La cantatrice calva () è la prima opera teatrale di Eugène Ionesco.
L'autore franco-rumeno decise di imparare l'inglese comprandosi un manuale di conversazione. Per esercitarsi ricopiava le frasi del manuale e, facendo ciò, si accorse della banalità delle frasi in esso contenute: "il soffitto è in alto, il pavimento in basso", "i giorni della settimana sono sette", ecc... Da qui egli trasse ispirazione per la commedia, datata 1950.
La pièce - definita dall'autore anticommedia - è il primo esempio di un genere teatrale allora ai suoi albori, il teatro dell'assurdo, in cui la vicenda subisce uno straniamento tramite l'utilizzo esasperato di frasi fatte, dialoghi contrastanti, luoghi comuni.
Ecco cosa lo stesso Ionesco dichiarò a questo proposito:
La prima messinscena di Parigi del 1950 fu tutt'altro che un successo; il genere, del tutto particolare ed innovativo, lasciò infatti perplessi gli spettatori. Nuovamente inscenata nel 1955, la pièce riscosse un enorme successo, tant'è che La cantatrice chauve è rappresentata ininterrottamente dal 1957 al teatro de la Huchette a Parigi.
I personaggi
Nella Cantatrice calva, l'azione teatrale è ridotta alla sua più semplice espressione, togliendo ai personaggi ogni funzionamento dinamico: sono sfumati, talvolta anche interscambiabili. È infatti, essenzialmente, la dimensione metafisica che ha guidato l'autore nella loro elaborazione.
I personaggi sono sei: i coniugi Smith, i coniugi Martin, la cameriera Mary ed il pompiere. Gli Smith Ionesco fornisce dettagli relativamente numerosi su questi personaggi, ma servono meno a caratterizzarli che a trasformarli in simboli metafisici. Essi sono l'immagine dell'insignificanza degli esseri: intrappolati nelle loro abitudini, incapaci di comunicare, non riescono a dare un senso alla loro esistenza.
Riguardo alla loro età, Ionesco mette solo indicazioni indirette. Il colore grigio dei baffetti del signor Smith fa pensare che non sia più molto giovane. Alla fine della prima scena l'osservazione che fa sua moglie che sono una “coppia di vecchi innamorati” rivela che sono sposati da tempo. Hanno una bambina di due anni, quindi ciò lascia supporre che non siano molto vecchi. Sono, piuttosto, una coppia fra due età, un'età tanto incerta quanto può esserlo la loro personalità.
Sempre nell'intenzione di fare degli Smith i rappresentanti della condizione umana, Ionesco attribuisce loro una normale situazione familiare. Sono sposati, hanno tre figli: un maschio e due femmine. Costituiscono una famiglia che corrisponde alle norme dell'epoca, essendo in Francia, mediamente, il numero di bambini per coppia di 2,5.
Sempre per le stesse ragioni, vivono in un'abitazione normale. Abitano “nei dintorni di Londra”. La casa, che è quella di un inglese o di un francese medio, riflette una situazione di calma e di comfort. Riguardo al loro ambiente, evocato in particolare nella prima scena, fa pensare alla vita pacifica e monotona delle periferie delle grandi metropoli europee.
I vestiti degli Smith non brillano neppure per la loro originalità. Il signor Smith è vestito da casa, immaginabile a partire dal solo dettaglio che è fornito, le pantofole. La signora Smith deve essere vestita similmente. Non ce lo segnala nessuna annotazione diretta, ma lei e suo marito si ritirano per andarsi a vestire, quando viene annunciato l'arrivo dei Martin. Tuttavia il fatto che gli Smith, nella scena settima, entrano senz'alcun cambiamento nel loro vestiario, ci mostra il carattere convenzionale della distinzione vestiti da casa e vestiti da cerimonia.
Il modo di vivere degli Smith appare anch'esso stereotipato. Per non togliere ai personaggi il loro significato simbolico, Ionesco si è ben guardato dal caratterizzarli. La signora Smith deve essere una casalinga, ma s'ignora il mestiere del marito. Vengono, di contro, ricordate le loro occupazioni. Il cibo occupa, nella loro esistenza un'importanza considerevole: la signora Smith dedica gran parte della prima scena a parlare di cibo. D'altronde, essi ricevono volentieri le loro conoscenze e s'immergono in conversazione insipide che rispecchiano l'essenzialità dell'opera. Quando non mangiano né ricevono, passano il tempo in occupazioni banali. Mentre il signor Smith legge il giornale, sua moglie rammenda le calze.
In contrasto con la loro vita stereotipata e monotona, i sentimenti che animano gli Smith sono caratterizzati dal cambiamento e dalla contraddizione. Ionesco fa così il contrario del teatro tradizionale, sottolineando anche l'aspetto convenzionale delle relazioni fra gli esseri che corrispondono solamente ad apparenze e rivelano la difficoltà di stabilire una comunicazione vera e sincera. Queste contraddizioni si manifestano anzitutto all'interno della coppia, poiché gli Smith non riescono a capirsi. Ciascuno è chiuso nelle sue preoccupazioni. Questa incomunicabilità si evince palesemente a due riprese. Nella prima scena, mentre la signora Smith si lancia in lunghe considerazioni sul cibo, il marito non l'ascolta. Nelle scene 7 e 8 viene fuori un disaccordo riguardo al fatto se ci sia qualcuno o meno quando suona il campanello. Malgrado l'apparente complicità, le opposizioni fra gli Smith sono evidenti: non a caso, mentre la signora Smith è offesa, il signor Smith è sorridente; o, ancora, quando la signora Martin racconta il suo aneddoto insipido, i due sposi si rimproverano a vicenda. Le opposizioni fra i termini ingiuriosi e le parole affettuose sottolineano le contraddizioni tra la realtà dei sentimenti e le ipocrisie sociali: le convenienze non smettono di frenare la voglia di esprimere i loro profondi risentimenti. È spesso all'interno di uno stesso personaggio che si producono bruschi cambiamenti di sentimenti. Ionesco ha introdotto tali modificazioni per sottolineare la relatività dell'essere umano. Questo aspetto appare chiaramente alla fine della prima scena: alcuni momenti dopo il loro alterco, gli Smith fanno pace, la collera fa continuamente posto alla pacificazione. Ma non è il solo esempio: nell'ottava scena, la signora Smith, all'arrivo del pompiere, irritata, non risponde al suo saluto, poi lo abbraccia.
Quindi tutto, i sentimenti come pure i comportamenti degli Smith, dipende dalle convenzioni sociali. Le situazioni nelle quali si trovano provocano reazioni che dipendono dall'automatismo. Questo carattere stereotipato prende talvolta la forma del tic. Questo tipo d'atteggiamento ripetitivo caratterizza, in particolare, il signor Smith che, nella prima scena, non smette di far schioccare la lingua, mentre sua moglie parla di cibo. La gentilezza e la cortesia che caratterizzano i loro rapporti con i visitatori, sono particolarmente significativi di questi automatismi sociali. Ma, sotto questa scorza, viene spesso fuori il vero volto delle persone, la profonda natura umana screpola quella facciata liscia e rassicurante. Nonostante loro, gli Smith sono portati a manifestare la noia che li rode. Il signor Smith fa finta d'interessarsi alla conversazione, ma non può far a meno di sospirare, provocando così il commento della signora Smith: “si scoccia”. È, però, l'aggressività, quasi animalesca, che viene fuori. La signora Smith, quando riceve i Martin è furiosa per il loro ritardo. E la tensione arriva al suo culmine nell'undicesima scena quando “alla fine della scena, i quattro personaggi debbono trovarsi in piedi, vicinissimi gli uni agli altri, gridare le loro battute, pugni alzati, pronti a gettarsi gli uni sugli altri”. L'automatismo delle convenzioni lascia così il posto all'istinto animale.
I Martin Ionesco ha fatto dei Martin l'immagine di una varietà umana incoerente che sfugge ad ogni regolarità e ad ogni logica. I Martin sono privi di'individualità, invischiati nelle convenzioni sociali; i loro comportamenti si rivelano simili a quelli degli Smith, con i quali si confondono; sono esseri alla ricerca di una felicità stereotipata; e rivelano, infine, il ruolo del caso nell'esistenza umana.
Nelle scene dedicate alle conversazioni convenzionali, i Martin, simili agli Smith, sono rinchiusi nei loro obbligati atteggiamenti della gentilezza e della cortesia, provando a dissimulare la noia che essi provano e prorompendo in discorsi incoerenti e privi d'interesse. E non possono far a meno di scatenare la loro aggressività alla fine dell'opera. Questo carattere interscambiabile delle due coppie è sottolineato dalle comuni reazioni che li animano, per esempio, quando, alla scena 11, “tutti insieme… urlano gli uni alle orecchie degli altri” e in coro ripetono “Non è di qua, ma è di là…”. L'indicazione scenica finale conferma questa similitudine tra gli Smith e i Martin, i quali, in un nuovo ricominciamento, ripetono esattamente le battute degli Smith nella prima scena. Questa confusione che esiste tra esseri privi d'individualità, fusi tutti in un insieme evanescente e condannati alla stessa esistenza noiosa e assurda, è messa in evidenza, in altro modo, nella scena prima. Parlando di una famiglia di sua conoscenza, i Watson, la signora Smith afferma che ogni membro di quella famiglia porta indistintamente lo stesso nome, Bobby Watson. Il signor Smith rafforza ancora questa indeterminatezza degli esseri che rivelano queste considerazioni genealogiche, offuscate dalla somiglianza dei nomi, rincarando la dose: “tutti i Bobby Watson sono commessi-viaggiatori”. Ionesco crea così un effetto parodico, facendosi beffa di quelle interminabili conversazioni che vertono sui rapporti familiari.
I Martin, tuttavia, offrono anche l'immagine della felicità convenzionale. Nel corso della conversazione, il signor Martin è premuroso nei confronti della moglie, sforzandosi d'interessarsi in quel che fa. Nel corso della quarta scena, numerosi dettagli ci permettono di abbozzare un ritratto toccante di questa coppia unita. Originari di Manchester, sono venuti a far un soggiorno a Londra e ne approfittano per far visita ai loro amici, gli Smith. Chiamati Donald ed Elizabeth, hanno una figlioletta di due anni, Alice. Sembra che abbiano una vita normale, rassicurati in ciò da un amore sereno, ma trattasi di una felicità minata dall'interno. Sono spesso aggressivi l'uno verso l'altra e quando si abbracciano, è priva di espressione.
Infine, questa coppia è vittima degli infiniti capricci del caso. Nel corso della quarta scena, procedono ad una lunga enumerazione di bizzarre coincidenze e ne concludono che si conoscono e sono sposati. Queste coincidenze hanno molteplici significati. Anzitutto costituiscono una parodia degl'incontri romanzeschi. Traducono l'incoerenza del mondo e la subordinazione dell'uomo al caso: il ruolo della fortuna permette gli incontri e la nascita dell'amore. È senza limiti quando determina la presa di coscienza di relazioni già esistenti. Infine, questo evento sorprendente mostra indirettamente che, se i Martin hanno bisogno di ritrovarsi, è perché si sono perduti e non riescono più a capirsi realmente. Alla quinta scena, le fantasie del caso raggiungono il loro culmine. In ogni momento, tutto può invertirsi. E le coincidenze sono relative: se viene a mancare una sola, crolla l'intero edificio, com'è il caso della figlia: mentre la figlia di Donald ha l'occhio destro bianco e il sinistro rosso, nella figlia di Elizabeth il colore degli occhi si inverte. Si ritorna, quindi, al punto di partenza: I Martin perdono inizialmente coscienza della loro coppia, la ritrovano in seguito ma a torto, poiché in definitiva non sono chi credono di essere.
Mary, la domestica Mary, la domestica, ha nell'opera una duplice funzione. È anzitutto una figura prosaica, divisa tra il suo lavoro di domestica e il desiderio di affermare la propria personalità, ma svolge anche il ruolo di testimone di ciò che accade intorno a lei, incaricata di trascrivere le manifestazioni del destino.