Le Mercerie (Marzarie in veneziano) sono la più nota arteria commerciale della città di Venezia. Si trovano nel sestiere di San Marco e collegano la zona di Rialto a Piazza San Marco attraverso un articolato complesso di calli. Devono il nome al fitto susseguirsi dei negozi dei Marzeri che avevano anche la loro scuola in campo San Zulian., p. 101. A differenza della maggior parte dei vicoli veneziani i vari tratti non vengono chiamati calle bensì tradizionalmente Marzaria e andando da campo San Bortolomio, vicino al ponte di Rialto, verso Piazza San Marco assumono definizioni specifiche:
Marzarieta Due Aprile, è il primo tratto, sfigurato dall'allargamento e dalle riedificazioni ottocentesche, porta da campo San Bortolomio fino al campo San Salvador; Marzaria San Salvador parte dall'omonimo campo e dopo aver piegato nettamente nel breve ramo marzaria del Salvador si congiunge al tratto successivo; Marzarie del Capitello, che si allunga fino al ponte dei Bareteri; Marzaria San Zulian, prosegue dal ponte dei Bareteri fino al Campo San Zulian; Marzaria de l'Orologio, partendo poco oltre il Campo San Zulian giunge sotto la Torre dell'Orologio per sboccare in Piazza San Marco.
Storia
Fin dal Medioevo le Mercerie si attestarono come percorso principale, sebbene tortuoso, tra i due poli del potere veneziano: quello economico e amministrativo a Rialto e quello politico a San Marco. Questa condizione attrasse subito le numerose attività commerciali che continuano ancor oggi a costeggiarlo senza soluzione di continuità, fatte salve soltanto le porte di accesso alle abitazioni soprastanti che non potevano essere spostate su altri lati degli edifici.
Il conseguente fitto e continuo traffico di persone venne evidenziato dal provvedimento del 1299 che vietava il passaggio a cavallo per tutte le Mercerie; in alternativa, se era proprio inevitabile, imponeva di dotare di sonagli gli animali di modo che i pedoni ne fossero avvertiti..
Già una trentina d'anni prima il governo aveva manifestato un evidente interesse per questa strada predisponendone un preciso piano di "riqualificazione". Il progetto prevedeva la pavimentazione del tracciato e l'eliminazione dei reveteni, le falde dei tetti sporgenti a tettoia sulle calli,. e la loro sostituzione con grondaie nonché l'eliminazione di tutte le invadenze posticce installate dalle botteghe compresi i banchi esterni. Un fatto rilevante a indicare l'interesse pubblico è il totale accollamento delle spese al governo senza chiedere, come d'uso, un contributo ai proprietari. Venivano anche indicate come esempio da seguire le case donate dal doge Pietro Ziani all'abbazia di San Giorgio, già risistemate a spese del comune: «ad modum domorum Sanctii Georgii»Queste case esistono ancora, contrassegnate da un antico bassorilievo con San Giorgio e il drago nella facciata sul campo San Zulian, tuttavia rimaneggiate nello stile cinquecentesco modificando quello romanico originario.. Il piano, che era stato concepito nel 1269 e reso esecutivo nel 1272, prevedeva una breve durata dei lavori (due mesi) ma le evidenti difficoltà e resistenze dei privati obbligarono il governo a riproporlo nel 1340 con una intensificata sorveglianza dei magistrati del Piovego.Elisabeth Crouzet Pavan in , p. 237.
Per quanto riguarda la lastricatura è molto probabilmente la prima volta per una calle – la pavimentazione dello spazio aperto più importante di Venezia, la piazza San Marco, era stata iniziata soltanto una trentina d'anni prima per volontà del doge Renier Zen. – mentre per l'installazione di grondaie costituiva una novità assoluta. In effetti il vecchio revetene impediva soltanto il ruscellamento sulle pareti dell'edificio scaricando l'acqua piovana direttamente sulle strade; l'installazione delle grondaie comportava anche altre modifiche come l'incorporazione degli scarichi nelle murature con i canoni da acqua (corti moduli tubolari e troncoconici in laterizio) e la connessione alle eventuali cisterne d'acqua piovana o alla stretta canalizzazione sotterranea, il gatolo., che portava le acque reflue al canaleGiorgio Gianighian e Paola Pavanini in , pp. 158 n. 2, 160..
L'esperienza delle Mercerie diverrà poi un parametro per la regolamentazione degli spazi pubblici e degli edifici prospettanti tutta la città: la progressiva pavimentazione delle calli, a partire dalle più importanti salizade; il divieto di bancarelle abusive; per quanto riguarda le grondaie già entrate nel gusto locale all'inizio del Trecento il «ponere in gurnis» divenne un obbligo esteso alle nuove edificazioni di tutta la città dal 1334.Elisabeth Crouzet Pavan in , p. 238-240.
La pavimentazione medievale in laterizio fu sostituita nel 1677 con i masegni, i grandi blocchi di trachite tipici della pavimentazione veneziana, ma con la raccomandazione di recuperare i mattoni per poter riparare altre pavimentazioni sparse per la città..
I procuratori continuarono a prestare una notevole attenzione alla mercerie non solo con l'inserimento del trionfale ingresso alla piazza sotto alla Torre dell'orologio, a fine Quattrocento, oppure il rifacimento in pietra del ponte dei Bareteri nel 1509, p. 161., ma anche con interventi apparentemente minori: alla fine del Cinquecento, si spostarono alcune risorse dagli interventi in corso alle Procuratie nuove per la consolidare di alcuni edifici pericolanti e puntellati nonché alla celere ricostruzione di una casa con bottega crollata nel 1606, pp. 335-336..
Infatti a questo percorso veniva assegnata dallo Stato una notevole importanza, a prescindere dalla episodica presenza di eminenze architettoniche, per il loro essere una vetrina della ricchezza e operosità urbana. Ad esempio, ben consci dell'effetto teatrale determinato dal passaggio dalla penombra delle strette viuzze alla luminosità della piazza, su questo tracciato vennero condotti trionfalmente Francesco Sforza e la moglie Bianca nella loro visita del 1422, IV, p. 202..
Inoltre dal Seicento le Mercerie vengono elette a percorso cerimoniale per i neonominati procuratori di San Marco: l'intero percorso veniva dotato di un tappeto bianco e le botteghe venivano addobbate a festa, il nominato lo affrontava con un seguito formato da tutti i procuratori vestiti di porpora e dai parenti sostando alla chiesa di San Salvador per proseguire per il palazzo Ducale a prestare giuramento. Restano ricordati in letteratura gli ingressi più sfortunati: quelli di Aurelio Rezzonico e di Giorgio Pisani. Rezzonico fu nominato nel 1758 e per celebrare la contemporanea elezione al Santo Soglio del fratello Carlo aveva ornato la stola di cavaliere con un triregno, cosa considerata inopportuna dal governo che immediatamente ne sospese l'ingresso; il nobil homo morì di lì a poco e venne sostituito alla procuratoria dal figlio Lodovico., VIII, p. 102. Ancora più rovinoso fu l'esito dell'ingresso del Pisani nel 1780: si fece sfarzosamente accompagnare da ben 350 patrizi e vennero a rendergli omaggio anche rappresentanti delle città "suddite". Abile oratore di posizioni innovative e decisamente malvisto dai conservatori, aveva dimostrato così che le sue idee avevano un largo seguito. Né erano stati dimenticati i satirici quadretti che aveva esposto in casa, talvolta piuttosto espliciti: in uno, per esempio, sul libro aperto del leone marciano si leggeva pasti fuisti (siete trapassati) anziché l'usuale motto. Due giorni dopo fu arrestato per ordine degli Inquisitori di Stato e rinchiuso per dieci anni nel castello di San Felice a Verona. Dopo un breve confino nella sua villa di Monastier fu di nuovo recluso nella fortezza di Brescia fino alla fine della repubblica., pp. 472-473.
Nella direzione inversa era percorsa a piedi dal doge quando con il suo corteo, dal 1487, annualmente si recava a render omaggio alla reliquia della Croce a San Giovanni Elemosinario., p. 160. Lo stesso avvenne per esempio, ai funerali di Francesco Foscari, doge appena costretto all'abdicazione, per accompagnarne la salma fino a Rialto e di lì in barca ai Frari: erano presenti, tutto il Senato, tutto il clero e tutte le scuole; venti gentiluomini vestiti di scarlatto circondavano il cofano sostenuto da fidi marinai e coperto dall'ombrello dogale dorato, seguiva anche il doge in carica Pasquale Malipiero vestito, per rispetto, dei meno altisonanti abiti da senatore., IV, p. 294., p. 240.
Naturalmente l'importanza commerciale e celebrativa influì sempre sui valori fondiari. A titolo di esempio abbiamo notizia dell'impennamento della rendita della commissaria Tomasi, un gruppetto di case in Marzaria de l'orologio lasciato in legato alla Scuola Grande della Misericordia, che dal 1581 al 1615 salì da 685 a 1480 ducati., pp. 191, 433-434. Oppure sappiamo della fiducia sulle future rendite nella scelta di ricostruire dalle fondamenta un edificio con negozi all'inizio delle stessa strada sopra il ponte dei Ferali: la semplice casa di quattro piani e senza ornamenti riedificata da Antonio Gaspari venne a costare la non trascurabile cifra di 2200 ducati..
Nonostante le riserve espresse da Marco Antonio Sabellico già alla fine del Quattrocento, p. 160. e l'ipotesi di un'eventuale rettificazione prospettate nel 1604 dai procuratori de supra «si che stando dal capo verso San Zulian si possi vedere per drittura la Piazza di San Marco per decoro, et ornamento pubblico», pp. 337-338. le Mercerie resteranno sempre una tortuosa via medievale.
Soltanto nell'Ottocento, con l'idea di trasformare Venezia negli standard incongrui delle altre città – tra i fantasiosi piani, alcuni vanamente teorici, come le idee ingenue generali del signor Andrea X (altrimenti anonimo) o quella di un tunnel sotto il livello stradale proposto dl signor Bellinovich, altri più dettagliati come la futuribile "galleria Manin" proposta dall'ingegnere Pietro Marsich nel 1867 che doveva essere una struttura pensile in acciaio e cristallo e tagliare dritto da Rialto a San Marco – si giunse alla decisione di allargare il primo tratto con l'abbattimento non solo di edifici minori ma anche del cospicuo palazzo Tasca verso San Bortolomio., pp. 131-132, 134, 145, 304., pp. 393-394, 397.
L'interesse delle amministrazioni pubbliche veneziane per le Mercerie, oltre che relativamente alla pavimentazione e alle regolamentazioni urbanistiche, si manifestò anche in un altro importante settore, quello della sicurezza.
Giova ricordare che in epoca medievale Venezia, con la sua conformazione, fatta di strette calli, canali, ponti spesso privi di balaustre, era, specialmente di notte, molto pericolosa. Per questo motivo il problema dell'illuminazione è stato sempre molto sentito.
Nel 1128 il doge Domenico Michiel ordinò che nelle strade meno sicure fossero poste, attaccate ai muri delle case dei cesendeli impizadi (lampade a olio accese) che dovevano ardere tutta la notte, la cui cura era affidata ai parroci, mentre le spese erano sostenute dalla Repubblica.. Questa misura tuttavia si rivelò insufficiente a garantire la sicurezza e nel 1450 la zona dei portici della Drapperia di Rialto (attuale Ruga dei Oresi) venne illuminata con quattro lampade che dovevano restare accese tutta la notte, inoltre divenne obbligatorio a chi usciva di notte dotarsi di una lanterna..
Tuttavia fu solo nella prima metà del Settecento che le cose cambiarono significativamente. Le Mercerie furono la prima zona a essere dotata di illuminazione pubblica il 24 ottobre 1719, mediante fanali a olio, quando il resto di Venezia fu illuminata a partire dal 23 maggio 1732, a seguito di una deliberazione del Consiglio dei X che decretò l'installazione di 843 ferai (fanali) alimentati a olio.