Cosa era una colonia di diritto latino, fondata nel 273 a.C. sul litorale dell'Etruria centrale. Il suo nome deriva probabilmente da quello di un antico centro etrusco, Cusi o Cusia, individuato nella moderna Orbetello, in provincia di Grosseto. Sorgeva sul promontorio roccioso dell’attuale Ansedonia, in una posizione situata a 114 m s.l.m., e oggi il sito rientra nel territorio comunale di Orbetello. L’area comprende due alture, una a Est (Collina orientale) e una a Sud (Arce), in una posizione strategica sul territorio circostante, per il controllo sia del traffico del mare sia di quello terrestre. Dal 2024 il Parco archeologico e il Museo nazionale archeologico di Cosa fanno parte dei Parchi archeologici della Maremma.
Scavi Le ricerche archeologiche sono state avviate dall’American Academy in Rome, sotto la direzione di Frank Brown, a partire dal 1948; sono state indagate le aree del Foro, dell’Arce, un horreum ed alcune abitazioni private. Altri sondaggi hanno interessato le strutture portuali e la peschiera connessa alla laguna. Dal 1991 al 1997 la direzione dei lavori è stata ereditata da Elizabeth Fentress, il cui obiettivo era di fare chiarezza sulle fasi più tarde del sito. A partire dal 2005 fino al 2012 hanno partecipato alle indagini anche le Università di Granada e Barcelona, impegnate nello scavo di una domus.
Tutte le istituzioni attualmente attive sul sito partecipano al Progetto Strade di Cosa. Dal 2013, infatti, Cosa ospita anche le équipes di ricerca della Florida State University, del Bryn Mawr College e dell’Università di Tübingen; oggetto delle ricerche è tuttora il complesso termale del sito. Dal 2016, l’Università di Firenze ha avviato un progetto di scavo dell’area Sud del Foro, lungo la via processionale P.
Storia Età repubblicana
Cosa fu dedotta nel 273 a.C. come colonia romana di diritto latino nella Regio VII Etruria, in seguito alla sconfitta delle etrusche Volsinii e Vulci nel 280 a.C. Al momento della pianificazione urbanistica si decise di impiantare il Foro, destinato all'attività civica e politica, in prossimità della sella che divideva l’Arce (l’acropoli della città) dalla Collina Orientale. A questa prima fase risale la costruzione delle infrastrutture principali, tra cui le mura, le porte, le strade, le fogne. Tuttavia, nonostante la posizione strategica, la colonia non ebbe fortuna e necessitò di una nuova deduzione. Questa avvenne nel 197 a.C. e diede avvio al momento di massimo sviluppo del sito, con una fiorente attività urbanistica, che perdurò fino all’inizio del I secolo a.C. In questo periodo Cosa poté assolvere le funzioni per le quali era stata fondata: il controllo militare-strategico (sia sui territori appena conquistati, sia sul mare dal quale poteva sopraggiungere la minaccia cartaginese), la gestione economica del territorio al quale faceva capo, ma anche la funzione di approdo per i commerci marittimi. Durante la prima metà del I secolo a.C., tuttavia, Cosa fu depredata e distrutta in circostanze ancora sconosciute, restando pressoché abbandonata fino all’età augustea. È netta la differenza con la condizione dell’ager circostante che, invece, visse proprio in questo momento il massimo sviluppo economico: grandi proprietari terrieri cominciarono un intenso sfruttamento del territorio per la produzione agricola, olearia e vinicola, ben evidente nei resti della vicina Villa Settefinestre.
Età imperiale Sotto Augusto, Cosa fu parzialmente ricostruita: le aree del Foro e dell’Arce furono restaurate, mentre solo alcune zone intorno al Foro mostrano una fase di occupazione. Probabilmente il fulcro dell’economia si basava sulla piscicoltura, sicuramente praticata in laguna. Con l’epoca imperiale, a partire dalla metà del I secolo d.C., il territorio cosano divenne parte dei possedimenti imperiali dei Domizi Enobarbi, famiglia dell’imperatore Nerone. Proprio alla volontà di quest’ultimo si devono gli interventi di ristrutturazione nel Foro, tra cui la trasformazione dell’antica Basilica in odeum. In seguito, tuttavia, già nel II secolo d.C. si registrò una nuova fase di abbandono.
Età tardoimperiale All’inizio del III secolo d.C., sotto la dinastia severiana, la città mostrò una ripresa. L’istituzione della Res Publica Cosanorum, la cui identificazione con la città di Cosa è ancora discussa, testimonia la volontà di risollevare le sorti del centro e del suo territorio, lAger Cosanus. Nuovamente abbandonata alla fine del III secolo, per il IV secolo d.C. a Cosa si documentano minime tracce di occupazione e segni di negligenza pubblica. Anche il porto vide la cessazione dei lavori di manutenzione. Una sorta di cesura si delineò tra Cosa romana, oramai decaduta nel III secolo, e Ansedonia bizantina, risorta dalle ceneri della prima alla fine del V secolo d.C. Il racconto di Rutilio Namaziano (Rut. Namaz., De Reditu Suo, 1.285-290) ci offre un’immagine di Cosa composta solo da antiche rovine deserte, menzionando la leggenda del suo abbandono a causa di un’invasione di topi.
Età medievale Cosa raggiunse l’estensione minima tra i secoli IV e V d.C., quando si verificò uno spopolamento quasi totale. Nulla si sa della conservazione di edifici pubblici dopo le ristrutturazioni del III secolo d.C. In seguito alla restaurazione severiana, gli interventi sembrano limitati all’utilizzo dei resti delle strutture più antiche. Al VI secolo d.C. sono ascrivibili tracce dal Foro, dove una chiesa fu impiantata sulle rovine dell’antica Basilica. La presenza di una struttura ecclesiastica e la contemporanea attestazione di due funzionari bizantini definirono Cosa-Ansedonia come una civitas. Durante l’alto Medioevo si verificò un nuovo abbandono prolungato del sito. Ad alcune capanne impiantatesi sulle antiche insulae è stata collegata una necropoli riferita alla fase longobarda. Le ultime strutture altomedievali indagate nella zona orientale della città sono relative ad un castello di legno e terra. Al periodo compreso tra fine del IX e la metà del XII secolo si datano due nuovi edifici ecclesiastici, uno nel Foro, sulle rovine dell’antico Tempio B, e uno sull’Arce. Tra il IX e l’XI secolo d.C. il territorio cosano fu dato in cessione al monastero di S. Anastasio ad aquas salvias. A partire dal XII secolo d.C., il territorio di Cosa fu sottoposto all’autorità papale; successivamente, dal XIII secolo, passò prima alla famiglia degli Aldobrandeschi e poi al comune di Orvieto. Nel 1329, infine, un’armata senese attaccò e distrusse le fortificazioni di Cosa.
Impianto urbanistico
Cinta muraria Al momento della fondazione della colonia fu necessario garantirne la sicurezza tramite l’erezione di un poderoso muro di cinta. Questo circuito, lungo circa 1500 m e parzialmente restaurato per volontà della Soprintendenza, gode di uno stato di conservazione notevole. Oltre al perimetro murario esterno vi è anche un tratto di mura a delimitare l’Arce. La tecnica muraria impiegata è l’opera poligonale di terza maniera, caratterizzata da blocchi squadrati lavorati sulla faccia a vista che aderiscono perfettamente senza dover ricorrere a leganti. La stessa tecnica si osserva per le mura di Orbetello. Lungo le mura vi sono diciotto torri, poste ad intervalli irregolari, delle quali diciassette a base quadrata e una di forma circolare, in prossimità di Porta Romana. La tecnica costruttiva impiegata per le torri quadrate è la stessa riscontrata per le mura, mentre è differente per la torre circolare, dove è stato fatto uso di malta di allettamento. Vi sono tre porte di ingresso alla città, posizionate in relazione alla viabilità interna ed esterna: la Porta Nord-Ovest (Porta Fiorentina, attuale ingresso al sito), la Porta Nord-Est (Porta Romana) e la Porta a Sud-Est (Porta Marina). Le porte condividono la stessa struttura a propylon, un sistema doppio di chiusura con vano interno; l’uso di saracinesche è documentato dai solchi ancora ben visibili lungo gli stipiti di Porta Romana. L’ingresso all’Arce, invece, avveniva tramite un varco non fortificato tra le mura a delimitazione di quest’area. All’angolo occidentale dell’Arce si apriva anche una postierla, poi tamponata in età altomedievale con scarichi di materiale antico.
Sistema viario Gran parte della rete stradale antica è ancora sepolta, dal momento che solo una piccola porzione è stata riportata alla luce. L’organizzazione viaria era alla base dell'impianto urbanistico della città: una fitta rete di strade intersecate ad angolo retto andavano a delimitare isolati rettangolari. Gli autori degli scavi hanno denominato con lettere le strade orientate NE-SO e con numeri quelle orientate NO-SE. L’ampiezza delle strade era variabile: 27 piedi (8 m) per le vie processionali, 20-21 piedi (5,90-6,20 m) per le arterie principali, 15 piedi (4,45 m) per le strade pomeriali e secondarie. La vie processionali erano due: la strada P e la R. La prima, detta anche Via Sacra, collegava il Foro con l'Arce. La seconda conduceva alla Collina Orientale. Gli assi principali erano le strade O e 5, che attraversavano la città rispettivamente da Porta Romana e da Porta Marina, intersecandosi nella zona del Foro. Il pavimento stradale era realizzato con grandi blocchi di calcare locale posati direttamente sulla roccia su un letto di terra vergine e sabbia.
Un tratto stradale all'incrocio tra l'arteria P e 5 è stato recentemente messo in luce dagli scavi condotti dall'Università degli Studi di Firenze. All’angolo di questo incrocio sorgeva la Casa 10.1, abitazione scavata dalle Università di Granada e Barcelona, che tuttavia non è visibile perché rinterrata per questioni di conservazione.
Il Foro
Il Foro presenta una pianta rettangolare (88 × 35 m); l’ingresso principale era sul lato Nord-occidentale e anticamente doveva avere un aspetto monumentale grazie ad un arco di accesso a triplice fornice, di cui rimangono ancora resti murari in crollo. Rivestiva un ruolo particolarmente rilevante poiché qui, sul suo lato settentrionale, si ergevano i principali edifici civili e di culto: la Basilica, il complesso Curia-Comizio, il Tempio B. Lungo gli altri lati si affacciavano edifici privati e tabernae. I primi edifici risalgono al periodo della fondazione, come il Comizio e il Carcer, ma la sistemazione definitiva della piazza si avrà solo alla metà del II secolo a.C.
Basilica
Della Basilica oggi rimangono solo poche tracce, in gran parte pertinenti alle fasi più tarde dell’edificio. La sua costruzione risale circa al 140 a.C. e fu l’aggiunta finale all’interno del recinto architettonico del Foro, in seguito al completamento della Curia e del Tempio B. La struttura ha pianta rettangolare (35,89 × 27,05 m) con sedici colonne interne che delineavano un’ampia navata centrale e un deambulatorio circostante, affacciandosi sul Foro con un portico a sei colonne. Al centro del muro di fondo, invece, era una nicchia che ospitava un tribunale. È possibile che all’interno della struttura fossero esposte statue, dato il rinvenimento di lastre in travertino per il supporto di piedistalli. La struttura doveva avere una copertura lignea a capriate, a doppio spiovente. In corrispondenza della navata centrale era probabilmente un livello superiore colonnato, testimoniato da resti in situ sopravvissuti ai crolli. Sotto l'edificio si trovano due grandi cisterne scavate nella roccia: una risale alla nascita della colonia, la seconda invece è posteriore. La Basilica fu eretta contemporaneamente alle prime grandi basiliche di Roma, ed è la più antica fino ad ora attestata nelle colonie. Il suo prototipo quindi è da ricercare tra le prime basiliche romane, ancora scarsamente documentate; inoltre, la sua struttura corrisponde al tipo di edificio descritto da Vitruvio nel suo “De Architectura”.