Grotte Santo Stefano è una frazione del comune di Viterbo. Si trova a circa 16 km dal capoluogo dell'alta Tuscia, percorrendo la strada Teverina, verso la valle del Tevere. È servita dalla omonima stazione della Ferrovia Viterbo-Attigliano.

Fino al 2 gennaio 1927 era un comune della provincia di Roma. Con la riforma delle province attuata da Benito Mussolini, a partire dall'anno successivo fu aggregato a Viterbo assieme ai territori di Bagnaia, San Martino al Cimino e in seguito, dal 1946, Roccalvecce .

All'epoca, in disputa con Viterbo per l'elevazione al rango di Provincia era Civitavecchia che perse l'opportunità, proprio perché Viterbo riuscì con le aggregazioni di altri comuni ad incrementare il proprio territorio e il numero degli abitanti.

Solo il 27 maggio 1969, su proposta di legge durante la V legislatura a nome del deputato Aldo Bozzi appartenente al Partito Liberale Italiano (PLI), ci fu il primo tentativo di ricostituire il comune autonomo di Grotte Santo Stefano, comprensivo anche del paese di Magugnano ad esso limitrofo, ma la proposta di legge non fu mai discussa alla Camera dei Deputati.

Gli abitanti nel 1974 e 1985 tentarono di ricostituire il Comune autonomo, ma i tentativi non ebbero gli esiti sperati e, pur restando a 16 km di distanza da Viterbo e con una popolazione di circa 3.800 abitanti con origini e tradizioni diverse, Grotte Santo Stefano resta praticamente un "quartiere decentrato" di Viterbo.

Storia Origini Le origini di Grotte Santo Stefano hanno inizio con la distruzione di Ferento, avvenuta nel 1172 ad opera dei viterbesi e dei cellenesi che vedevano la laboriosa città come rivale poco gradita. Viterbo incorporò nei propri possedimenti comunali tutto il territorio municipale della distrutta Ferento. I Ferentani sopravvissuti all'assalto notturno delle milizie viterbesi, dopo tanto vagare nelle campagne, si avvicinarono a Viterbo chiedendo di essere accolti. I viterbesi, però, accettarono, dopo insistenti preghiere e sottomissioni, solo le famiglie più danarose ed agiate, mentre cacciarono tutti coloro che non avevano disponibilità finanziarie. Questi furono costretti a cercare rifugio, ma non vollero allontanarsi dalle loro terre. Trovarono quindi rifugio verso la valle del Tevere, nel limitrofo territorio soggetto all'autorità del Marchese di Montecalvello, presso alcune grotte di origine etrusca, utilizzandole come abitazioni. Tali Grotte erano per lo più ubicate nel punto di maggiore distanza dal preesistente borgo di Montecalvello e prossime al confine col territorio della nativa Ferento. La forte autonomia feudale (quasi un'indipendenza sovrana) di cui poteva godere la Marca di Montecalvello, garantiva sicurezza ai Ferentani.

Con il passare degli anni, si formò una nuova comunità di contadini e di pastori ai quali il Vescovo di Bagnoregio assegnò il parroco della parrocchia di Santo Stefano dove, fin dal 1202, erano custodite le maggiori ricchezze materiali e spirituali, appartenute alle chiese ferentane, dedicate a San Gemini e San Bonifacio, vescovo di Ferento martire nel VI secolo. Probabilmente la prima casa in muratura venne eretta intorno al 1500. Vicino alla zona delle antiche grotte, fu eretta una piccola edicola in onore del Santo e da qui il nome di Grotte di Santo Stefano. L'amministrazione civile della nuova popolazione formatasi fu assoggettata alla signoria diretta del Marchese di Montecalvello.

L'autorità del Feudo delle famiglie signore di Montecalvello, Calvelli, Monaldeschi, Raimondi e dal 1654 Pamphili era mitigata però dall'esistenza del Comune medievale pontificio di Montecalvello, di cui è noto lo Statuto del 1532. Tuttavia, ciò non trovava applicazione per la popolazione di Grotte S. Stefano, poiché soggetta alla signoria diretta del Marchese.

Concessione di un patrono In questi tempi, i cittadini grottani manifestarono alle autorità ecclesiali il desiderio di avere un Santo Patrono proprio e ottennero dal Vaticano, tramite la Diocesi di Bagnoregio, le ossa di un martire cristiano al quale era stato dato il nome di Venerando (da "ossa venerande" o da venerare). San Venerando è patrono di Grotte Santo Stefano e si festeggia nella prima domenica di settembre. Il compatrono Santo Stefano si festeggia invece il 26 dicembre.

Comune di Grotte Santo Stefano I cittadini di Grotte S. Stefano continuarono ancora per molto tempo a dipendere civilmente dai proprietari del Feudo e, dal punto di vista religioso, dall'Arciprete di Montecalvello. Qualche decennio dopo però, verso la fine del Settecento, essi cominciarono ad avere una certa autonomia religiosa. Nel febbraio 1808 Napoleone Bonaparte, imperatore dei Francesi, occupò Roma e dunque il Lazio e, nel marzo 1809, i cittadini grottani assunsero anche l'autonomia civile. Infatti, mentre fino a quella data i documenti ufficiali erano diretti all'"Amministrazione del Principe Doria Pamphili di Montecalvello in Grotte S. Stefano", dal novembre 1809 analoghi documenti portano l'intestazione "S.M. Napoleone I imperatore dei francesi re d'Italia" e sono diretti non più ai Doria Pamphili ma al Circondario di Viterbo con il nome di arrondissement. Vi si parla di "mairie" (Comune) e di "Maire de la comune di Grotte S. Stefano" (Sindaco). Nacque dunque il Comune di Grotte Santo Stefano. Il dominio francese durò fino al 1813, ma il Comune di Grotte S. Stefano rimase. Il capo del Comune, quindi, non si chiamò più "maire", ma "gonfaloniere", poi "Sindaco" dopo il 1870, con l'annessione del Lazio all'Italia Unita poi, infine, "podestà".

Il territorio della Marca di Montecalvello, feudo Doria-Pamphili (territorio amministrativo che coincideva con quello poi divenuto comunale) fu riconosciuto essere gravato di diritti d'uso civico a favore dei residenti nel territorio del feudo da papa Innocenzo X (Giovanni Battista Pamphili) quale Sovrano dello Stato Pontificio, fin dal 14 gennaio 1647, ai tempi di Donna Olimpia Maidalchini. Questo riconoscimento è fondamentale, perché tali diritti erano infatti implicitamente regolamentati in vari articoli dello Statuto del Comune medievale pontificio di Montecalvello del 1532, ma sono giuridicamente validi solo se hanno ricevuto la sovrana approvazione.

Il termine "comune" ha invece origine dalle omonime istituzioni post-feudali, ma l'istituto affonda le sue origini nella Polis, la città-stato greca. Nei territori agricoli abbandonati dall'autorità romana e riorganizzati mediante il sistema feudale, il comune rurale (che altrove in Italia era detto anche Regola o Vicinia, e che si differenziava per molti aspetti sociali e politici dal ben più noto cittadino) deriva storicamente proprio dalle comunità agricole composte da contadini residenti, in genere aldii o lavoratori semiliberi e liberi che nel loro insieme venivano indicati col termine latino di "vicinia" (abitanti del vicus = villaggio, cioè villici, essendo il villaggio un centro urbano costituito di ville, i cui abitanti erano detti villani) ovvero intendendo con la parola "vicinia" i villaggi stessi intesi come comunità dei suoi abitanti, che si riunivano per definire insieme il rispetto delle leggi (regulae) che regolavano la vita ed i beni "comuni, in comune" (in latino: communalia), ma soprattutto l'elezione del loro rappresentante davanti alle autorità maggiori dell'epoca: i signori feudali e gli ecclesiastici.

Secoli dopo (1892), questi diritti originarono, in base alla richiesta di affrancazione della terra del Feudo inoltrata dal Marchese di Montecalvello e signore di Grotte S. Stefano Filippo Andrea V Doria Pamphili in seguito alla promulgazione della Legge pontificia del 1849 ed a quella italiana del 1888, nonché mediante rivendicazioni popolari tutt'altro che pacifiche, alla costituzione di un patrimonio di terreno agricolo e bosco ceduo di proprietà collettiva della popolazione residente nel territorio dell'allora Comune di Grotte, territorio corrispondente a quello dell'ex-feudo ("ubi feuda ibi usus", "ubi usus ibi demania" e la più nota "ubi feuda, ibi demania": ove è possibile riscontrare l'esistenza di un feudo legittimamente posto, vi è demanio feudale ed esercizio di usi civici da parte delle popolazioni).

Per la amministrazione e gestione di tale proprietà collettiva furono istituiti appositi Enti pubblici: prima l'Università agraria (disciolta nel 1925 e quindi "temporaneamente" gestita da un Commissario Prefettizio fino al 1947), successivamente, dal 1947, l'Amministrazione Separata Beni Usi Civici di Grotte Santo Stefano (A.S.B.U.C.). La superficie maggiore dell'antico feudo, per effetto di quella stessa legge, diveniva invece proprietà privata della famiglia Doria-Pamphili: successivamente una parte fu acquistata dall'Università Agraria nei primi anni venti del Novecento. L'istituto del Feudo (già spogliato in epoca francese dell'autorità di amministrazione civile e giudiziaria) cessava in tal modo definitivamente nelle Provincie italiane ex-pontificie anche dal punto di vista del diritto agrario, per conseguenza di dette procedure legali dette affrancazioni e previste dalla legge italiana del 1888 ancora vigente, cedendo il passo all'autorità del Comune, dell'Università Agraria e, più modernamente, dell'Amministrazione Separata Beni Usi Civici.

Rimanevano flebili tracce del diritto feudale solo in qualche livello concesso dalla Casa Doria-Pamphili sulle sue residue proprietà "private", nonché nell'attribuzione di inusucapibilità e impignorabilità delle terre di proprietà collettiva d'uso civico, causandone l'assimilazione al demanio (Patrimonio indisponibile).

Grotte S. Stefano diviene frazione del Comune di Viterbo Lo status di Comune per Grotte Santo Stefano rimase fino al 1928, quando venne soppresso e aggregato in parte al Comune di Viterbo, in parte (zona a Nord del Torrente Rigo) a quello di Graffignano (, poi pubblicato in G.U. n. 105 del 4 maggio 1928) Così, dopo 756 anni, Viterbo vide compiuto quello che era stato probabilmente il "sogno" dei suoi Signori medievali: riunire sotto il "leone viterbese" tutto il territorio già appartenente all'antica distrutta Ferento e al feudo degli antichi Monaldeschi. L'opera venne completata nel 1986 con l'assorbimento anche della Diocesi di Bagnoregio. Negli ultimi decenni, come sopra accennato, la cittadinanza di Grotte Santo Stefano ha avanzato più volte la richiesta di ricostituire il comune autonomo, lamentando uno scarso interesse del Comune di Viterbo nei confronti della frazione. Tali richieste non hanno mai avuto l'esito sperato.

Ospiti speciali Trilussa A Grotte Santo Stefano, per alcuni anni, ha vissuto anche il famosissimo poeta romano Carlo Alberto Salustri, più conosciuto come il Trilussa: si era trasferito nel piccolo centro per inseguire il suo grande amore, una giovane attrice figlia di una cittadina grottana, Leda Gys. Infatti, quando questa da Roma tornò al paese di origine, lui la seguì ma, dopo aver capito che lei non avrebbe mai ricambiato il suo amore, il poeta tornò "sconsolato" a Roma.

Pietro Farini