La neutralità italiana durante la prima guerra mondiale consistette nella politica adottata dal governo italiano, guidato da Antonio Salandra, nel periodo fra l'ultimatum austriaco del 23 luglio 1914 alla Serbia e la dichiarazione di guerra italiana all'Impero austro-ungarico, il 23 maggio 1915.
Contesto storico Il governo Salandra
Il governo Salandra era succeduto al governo Giolitti per reazione alla crescente forza della sinistra rivoluzionaria: per marcare il centro dei suoi interessi, Salandra tenne per sé il ministero dell'Interno. La situazione era ben rappresentata dal giovane Benito Mussolini che, da direttore dellAvanti!, benediceva le azioni delle leghe dei contadini di Emilia e Romagna, che sarebbero sfociate, di lì a poco, nella cosiddetta "Settimana rossa" del giugno 1914. Salandra svolse con fermezza e prudenza il suo compito di mantenimento dell'ordine, che ebbe suggello nella sconfitta dei socialisti alle elezioni amministrative del giugno-luglio.
Il 28 giugno, mentre il mondo politico italiano si divideva attorno a tali questioni, giunse da Sarajevo la notizia dell'attentato all'erede alla corona austriaca: essa venne accolta senza particolare apprensione, anzi con un certo sollievo, visto che l'arciduca Francesco Ferdinando (nipote dell'imperatore d'Austria Francesco Giuseppe) era considerato ostile all'Italia e la sua prossima successione al trono austriaco era vissuta come una potenziale minaccia per gli interessi nazionali.
In realtà lo sventurato Francesco Ferdinando era ostile all'avventura bellica e fu, semmai, la sua prematura scomparsa ad incoraggiare i “decisionisti” di Vienna a risolvere, una volta per tutte, la spina nel fianco rappresentata dal governo manifestamente ostile di Belgrado, pur non sapendo se annetterla tutta direttamente oppure sconfiggerla e poi esigere un compenso in denaro.. Il Kaiser Guglielmo II approvò con telegramma da Kiel del 30 giugno la scelta di dare una lezione alla Serbia.
Lo scoppio della guerra
Roma fu quindi sorpresa, il 23 luglio, dalla notizia che l'Austria-Ungheria aveva inviato un perentorio ultimatum alla Serbia, che sorprese tutta l'Europa per una durezza che non ammetteva repliche e la cui accettazione avrebbe significato, per la Serbia, una capitolazione senza combattere.
Salandra, e soprattutto San Giuliano, sapevano bene che la Russia e l'Austria-Ungheria coltivavano entrambe delle ambizioni verso i Balcani e ben prima dell'attentato di Sarajevo: nel 1909 Vienna aveva colto di sorpresa San Pietroburgo, uscita stremata dalla guerra russo-giapponese, con la consegna di un primo ultimatum a Belgrado, ottenendone il riconoscimento dell'annessione della Bosnia-Erzegovina alla corona austriaca (cui la Serbia si era, sino ad allora, negata). Nell'aprile del 1913, nel corso della prima guerra balcanica, aveva consegnato un secondo ultimatum per impedire l'invasione dei territori nominalmente turchi, destinati, di lì a breve, a costituire il Regno d'Albania. Nel luglio dello stesso 1913 (durante la seconda guerra balcanica) aveva progettato di intervenire a sostegno della Bulgaria, al fine di impedire a Belgrado di strapparle la Macedonia.
L'Italia e l'Austria-Ungheria erano vincolate da un trattato, la Triplice Alleanza che prevedeva, tra l'altro, anche un obbligo di reciproca informazione circa le rispettive iniziative diplomatiche. Ciò che aveva permesso all'Italia, come ricorda Benedetto Croce, di opporsi, per ben due volte, ad azioni militari austriache contro la Serbia. Ma, alla terza occasione, Vienna aveva agito senza consultare e nemmeno informare il governo italiano e, con ciò stesso, aveva violato lo spirito e la lettera del patto..
L'azione austro-ungarica contro la Serbia era contraria agli interessi italiani. Roma non desiderava l'egemonia asburgica nella regione balcanica, ma ammetteva pure l'ipotesi di fornire all'alleata sostegno politico (ed eventualmente anche militare) contro la Serbia, in cambio di compensi territoriali, ai sensi dell'articolo VII del Trattato della Triplice Alleanza. Per Roma, tali compensi territoriali dovevano consistere nelle province italiane dell'impero asburgico, in particolare nel Trentino. Il governo asburgico, però, non desiderava aprire la questione dei compensi, dunque evitò a lungo di trattare con Roma. Pressato dalla Germania, poco prima dell'inizio delle ostilità il governo asburgico concesse la legittimità dell'interpretazione italiana dell'articolo VII, ma condizionò il riconoscimento dei compensi alla partecipazione italiana alla guerra. Inoltre, il governo asburgico respinse seccamente l'idea che i compensi potessero consistere in territori del suo impero (come il Trentino). Ciò persuase il governo italiano che gli eventuali compensi concessi non sarebbero stati tali da giustificare lo sforzo bellico, né a convincere l'opinione pubblica italiana dell'opportunità di scendere in guerra con Vienna e Berlino. Anche perché l'Italia era largamente impreparata ad affrontare un conflitto di ampie proporzioni, sia da un punto di vista politico-sociale, che dal punto di vista prettamente militare. La neutralità fu dunque il risultato di una situazione in cui l'Italia aveva molto da rischiare, e poco da guadagnare, dalla partecipazione alla guerra al fianco di Vienna e Berlino.
Da parte sua, l'Austria-Ungheria non era pronta a fare sacrifici per ottenere il consenso dell'Italia e tirò dritto. Si limitò, dopo l'entrata in guerra dell'Italia al fianco di Francia e Regno Unito (maggio 1915), ad accusare l'Italia di un assai generico “tradimento”..
Semmai, il fatto che Vienna avesse rinunciato ad assicurarsi l'appoggio di Roma (o, perlomeno, la "benevola neutralità") prima di aggredire la Serbia, dimostrò che sperava ancora nella neutralità della Russia. La stessa cosa che ci si augurava a Berlino. Belgrado, d'altra parte, nei precedenti cinque anni aveva già accettato due ultimatum austriaci e non si vedeva, quindi, perché non avrebbe potuto accettarne un terzo. A sigillo di questo drammatico errore strategico, vennero subito inviate diverse centinaia di migliaia di uomini contro la Serbia, salvo rapidamente ritirarne una cospicua parte e ridirigerla verso la Russia, alla cui entrata in guerra, manifestamente, non si volle credere sino all'ultimo giorno. Tanto che la Serbia venne effettivamente occupata solo l'anno successivo e con il contributo determinante della Bulgaria.
L'allargamento del conflitto
Le speranze austriache per un conflitto locale si infransero assai presto, il 30 luglio 1914 con la mobilitazione generale in Russia e, il 31 luglio, con la mobilitazione generale in Austria-Ungheria. Il 1º agosto la Germania dichiarò guerra alla Russia, il 3 agosto alla Francia. Seguirono il 3 agosto l'invasione tedesca del Belgio neutrale, e la conseguente entrata in guerra del Regno Unito.
San Pietroburgo era intervenuta in difesa della Serbia della quale l'Austria-Ungheria era, oggettivamente, l'aggressore. L'Italia, quindi, non era affatto tenuta ad intervenire nel conflitto, dal momento che la Triplice Alleanza vincolava l'Italia ad intervenire a fianco dell'alleato austriaco unicamente nel caso di una guerra difensiva, non provocata da un membro dell'alleanza. Salandra ed il marchese di San Giuliano si comportarono di conseguenza e, il 2 agosto 1914, dichiararono la neutralità del Regno d'Italia: il giorno prima la Germania aveva dichiarato guerra alla Russia, il giorno dopo l'avrebbe dichiarata alla Francia.
Vienna e Berlino si trovavano quindi a combattere senza l'alleato italiano.
La neutralità iniziale dell'Italia ebbe un notevole impatto sulla dichiarazione di neutralità della Spagna, poiché se l'Italia si fosse unita alla Germania e all'Impero astro-ungherese, la Spagna sarebbe entrata in guerra insieme a Francia e Regno Unito in conformità con gli Accordi di Cartagena del 1907.
Il dilemma strategico italiano
All'inizio di agosto, quindi, Roma assisteva agli eventi, e valutava le alternative disponibili:Londrillo, op. cit. La prima consisteva in un ingresso nel conflitto a fianco di Vienna e Berlino. Era tuttavia chiaro che, dopo un'eventuale vittoria, l'Italia difficilmente avrebbe ottenuto adeguati compensi. Salandra disse che sarebbe divenuta, al meglio, «il primo vassallo dell'Impero». Il Re, con espressione meno colorita, scrisse (il 2 agosto agli ambasciatori a Vienna e Berlino) che «non ci sarebbe né il desiderio né l'interesse di attribuirci compensazioni adeguate per il sacrificio che sarebbe stato necessario sostenere». Il mancato preavviso circa l'ultimatum austriaco alla Serbia era lì a dimostrarlo. La questione dell'atteggiamento collaborativo dei due alleati era tanto più importante considerando che l'Italia dipendeva interamente da importazioni di materie prime dall'estero (sino al 90% del carbone, ad esempio, era importato dalla Gran Bretagna) e sarebbe stato necessario ottenere adeguate garanzie di rifornimento da Vienna e Berlino. La seconda alternativa consisteva nel mantenimento della neutralità: tale atteggiamento era soggetto ad un rischio determinante, ovvero una decisiva vittoria tedesca sul fronte francese. Eventualità, in effetti, alla quale l'avanzata di von Moltke si avvicinò moltissimo (battaglia della Marna, 6-9 settembre). San Giuliano, in ogni caso, la riteneva probabile. Il rischio era enorme in quanto, al meglio, Vienna avrebbe conservato il Trentino e Trieste per decenni ed imposto la propria egemonia su tutti i Balcani, chiudendo all'Italia ogni possibilità di espansione commerciale e militare. Nel caso peggiore, l'Italia avrebbe dovuto subire la «vendetta» austriaca (così si esprimeva Cadorna). La terza alternativa consisteva in una neutralità negoziata con Vienna: le conseguenze pratiche non differivano da quelle di una neutralità non negoziata ma, per lo meno, si sarebbe ottenuto il Trentino, forse qualcosa di più e, in ogni caso, un trattato da far valere in caso di vittoria tedesca. La quarta, infine, sarebbe consistita nel rivolgimento delle alleanze e nell'entrata in guerra a fianco della Triplice intesa. Tuttavia essa era subordinata al totale insuccesso di una negoziazione con Vienna: se quest'ultima non le avesse concesso nemmeno il Trentino, allora, caduto il trattato di alleanza, sarebbe occorso perseguire unicamente gli interessi nazionali e valutare cosa potessero offrire Francia, Russia e Gran Bretagna.
Prima di assumere qualsiasi decisione, quindi, occorreva passare per i negoziati che andavano faticosamente cominciando con Vienna, riguardo alle compensazioni per l'occupazione austriaca della Serbia.
La reazione italiana all'invasione austriaca della Serbia Comportandosi conseguentemente, San Giuliano non denunciò la Triplice e, pur lamentando la violazione ai patti appena subita, si limitò a richiamare Vienna e Berlino all'articolo 7: esso specificava che qualora l'Austria o l'Italia avessero occupato territorio nei Balcani, tale occupazione non doveva avere luogo se non dopo un preventivo accordo con l'altra potenza, così da compensarla. Tuttavia, seppure l'Austria si fosse accordata con l'Italia prima dell'attacco alla Serbia, il ricevimento dell'eventuale compensazione non avrebbe comunque obbligato l'Italia ad entrare in guerra al fianco dell'Austria.
Tale articolo 7 non fu presente nel trattato fino al secondo rinnovo del 1891. Esso fu inserito successivamente proprio al fine di evitare che l'Italia subisse ulteriori ingrandimenti austriaci nei Balcani. Ed era ben chiaro a tutti come esso avesse sempre costituito una delle ragioni fondamentali che avevano permesso a Roma, nei decenni, di rinnovare la Triplice Alleanza.