De rerum natura ("Riguardo alla natura delle cose" o "Sulla natura delle cose") è un poema didascalico latino in esametri di genere epico-filosofico, scritto da Tito Lucrezio Caro nel I secolo a.C.; è composto di sei libri raggruppati in tre diadi. Venne riscoperto nella biblioteca dell'Abbazia di San Gallo, in Svizzera, dall'umanista e storico Poggio Bracciolini nel 1417 e fu ricopiato da Niccolò Niccoli (padre della scrittura umanistica minuscola corsiva).
La tragica fine del sesto libro (la peste di Atene) ha fatto pensare all’incompiutezza dell’opera di Lucrezio poiché questa era in netto contrasto con l’inizio del primo libro (inno a Venere). Tuttavia il numero dei libri scritti da Lucrezio rientra nel filone epico-didascalico: infatti si attribuisce in genere l’appartenenza a questo filone delle opere composte da sei libri o multipli di sei.
In questo poema il filosofo e poeta latino si fa portavoce delle teorie epicuree riguardo alla realtà della natura retta da un "ordine naturale" indipendente dagli dei e al ruolo dell'uomo in un universo atomistico, materialistico e meccanicistico: si tratta di un richiamo alla responsabilità personale e di un incitamento al genere umano affinché prenda coscienza della realtà, nella quale gli uomini sin dalla nascita sono vittime di passioni che non riescono a comprendere. La principale fonte dell'epos lucreziano, infatti, è il Περὶ φύσεως (perì phýseōs) di Epicuro. L'autore si assume il compito di fornire agli uomini gli strumenti per eliminare le paure e raggiungere l'atarassia, ovvero l'assenza di turbamento propria del saggio, l'unico capace di ottenere una vittoria razionale sui sentimenti.
L'autore
Su Lucrezio, l'autore del poema, si sa molto poco. San Girolamo, nel Chronicon, afferma relativamente all'anno 94 a.C.:
Ipotizzando nel 94 a.C. l'anno di nascita del poeta, intorno al 50 andrebbe collocata la data di morte. Esiste però anche un'ipotesi alternativa: Elio Donato ci informa che Lucrezio sarebbe morto quando Virgilio, sotto il consolato di Pompeo e Crasso (55 a.C.), assunse la toga virile. In tal caso dovremmo dunque pensare a un arco di vita compreso fra il 98 e il 55 a.C. circa.
Non si conoscono altre informazioni riguardo a Lucrezio, che probabilmente rimase in disparte rispetto all'ambiente culturale romano: l'unica citazione dell'epoca relativa a Lucrezio è in una lettera di Cicerone al fratello Quinto nel febbraio del 54 a.C., dove parla in qualità di futuro editore dell'opera lucreziana (a conferma perciò della seconda ipotesi di datazione della morte): «L'opera poetica di Lucrezio è proprio come mi scrivi: rivela uno splendido ingegno, ma anche notevole abilità artistica»M.T. Cicerone, Epistulae ad Quintum fratrem, II, 9, 3..
Struttura e argomento del poema L'opera, che è dedicata a Gaio Memmio (I 42), riproduce il modello prosastico e filosofico epicureo e la struttura del trattato Περὶ φύσεως (Sulla natura) di Epicuro. Comprende complessivamente 7415 versi.
Secondo i filologi vi sono corrispondenze e simmetrie interne che corrisponderebbero a un gusto alessandrino. L'opera infatti è suddivisa in tre diadi, che hanno tutte un inizio solare e una fine tragica. Ogni diade comincia con un inno a Epicuro e l'ultimo libro termina con un altro inno a Epicuro, mentre il secondo libro inizia con un inno alla scienza e il terzo libro con l'esposizione dell'estetica di Lucrezio.
Altri ipotizzano invece che egli sia diventato epicureo solo dopo la morte di suo figlio, ancora infante, e che questo sia il motivo per cui il tema della morte ricorre frequentemente nel poema.
Essendo un poema didascalico, ha come modello Esiodo e quindi anche Empedocle, che aveva preso il modello esiodeo come massimo strumento per l'insegnamento della filosofia. Altri modelli potrebbero essere i poeti ellenistici Arato di Sicione e Nicandro di Colofone, che usavano il poema didascalico come sfoggio di erudizione letteraria.
Il poema ha tre temi principali: L'antinomia fra ratio e religio La ratio è vista da Lucrezio come chiarezza folgorante della verità «che squarcia le tenebre dell'oscurità», mentre la religio è ottundimento gnoseologico e bovina ignoranza. Lucrezio scrive che occorre trattare la struttura fondamentale del cielo e degli dèi per capire i principi delle cose, si tratta di spiegare razionalmente i fenomeni naturali senza considerare l'intervento degli dèi o con la convinzione che l'uomo sia lo scopo ultimo della volontà degli dèi. Lucrezio afferma che bisogna dimostrare le nefaste conseguenze della religione e adduce come esempio il caso di Ifigenia, dicendo poi che il mito è una rappresentazione falsata della realtà (si veda l'evemerismo).
Dottrina epicurea
Riprende e divulga in latino i princìpi fondamentali della dottrina epicurea, che sono: l'aggregazione atomistica e il clinamen (vita e morte), la liberazione dalla paura della morte, del dolore e degli dèi e la spiegazione dei fenomeni naturali. La sostanza è unica, predefinita ed eterna. Gli atomi si muovono in una dimensione infinita, il vuoto, attraversando tutto l'universo. L'universo è composto solamente da atomi e vuoto (pertanto Lucrezio è un atomista). L'anima dell'uomo è anch'essa costituita da atomi che, quando il corpo muore, si disperdono nell'universo, per essere riutilizzati dalla natura.
L'uomo e il progresso Lucrezio nega ogni sorta di creazione, di provvidenza e di beatitudine originaria e afferma che l'uomo si è affrancato dalla condizione di bisogno tramite la produzione di tecniche, che sono trasposizioni della natura. Un dio o degli dèi esistono, ma non crearono l'universo, tanto meno si occupano delle azioni degli uomini. Lucrezio afferma che i saperi razionali sulla natura ci mostrano un universo infinito formato da atomi, che segue delle leggi naturali, è indifferente verso i bisogni dell'uomo e che si può spiegare senza ricorrere alle divinità. Per quanto riguarda l'indifferenza della Natura per l'uomo, Leopardi nella composizione dell'operetta Dialogo della Natura e di un IslandeseG. Leopardi, Operette morali, Milano, presso A.F. Stella e figli, 1827, p. -116 (edizione originale). si ispirerà a un passo simile nel libro III del De rerum natura.
Riassunto dei libri Primo libro
Inno a Venere (vv. 1-43) Il poema si apre con l'inno a Venere, di cui si celebra l'azione fecondatrice nel cielo, nel mare e nel nostro mondo e di cui si esalta la potenza, come principio fondamentale che governa la vita. Proprio per questo il poeta ne invoca l'aiuto nella composizione dell'opera che dedica a Memmio e ne chiede l'intervento pacificatore a favore dei Romani. Elogio di Epicuro (vv. 62-79) Dopo un breve passo sulla concezione della divinità secondo Epicuro, Lucrezio incoraggia l'amico allo studio della vera ratio e gli promette di parlare dell'essenza della realtà nel suo complesso e di svelargli l'origine delle cose. Segue quindi l'elogio di Epicuro, senza farne il nome (Graius homo, "un uomo greco"), presentato come il vero maestro, superiore agli altri uomini. Questi ha il grandissimo merito di aver liberato l'umanità dal timore religioso che nasce dalla credenza nella possibilità di una punizione dell'animo dopo la morte e in un intervento divino nelle vicende del mondo. Con la sua razionale indagine sulla natura, ha dimostrato che gli dèi esistono negli "intermundia", ma non hanno alcun interesse per le questioni umane: perciò l'uomo può venerarli, ma non attribuire loro la responsabilità di quei fenomeni, che seguono, invece, le inflessibili leggi della natura. Il sacrificio di Ifigenia (vv. 80-101) Accentuando la polemica antireligiosa, Lucrezio arriva a presentare la religio come una specie di mostro che, accovacciato nell'alto dei cieli, schiaccia e umilia l'umanità. Gravissimi sono i misfatti che produce: basta pensare al sacrificio di Ifigenia, immolata dal padre per placare l'ira di Artemide e favorire la partenza delle navi greche verso Troia: è un delitto che offende la stessa divinità, dal momento che ciò che appare pietas ne costituisce invece una grave violazione. La teoria dell'atomismo