Il processo di Hadamar (ufficialmente United States of America v. Alfons Klein et al.), svoltosi tra l'8 e il 15 ottobre 1945 presso il tribunale distrettuale di Wiesbaden, costituisce un momento fondamentale nell'evoluzione del diritto penale internazionale del secondo dopoguerra. Formalmente rubricato come United States of America v. Alfons Klein et al., il procedimento rappresentò il primo processo per crimini di massa istruito giudicato dalle autorità militari statunitensi all'interno della zona di occupazione statunitense della Germania. Sebbene la storiografia giuridica abbia spesso dato risalto al successivo processo di Norimberga dinanzi al Tribunale Militare Internazionale, l'esperienza giudiziaria di Hadamar anticipò le questioni dottrinali legate alla punizione dei crimini commessi da un apparato statale, evidenziando i limiti giurisdizionali del diritto penale dell'epoca e ponendo le basi per la successiva codificazione dei crimini contro l'umanità.

La politica di eutanasia nazista

L'istituto di Hadamar, situato nella provincia di Hessen-Nassau a sud di Wiesbaden, fu uno dei principali centri di sterminio utilizzati dal regime nazista nell'ambito del programma eugenetico statale. Riconvertito verso la fine del 1940 per sostituire le strutture di eliminazione di Grafeneck e Brandenburgo, l'istituto venne inserito nel programma centralizzato Aktion T4. Tale programma mirava all'eliminazione sistematica degli individui affetti da disabilità fisiche o psichiche, categorizzati dal regime come "vite indegne di essere vissute".

La prima fase delle operazioni a Hadamar si svolse tra il gennaio e l'agosto del 1941, periodo durante il quale la struttura fu dotata di una camera a gas mimetizzata da locale docce. In questo arco temporale, oltre cittadini tedeschi affetti da disabilità o patologie psichiatriche vennero uccisi mediante asfissia da monossido di carbonio. Dopo l'uccisione della decimillesima vittima, il personale medico e amministrativo della struttura organizzò una celebrazione informale durante la quale furono sbeffeggiati i resti dei deceduti. A seguito delle proteste dell'opinione pubblica e delle denunce esplicite da parte degli esponenti delle Chiese cristiane, Adolf Hitler ordinò la sospensione ufficiale delle gasazioni centralizzate nell'agosto del 1941.

L'interruzione del programma centralizzato non pose fine alle uccisioni, che infatti ripresero nell'agosto del 1942 sotto forma di "eutanasia decentrata". In questa seconda fase, l'uso del gas fu sostituito dalla somministrazione in quantità letale di farmaci e stupefacenti, principalmente morfina e scopolamina, combinata con la privazione intenzionale di cibo. Le categorie di vittime vennero estese: oltre ai pazienti psichiatrici tedeschi, furono creati dei reparti pediatrici destinati all'eliminazione di bambini disabili o classificati come Mischling (persone di parziale origine ebraica e figli di unioni miste), a cui si aggiunsero gli internati inabili provenienti dai campi di concentramento e i lavoratori forzati deportati dall'Europa orientale ().

Fase operativa Periodo di attività Metodo di esecuzione Tipologia prevalente di vittime Vittime stimate Aktion T4 Gennaio 1941 – agosto 1941 Gasazione mediante monossido di carbonio in camera a gas camuffata Cittadini tedeschi con disabilità fisiche o patologie psichiatriche Eutanasia decentrata Agosto 1942 – marzo 1945 Dosaggio letale di farmaci (morfina e scopolamina) e denutrimento coatto Pazienti tedeschi, bambini disabili e mischling, detenuti dei campi di concentramento, lavoratori forzati orientali tra e

La costruzione del caso giudiziario La liberazione dell'istituto avvenne il 26 marzo 1945, allorché le truppe della Seconda Divisione di Fanteria della Prima Armata degli Stati Uniti entrarono nella città di Hadamar. L'ingresso degli ufficiali americani nella struttura sanatoriale non scaturì da una pianificazione strategica di intelligence, ma fu la conseguenza diretta delle notizie e delle denunce diffuse dalla popolazione locale a proposito delle sistematiche atrocità commesse all'interno dell'ospedale. Il 29 marzo successivo, un'ispezione formale guidata dal capitano Alton H. Jung permise di accertare la presenza di centinaia di degenti in stato di estrema debilitazione e di rinvenire i registri ufficiali dei decessi.

I documenti amministrativi recuperati rivelarono una scrupolosa archiviazione burocratica della prassi omicida. Sebbene le registrazioni riportassero le diagnosi cliniche fittizie e le cause di morte falsificate per dissimulare le esecuzioni, la cronologia dei decessi evidenziava un tasso di mortalità incompatibile con qualsiasi normale decorso patologico. Le successive indagini autoptiche, condotte mediante la riesumazione dei corpi sepolti nelle fosse comuni adiacenti all'istituto, confermarono che i ricoverati venivano sistematicamente eliminati tramite iniezioni letali poco dopo il loro arrivo, nonostante molti di essi fossero in condizioni fisiche idonee al lavoro e privi di malattie infettive allo stadio terminale.

L'atto di accusa L'avvio dell'azione giudiziaria nei confronti del personale dell'istituto pose la procura militare statunitense di fronte a un ostacolo concettuale legato ai limiti della sovranità e della giurisdizione penale internazionale. La Commissione Militare nominata dal generale comandante della Settima Armata degli Stati Uniti operava sulla base del diritto bellico tradizionale e dei principi fissati dalla Convenzione dell'Aja del 1907. Di conseguenza, la competenza dell'organo giudicante era circoscritta alla perseguibilità delle violazioni delle leggi e delle consuetudini di guerra commesse contro i cittadini delle potenze alleate o del paese occupante.

Nel mese di ottobre del 1945, il quadro normativo internazionale non disponeva ancora della formulazione vincolante dei crimini contro l'umanità, che sarebbe stata introdotta solo successivamente con la Legge del Consiglio di Controllo nº 10. Le corti militari statunitensi non erano pertanto in possesso della giurisdizione penale per giudicare i cittadini tedeschi imputati dell'uccisione di altri cittadini tedeschi all'interno del territorio della Germania. Onde evitare che il processo venisse inficiato da eccezioni di incostituzionalità o di difetto di giurisdizione, il procuratore capo Leon Jaworski fu costretto a stralciare dall'atto di accusa gli omicidi degli oltre pazienti di nazionalità tedesca sterminati nell'istituto.

L'incriminazione dovette pertanto focalizzarsi esclusivamente sul massacro di 476 lavoratori forzati di nazionalità polacca e sovietica, trasferiti nell'istituto tra il 1° luglio 1944 e il 1° aprile 1945 con la falsa giustificazione di dover curare delle forme incurabili di tubercolosi. La composizione demografica di questo gruppo comprendeva 80 cittadini polacchi (46 uomini, 29 donne e 5 bambini), 380 cittadini sovietici (208 uomini, 163 donne e 9 bambini) e 16 persone di nazionalità straniera non meglio documentata (9 uomini, 5 donne e 2 bambini).

Per incardinare legalmente il procedimento, la Commissione Militare affermò la propria giurisdizione argomentando su tre direttrici essenziali:

la dottrina della personalità passiva a tutela dei cittadini alleati sottomessi all'occupazione e alla deportazione; l'esercizio della suprema autorità di governo sulla Germania derivante dall'assunzione dei poteri occupazionali post-debellatio; la teoria della giurisdizione universale sui crimini di guerra, in base alla quale le violazioni del diritto delle genti costituiscono reati di interesse globale perseguibili da qualunque tribunale militarmente costituito che abbia la custodia fisica dei presunti responsabili.

Il processo La Commissione Militare giudicante fu presieduta dal colonnello Edward R. Roberts e composta da sei ufficiali superiori dell'Esercito degli Stati Uniti. Il collegio della pubblica accusa, guidato da Leon Jaworski, presentò un quadro probatorio fondato sulla documentazione d'archivio dell'istituto, sui registri di morte e sulle deposizioni autoptiche dei periti medici. Agli imputati venne concessa una difesa d'ufficio guidata dal tenente colonnello Juan A. A. Sedillo, coadiuvato da difensori tecnici.

Nel corso del dibattimento, il collegio difensivo argomentò che le condotte degli imputati erano scriminate dall'adempimento di un dovere e dall'obbedienza a ordini vincolanti emanati dalla Cancelleria del Reich e ratificati dal decreto segreto di Hitler. I legali sostenevano inoltre che il personale aveva agito nell'alveo della normativa interna tedesca dell'epoca e sotto la pressione di uno stato di necessità legato all'esigenza sanitaria di contenere le malattie infettive. Di contro, la pubblica accusa dimostrò la totale insussistenza scientifica di tali giustificazioni profilattiche, evidenziando come i lavoratori forzati venissero sistematicamente assassinati entro poche ore dal loro arrivo a Hadamar mediante iniezioni farmacologiche letali, senza alcun previo accertamento clinico o esame medico reale.

La Commissione riaffermò il principio secondo cui l'ordine del superiore non manifesta efficacia scriminante qualora l'atto ordinato costituisca una palese e grave violazione del diritto penale e dei doveri elementari di umanità. Il 15 ottobre 1945 vennero pronunciate le sentenze nei confronti dei sette imputati.

Imputato Ruolo funzionale Condotta contestata Sentenza (15 ottobre 1945) Esito penale finale Alfons Klein Direttore amministrativo dell'istituto Gestione e pianificazione logistica dello sterminio dei lavoratori forzati Morte per impiccagione Giustiziato il 14 marzo 1946 nel carcere di Bruchsal. Adolf Wahlmann Medico capo della struttura Prescrizione sistematica di dosaggi farmacologici letali Ergastolo ai lavori forzati Pena commutata a 12 anni; scarcerato nell'ottobre 1953. Heinrich Ruoff Capo infermiere Somministrazione materiale di iniezioni letali Morte per impiccagione Giustiziato il 14 marzo 1946 nel carcere di Bruchsal. Karl Willig Vice capo infermiere Iniezione diretta di veleni e privazione del cibo per i degenti Morte per impiccagione Giustiziato il 14 marzo 1946 nel carcere di Bruchsal. Adolf Merkle Registratore e contabile Falsificazione sistematica dei registri e delle cause di morte 35 anni di reclusione ai lavori forzati Pena ridotta; scarcerato nel marzo 1950. Philipp Blum Becchino dell'istituto Occultamento dei cadaveri nelle fosse comuni 30 anni di reclusione ai lavori forzati Pena commutata a 15 anni; parzialmente scarcerato nel 1954. Irmgard Huber Capo infermiera del reparto femminile Complicità nell'approvvigionamento dei farmaci e occultamento delle prove 25 anni di reclusione Rilasciata per clemenza nel luglio 1952.

Le tre condanne a morte per impiccagione nei confronti di Alfons Klein, Heinrich Ruoff e Karl Willig vennero confermate dalla catena di comando militare ed eseguite il 14 marzo 1946 presso il carcere di Bruchsal.

Il secondo processo di Hadamar (1947) e la politica della clemenza L'esclusione delle vittime tedesche dal processo militare del 1945 lasciò aperta la questione della responsabilità penale per le migliaia di malati di mente e disabili nazionali soppressi nella struttura. La trattazione di tali reati dovette attendere la ricostituzione dell'ordinamento giudiziario tedesco, che sfociò nel secondo processo di Hadamar, celebratosi tra il 24 febbraio e il 21 marzo 1947 dinanzi alla Quarta Sezione Penale del Tribunale Statale di Francoforte sul Meno. In questa sede, 25 membri del personale furono rinviati a giudizio per l'omicidio di circa cittadini tedeschi.