imposero inoltre il giuramento di fedeltà al regno e procedettero alla preparazione delle elezioni per la rappresentanza siciliana nel Parlamento delle Due Sicilie.

La resistenza armata proseguì, ma le operazioni militari e la progressiva perdita di sostegno politico da parte del movimento palermitano portarono al definitivo ristabilimento del controllo governativo. Entro il 22 novembre 1820 l'insurrezione era stata repressa e l'autorità del governo di Napoli era stata ristabilita in tutta la Sicilia.

Note

Voci correlate Regno di Sicilia Regno delle Due Sicilie Costituzione siciliana del 1812 Rivoluzione siciliana del 1848 Indipendentismo siciliano

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