Il Bucolicum Carmen è un poema pastorale scritto da Francesco Petrarca tra il 1346De Venuto, p. 2. e il 1364.Canali, p. 14.
L'opera, scritta in latino, richiama le Bucoliche e lEneide del poeta romano Virgilio. Se le ecloghe virgiliane hanno un carattere esegetico, drammatico e misto, quelle di Petrarca hanno tutte uno stile drammatico.De Venuto, p. 10. Non a caso l'allegoria e la forma dialogica dell'opera petrarchesca rimandano a vicende autobiografiche del Petrarca, ma anche a eventi politici e sociali di metà Trecento.
Storia del Bucolicum Carmen Tramite l'analisi filologica del testo si può stabilire che l'inizio della stesura del testo è autodatato e che ogni egloga ha una propria datazione cronologica.De Venuto, p. 5.
Petrarca iniziò la composizione del Bucolicum Carmen nel 1346; a questo anno risalgono le egloghe Argus (2°), Amor Pastorius (3°), Dedalus (4°) e i primi 149 versi di Conflictatio (12). Nell'anno successivo, il 1347, furono composte Partenias (1°), che ha un chiaro intento proemiale fin dalle prime battute,De Venuto, p. 8. e dopo il 20 maggioDe Venuto, p. 4. dello stesso anno Pietas Pastoralis (5°), Pastorum pathos (6°) e Grex infectus et suffectus (7°).
Secondo l'umanista Benvenuto da Imola, in origine la sesta e la settima ecloga costituivano un unico testo; questo perché le tematiche e i personaggi sono identici.Canali, p. 117.
Nel 1348 furono composte le ecloghe Divortium (8°) Querulus (9°), Laurea occidens (10°) e Galathea (11°). Questo fu anche un periodo difficile per Petrarca: moltissimi amici e conoscenti perirono a causa della peste che si era diffusa in Europa. A questo periodo risale anche il decesso di Laura. Nonostante il dolore, Petrarca inviò una copia di ParteniasPetrarca, Fam. X,4 al fratello Gerardo. Negli anni successivi, tra il 1351 e il 1357, Petrarca continuò il suo lavoro sull'opera, aggiungendo alcuni versi alla settima e dodicesima ecloga.
In seguito, dal 1359 Petrarca fu impegnato in un'attenta e scrupolosa revisione del testo. Tra marzo e aprile dello stesso anno, Petrarca ricevette a Milano la visita dell'amico Boccaccio; entrambi si dedicarono alla correzione del testo. Boccaccio rimase talmente affascinato dall'opera petrarchesca, tanto da trarne una copia per sé stesso. Petrarca non si oppose, ma gli suggerì di non divulgare l'opera perché non era ancora soddisfatto dalla forma dell'opera.De Venuto, p. 14. Sempre al 1359 risalgono anche le aggiunte marginali alla decima eclogaDe Venuto, p. 15. e ulteriori modifiche che Petrarca apportò al testo e che descrisse in una missiva al suo amico Boccaccio.De Venuto, p. 18.
Altra data fondamentale per la storia del Bucolicum Carmen è il 23 marzo 1361, quando Petrarca inviò una copia autorizzata del testo a Giovanni di Olmutz, cancelliere imperiale a Praga. Questa risulta come la prima pubblicazione dell'opera, a cui seguì una notevole diffusione dell'opera, tanto che negli anni successivi ne entrarono in possesso amici e corrispondenti del Petrarca, come Moggio Moggi, Neri Morando, Pietro da Moglio e Marco Barbato.De Venuto, pp. 25-26. Ma alla diffusione del testo si aggiunsero notevoli critiche negative, tanto da turbare l'autore.Petrarca, Sen. II,1. Queste critiche spinsero ancora una volta Petrarca ad intervenire sul testo, integrando alcuni versi alla decima ecloga.De Venuto, p. 30.
Di questa operazione sono giunte tre importanti testimonianze: la var. 65, che fornisce indicazioni geografiche e temporali sulle aggiunte, ovvero furono composte durante un soggiorno di Petrarca a Venezia, nel 1363; una lettera di Neri Morando a Moggio Moggi, attesta che tra febbraio e ottobre del 1365 fu diffusa la nuova forma dell'ecloga; e una lettera a Benintendo Ravagnani, la quale, secondo De Venuto,De Venuto, pp. 34-35. è una lettera editoriale in cui Petrarca vuole legittimare la sua scelta di inserimento di alcuni autori tralasciati nella versione precedente.
Dopo queste modifiche, Petrarca non intervenne più sul testo, come affermato da una lettera a Boccaccio, in cui l'autore dichiara la fine della revisione del testo e che tutta l'opera è dedicata all'umanista Donato degli Albanzani.Petrarca, Fam. XXIII,19.
Tutta l'opera di scrittura e di revisione del testo impegnò Petrarca per oltre un ventennio, dal 1346 al 1366.De Venuto, p. 40.
Le ecloghe Parthenias La prima ecloga, dal titolo Parthenias,Canali, p. 25. un chiaro riferimento a Virgilio,Canali, p. 24. è un dialogo tra due pastori, Silvio e Monico, nonché alter ego di Petrarca e di suo Fratello Gherardo. Da una lettera del Petrarca si può capire il significato dei nomi dei protagonisti; Monico dopo essersi ritirato a una vita contemplativa, è attratto solo dalla melodia di un pastore che innalza lodi a DioCanali, p. 30. mentre Silvio è inquieto perché attratto solo dalle melodie pagane di Parthenias, ovvero Virgilio. Silvio vorrebbe poter cantare la grandezza di quel dio di cui tanto parla Monico, ma è tormentato dal portare a termine un'opera che narra le grandiose gesta di un generale che riportò un'importante vittoria militare in Africa.Canali, p. 36. L'allegoria dell'ecloga è un confronto tra la vita contemplativa praticata da Gherardo e quella attiva sostenuta da Petrarca. A ciò segue un contrasto tra la poesia pagana degli antichi greci e romani, e quella cristiana dei salmi biblici:Canali, p. 23. frequenti sono i riferimenti alla Divina commedia e alla mitologia pagana in opposizione a quelli per Davide, Giovanni Battista e al fiume Giordano. L'allegoria dell'ecloga è anche un'opposizione tra il deserto e la montagna, ovvero gli studi umanistici e la gloria poetica.
Argus La seconda ecloga, dal titolo Argo,Canali, p. 40. richiama la morte di Roberto d'Angiò, caduto in una congiura il 18 luglio 1345. Durante il regno di Roberto d'Angiò, il Regno di Napoli visse un fiorente periodo socio-economico. Ma a seguito della congiura, il Regno cadde in un tormentato periodo politico che portò lo Stato allo sbando. Petrarca vuole quindi omaggiare questo grande sovrano e allo stesso tempo comprende che la sua speranza di una monarchia illuminata, saggia e pacifica che tuteli la cultura e le arti è soltanto un sogno utopico. Particolarità di questa ecloga è che gli interlocutori non sono due ma tre: Ideo, Silvio e Pizia. Nell'epistola a Barbato da Sulmona, Petrarca spiega che dietro le figure di Ideo e Pizia si può intravedere Giovanni Barilli e Barbato da Sulmona, mentre come nella prima ecloga, Silvio rappresenta Petrarca. L'esordio dell'ecloga è molto positivo; poi richiamando il mito di Ciparisso,Canali, p. 41. viene descritta una tempesta che si abbatte su un alto cipresso e due pastori, che rappresentano lo scambio epistolare tra Petrarca e Barbato, cercano rifugio in due caverne. La tempesta è un richiamo esplicito alla morte di Roberto d'Angiò. L'ecloga si conclude con i protagonisti che fanno ritorno nelle loro città natali: questo è un altro riferimento a Petrarca e Barbato da Sulmona: entrambi fecero ritorno in Toscana e a Sulmona. Solo Ideo, ovvero Giovanni Barilli, restò a Napoli.Canali, p. 51. Questa ecloga di Petrarca riscosse moltissimo successo tra i suoi contemporanei. Lo stesso Boccaccio compose un'ecloga ispirandosi all'amico Petrarca e alla morte di Roberto d'Angiò.Boccaccio, Ecloga a Checco di Miletto Rossi.
Amor pastorius La terza ecloga, dal titolo Amore pastorale, ha una datazione incerta ma si presume che sia una delle più antiche.Canali, p. 53.
Petrarca, raffigurato da Stupeo, canta l'amore per la sua donna amata e per la poesia, che si identificano nel mito di Dafne. Si tratta di un'ecloga drammatica in cui Petrarca, richiamando l'amore cortese, racconta com'è nato il suo amore verso Laura e la poesia. Il nome stesso di Stupeo secondo alcuni richiama allo stupore di quando Petrarca vide per la prima volta Laura; Benvenuto da Imola ipotizzò che il nome alludesse all'incendiarsi d'amore per la donna amata mentre altri invece sostengono che richiami al mito narrato da Ovidio.
L'ecloga si conclude con Dafne che si fa incoronare con un ramo di alloro; allegoria è l'incoronazione dell'amore tra Dafne e Stupeo, ovvero tra Laura e Petrarca.
In questa ecloga è essenziale la pianta di alloro: infatti oltre ad essere una pianta sempreverde e profumata, secondo alla mitologia era sacra ad Apollo ed era immune dai fulmini. Inoltre rappresentava il riposo per chi aveva raggiunto la fama e preservava i libri dall'usura e dal tarlo.
Dedalus La quarta ecloga, dal titolo Dedalo,Canali, p. 72. è un inno alla poesia. Secondo Petrarca, fare poesia è un privilegio per pochi ed è necessaria una dote innata.Canali, p. 71.
Protagonisti sono Gallo e Tirreno. Il primo, si ipotizza sia un amico di Petrarca, amante della musica e della poesia,Canali, p. 73. mentre il secondo raffigura lo stesso Petrarca.
L'ecloga, che è collegata alla precedente, tratta della poesia, che non deve essere improvvisata, ma ha bisogno di un lungo tirocinio e continua elaborazione. Infatti Petrarca continuò a lavorare alle sue opere fino agli ultimi istanti della sua vita, perché mai contento dei risultati ottenuti, e per questo soggette a continue revisioni.
Pietas pastoralis La quinta ecloga, dal titolo Pietà pastorale,Canali, p. 82. richiama ad eventi storici accaduti nella prima metà del Trecento: il re di Francia, Filippo il Bello, entrato in contrasto con Papa Bonifacio VIII, ordinò alle sue truppe di fare prigioniero il pontefice; quest'ultimo riuscì a fuggire ma morì subito dopo. Così fu eletto al soglio pontificio Clemente V, che si dimostrò totalmente succube nei confronti del sovrano francese, tanto da spostare la sede del papato da Roma ad Avignone.
A Roma, venuto meno il potere papale, le più importanti famiglie nobili si contesero il controllo della città, ma nel corso degli anni il popolo si mostrò ostile nei loro confronti. Così nel 1343 Cola di Rienzo, con il consenso della popolazione, si nominò tribuno e tentò di restaurare l'antica repubblica romana. Si trattava di un sogno utopico, ma riscosse il consenso del Petrarca. Infatti il governo instaurato da Cola di Rienzo ebbe breve durata e i nobili romani, assieme al papato, riacquisirono il potere della città e il Petrarca, ormai compromesso verso la curia papale, ritirò l'appoggio a Cola di Rienzo, abbandonò il suo lavoro presso la curia e si ritirò a Montrieux.
L'ecloga è basata sull'allegoria di due fratelli, Marzio e Apicio, che discutono su come aiutare la vecchia madre che è impegnata nella ristrutturazione della vecchia casa. Ma la donna ormai ha affidato a un altro figlio, Veloce, tutte le sue aspettative, nella speranza di un riscatto. Dietro alla figura dei due fratelli intenti a litigare, si celano le famiglie degli Orsini e dei Colonna, in perenne contrasto mentre la vecchia madre rappresenta ormai il degrado in cui versa la città di Roma. Il terzo figlio invece rappresenta Cola di Rienzo e il suo tentativo di riportare Roma ai fasti di un tempo ormai lontano. L'ecloga si conclude con la madre che disconosce i suoi due figli e affida la gestione del patrimonio a Veloce.
La sesta, settima e ottava egloga sono a sfondo polemico. La nona, decima e undicesima egloga sono quelle del dolore per la morte di Laura e dei suoi amici dovuta alla peste. Nell'ultima egloga infine Petrarca contrappone l'inglese Edoardo III a Giovanni il Buono, re di Francia.
Pastorum pathos La sesta ecloga, dal titolo Passione dei pastori, fu scritta subito dopo il fallimento del tentativo di Cola di Rienzo.Canali, p. 97. L'allegoria dell'ecloga vuole indicare il decadimento generale della Chiesa, la corruzione che ormai diga nella curia papale e l'inettitudine del Papa. L'ecloga, che è un dialogo sul destino dei pastori, in realtà è un'invettiva molto forte nei confronti della Chiesa cattolica.